domenica 5 maggio 2013

Crema gelato al latte di chufa, cañihua e mirtilli rossi


Un lieve soffio di vento agitò le cime delle alte e sinuose palme, portando con se l’alito caldo della marea. 
Le affusolate dita delle larghe foglie frullarono all'aria come scosse da un improvviso tremito, emettendo un fremente ticchettio che ruppe il pacifico silenzio del tramonto. Ed il mondo pareva in attesa. 
Qualche insetto distratto volava a mezz'aria roteando pacatamente, perso in vaghi pensieri suggeriti da un’impercettibile melodia; il capo vaporoso dei soffioni ondeggiava tra steli muti, generoso di candide stelle di cotone, mentre dall'erba avvizzita e accaldata si sollevava la voce stridente del grillo.
Jorge sorseggiò lentamente la sua horchata de chufa, assaporandone il gusto dolciastro e mandorlato che aveva l’aroma della terra da generazioni; ne sentì il sapore rinfrescante e corposo, socchiudendo gli occhi e godendosi le carezze di quel sole pigro, che avvampava sulla pelle del suo viso e accendeva di una luce dorata le pareti della casa, intonacata di un tiepido color paglierino.
In quella pace d’oro del cielo non v’era pensiero che potesse disturbare la quiete dell’anima, non v’era dolore o ricordo che potesse indurre a dubitare di un possibile senso della vita: quel placido istante bastava per convincersi che niente è più bello che vivere per il gusto di farlo, per il piacere di ammirare quei luminosi e lunghi raggi che si stendevano sulla superficie del mare in lontananza. Perché in certi momenti la vita basta a se stessa, irradiando bellezza e meraviglia che non chiede d’essere motivata a tutti i costi.
L’uomo sospirò, pervaso della quiete dell’imbrunire. Poggiò lentamente il bicchiere su un vecchio e scrostato tavolino di legno, una volta dipinto di bianco latte; si stropicciò gli occhi e poi volse lo sguardo a terra, dove accanto a lui un lupo dal pelo ambrato, screziato di nero, riposava profondamente.
<Amos, vecchio mio> sussurrò Jorge, pervaso da una paterna tenerezza, sorridendo e allungando la mano per accarezzarlo con dolcezza. 
<Quanti anni insieme, quanta felicità mi hai donato> disse gentilmente, con lieve commozione.
L’animale, destato da quel tocco improvviso, fece un grande respiro e stancamente aprì gli occhi, incontrando lo sguardo celeste del suo amico umano.
Erano invecchiati insieme, anno dopo anno; stagione dopo stagione.
Da quando si erano incontrati il destino aveva deciso di unirli per sempre, legando le loro anime con una catena indissolubile: l’unica che avrebbero entrambi accettato, poiché era l’unica schiavitù che avrebbe garantito loro un’eterna libertà. E Jorge non poteva dimenticare cosa quella creatura gli aveva insegnato: lo ricordava ancora, rabbioso e sofferente in una modesta gabbia quasi arrugginita; ricordava ancora quegli occhi profondi, lucidi, carichi di rancore e di collera; di sdegno e solitudine. Rimembrava quel ringhio furioso ma tanto disperato di quel lupo, mentre batteva spaventato contro le sbarre della sua prigione: eppure non riusciva a spaventarlo, ad intimorirlo o allontanarlo, come avveniva per la maggior parte delle persone che visitavano il rifugio. 
Avrebbe potuto scegliere tra tanti trovatelli docili e mansueti, eppure era proprio da quell'anima ribelle che non riusciva a separarsi: occhi negli occhi, aveva trovato più di se in quello sguardo selvatico e deluso che non in quello di un altro essere umano. La creatura pareva agitarsi, affranta e sfiduciata, alternando attimi di follia ad istanti in cui pareva chiedesse quasi il permesso di vivere, schiacciata dall'egoismo e dall'ipocrisia dell’uomo. Una falsità di cui era stato spesso vittima anche lui, tradito dalla sua stessa specie, più e più volte. 
Quel giorno lo osservò a lungo, mentre il guardiano tentava di dissuaderlo e di convincerlo che solo la morte l’avrebbe presto placato; mentre cercava di fargli credere che quel lupo non avrebbe meritato pietà né amore. Che non avrebbe meritato nemmeno la vita.
Ma fu allora che comprese intimamente il senso di quell'ombra che da sempre portava dentro se, riflessa come in uno specchio nello sguardo selvatico di quell'anima: capì che ringhiare era l’unico modo che conosceva per nascondere la paura di soffrire, per tenere lontane le ferite inferte da coloro in cui aveva riposto fiducia; si rese conto che l’attacco era l’unico modo che la disperazione gli aveva suggerito per difendersi, mentre le sue lacrime si vestivano di grida e solitudine, di graffi e di angoscia: quel muro non era un modo per isolarsi dal mondo, ma un estremo tentativo di urlare una profonda richiesta d’amore. Un appello che Jorge non riuscì ad ignorare.
Ed eccolo lì quel lupo, accanto a lui, in una tiepida sera di inizio estate; in una pace che nessuno dei due avrebbe mai immaginato di trovare. A cui nessuno avrebbe dato una possibilità, accecato da una troppo facile evidenza e da una superficiale incapacità di comprendere.
Jorge reclinò la testa e Amos si mise seduto, mugolando teneramente come se avesse inteso la struggente dolcezza dei suoi pensieri. L’uomo lo strinse forte al collo, divenuto ormai robusto, folto di pelo lucido e morbido: gli occhi gli si riempirono di una liquida e delicata gratitudine.
<Perché noi sappiamo> disse sommessamente <Perché l’abbiamo sempre saputo; perché è proprio chi pare di non saper donare affetto, che ha bisogno immensamente di riceverne. Perché è chi sembra di meritare meno amore, che ne ha bisogno in realtà più di chiunque>.
E il sole, quella sera, tramontò alla luce di un’infinita alba d’amore.



Crema gelato al latte di chufa, cañihua e mirtilli rossi 
(ricetta priva di glutine e di lattosio)

250 gr di latte di Chufa* (Isola Bio)
200 gr di panna di riso (Isola Bio)
4 tuorli
1 cucchiaio di glucosio
100 gr di zucchero di canna integrale (Alce Nero)
2 barrette di cañihua soffiata** e mirtilli rossi (Shnitzer Break)
anice stellato per decorare (a piacere)

* molto conosciuta in Spagna o Argentina, la Chufa è una pianta che produce un tubero commestibile dal quale si ricava la famosa horchata de chufa, bevanda popolare diffusa soprattutto nelle zone di Valencia. Il fatto che si chiamasse anche zigolo dolce o babbagigi, sono onesta, me l'ha resa troppo simpatica per non utilizzarla.

** la cañihua, originaria delle Ande del sud, Bolivia e Perù, è una pianta che produce del grano a chicchi piccoli e scuri (pare quasi simile all'amaranto) che vengono tostati e/o macinati per ricavarne della farina.

Montare bene i tuorli con lo zucchero e il cucchiaio di glucosio, fino ad ottenere un composto gonfio e spumoso. A parte, portare quasi ad ebollizione il latte di Chufa e la panna di riso. Versare il composto appena intiepidito sui tuorli montati e mescolare energicamente fino a che il tutto sarà omogeneo. Trasferire in un pentolino antiaderente e cuocere la crema alla rosa (ossia fino a che non raggiungerà una temperatura di ca. 80/84°C: potrete aiutarvi con un termometro da cucina). Porre in frigorifero almeno per 4 ore o comunque, meglio ancora, per un'intera notte. 
A questo punto procedere alla preparazione del gelato: versare il composto nella gelatiera per ca. 35/40 min. Dieci minuti prima del termine, aggiungere la barretta di cañihua e mirtilli rossi ben spezzettata. Potrete consumarlo appena preparato, servendolo con dell'anice stellato per decorare, oppure conservarlo in un'apposita vaschetta nel congelatore (in questo caso abbiate l'accortezza di lasciarlo fuori dal freezer almeno 10/15 minuti prima di servire).

p.s. Isa, cara, te lo avevo promesso e spero che questo gelato sia di tuo gradimento!

p.p.s. grazie, dolce Miki, per il bellissimo pensiero che hai avuto nel donarmi nuovamente il premio Very Inspiring Blogging Award. Un bacione di miele. Tutto per te! 

....e finalmente dopo un mese riesco a postare qualcosa, sebbene ancora per un po' sarò costretta a mancare ancora. 
Mi dispiace davvero, non sapete quanto. Vorrei dirvi tanto, veramente moltissimo.
In questo periodo un po' pieno, complicato e difficile (come alcune di voi sanno) vorrei che sapeste che ringrazio tutte/i voi, con il cuore, per le parole d'affetto e d'amicizia che mi avete donato; per ogni singola parola di luce che mi avete lasciato nei vostri bellissimi commenti. Vorrei che sapeste che mi mancate immensamente
Spero davvero che qualcosa si appiani e che la tranquillità possa presto arrivare, in modo da permettermi di tornare ad essere un pochino più presente. Non vedo l'ora di venirvi ancora a trovare, di dividere con voi le giornate, nel bello e nel cattivo tempo; non vedo l'ora che la primavera finalmente arrivi anche qui e il tempo torni a regalarmi attimi preziosi da dedicare ad ognuno di voi. 
Intanto, credetemi, mi scuso dal cuore se non sono riuscita a rispondere a ciascuno. 
Ma una cosa è certa: vi abbraccio virtualmente con un bene intenso, sincero e reale. Vi stringo forte e ricordate che vi voglio tanto, ma proprio tanto beneVi porto dove si tengono i pensieri più belli, senza dimenticarne nessuno.

Che il cielo vi avvolga di luce e turchese.
A prestissimo, amiche e amici dolcissimi. E ancora grazie.

giovedì 11 aprile 2013

Cilindretti di quinoa soffiata al miele d'arancio, mousse di mele renette e fondente all'acai

<Non c’è miracolo che la vita non possa creare> sussurra il vento ai boccioli serrati del melo.
<Non v’è buio, dolore o morte laddove giungo con le mie carezze, portando il respiro>.
E l’arbusto dondola lieve, gravido di sogni ancora chiusi in una gemma.
<Non avere fretta di sbocciare, ogni cosa ha il suo tempo> volteggia brioso l’alito eterno del mondo.
<V’è il tempo del freddo cielo invernale, v’è il tempo per l’intima desolazione; v’è il momento di dormire e di aspettare. V’è l’assenza di sogno e il candore della neve, la malinconia della pioggia e il dolore di arbusti secchi e colmi di spine. V’è un tempo per piangere e per resistere, v’è il momento poi della speranza. V’è un tempo perché il seme conservi la sua essenza nel cuore e v’è un tempo perché la divida col mondo. V’è infine l’attimo di un nuovo turchese e dell’incanto della vita, che porta nuovi germogli laddove il terreno pareva dimenticato. Ed ecco l’istante della sorpresa, nel veder fiorire ciò che doveva invece morire: ecco il grido della vita, che canta al di sopra di ogni rumore. 
I frutti più dolci e maturi sono quelli che saggi sanno aspettare: sono quelli che sanno resistere al ghiaccio e alla desolazione; sono quelli che godono di ogni passo teso verso il divenire, attendendomi ancora fresco e colmo di vita. Sono quelli che, finalmente in fiore, desiderano il volo leggero di un’ape per conoscere l’amore; sono quegli occhi candidi e delicati che osservano il cielo turchino, brillando di rugiada, coi petali dipinti di una soave malinconia. Sono coloro che sanno lottare, sanno cantare, sanno piangere ma di nuovo sperare: sono l’incanto dell’esistenza, ancora in germoglio, fiduciosi nel destino e sicuri che giungerà sempre una nuova primavera.
E accudiscono i frutti ancora acerbi, senza brama di essere colti; assaporano il calore del sole e del lento divenire. Così alla fine v’è anche un tempo tanto agognato, dopo una lunga battaglia del cuore e dei sensi: il frutto più dolce e succoso, trionfo dopo tanto patire. Giunge l’attimo del coronamento e della gioia, inattesa e sorprendente. 
Perché i miracoli avvengono per tutti, per chi ha saggezza e pazienza di vederli sbocciare; per chi non cerca testardamente un traguardo. Perché essi accadono ogni giorno, senza chiedere ragione, senza pretendere a tutti i costi dei perché.>


L’esistenza a volte somiglia ad un’eterna attesa, in balia del soffio invernale e del ghiaccio; pare un’inutile speranza, quando sogni e desideri si incarnano in gemme che per noi paiono non fiorire mai. Eppure l’essenza della vita non si dimentica proprio di nessuno: nessun bocciolo è lasciato morire, quando attende saggio e fiducioso il calore di un nuovo sole. Là dove c’è un inverno, ci sarà sempre una primavera: il segreto del frutto maturo e zuccherino si nasconde nel saper aspettare, nella caparbietà e nella fiducia, sicuro che <verrà anche il suo momento>. 
Ma quello giusto, quello opportuno; senza dimenticare che anche le stagioni hanno il loro percorso e che nulla di ciò che giunge prima del tempo porterà al sapore unico e corposo di un tanto agognato sogno.

Cilindretti di quinoa soffiata al miele d'arancio, mousse di mele renette e fondente all'acai
(dosi per ca. 10 cilindretti)

Per l'involucro
30 gr di quinoa soffiata al naturale (Priméal)
30 gr di miele d'arancio (AltroMercato, un grazie alla mia Gre!)
40 gr di burro (o margarina 100% vegetale, Vallé Naturalmente)

Per il ripieno
80 gr di mousse di mele renette*
3 gr di agar agar (o un foglio di gelatina alimentare da 2 gr)

*io ho utilizzato la buonissima mousse naturale avuta in dono dai miei cari zii Roland e Rachele, che l'hanno preparata con le mele del loro giardino di Nufringen (grazie zii!).
Per prepararla potete sempre usare 1 kg di mele renette, 600 gr di zucchero e un cucchiaio di limone. Fate a tocchetti le mele, unite il succo di limone e lo zucchero. Cuocetele fino a che non saranno molto morbide e il composto si sarà addensato, come una comune marmellata. Frullare non appena si sarà intiepidito e invasare.

Per la copertura
80 gr di cioccolato fondente all'acai (AlceNero bio, o fondente che più gradite)
Pezzetti di mela essiccata q.b. (Noberasco)

Sciogliere a bagnomaria il burro. Quando è ancora tiepido, mescolare ad esso il miele senza cuocerlo (in questo modo rimarranno inalterate le sue benefiche proprietà). Aggiungere la quinoa soffiata e mescolare bene fino a che il composto non sarà impregnato in modo omogeneo. Distribuirlo in uno stampo in silicone per mini savarin, tentando di creare dei piccoli gusci e tenendo un po' dello stesso da parte per la copertura finale dei cilindretti. Mettere in frigo un quarto d'ora, mentre in un pentolino farete scaldare la mousse di mele insieme all'agar agar (o gelatina alimentare ammorbidita in acqua fredda). Estrarre i gusci dal frigorifero e mettere in ciascuno un cucchiaino di mousse alla mela. Porre nuovamente in frigo a raffreddare per ca. 20 minuti. Quando la mousse si sarà un poco rappresa, chiudere i gusci con la restante quinoa e porre in frigo per qualche ora. Estrarre delicatamente i cilindretti dalle forme (attenzione, saranno un pochino fragili! Se desiderate una consistenza più compatta potete sempre usare del miele meno fluido di quello d'arancio, come un buon millefiori).
Fare sciogliere a bagnomaria il cioccolato fondente all'acai e colarne un poco sulla sommità di ciascun dolcetto. Guarnire a piacere con pezzetti di mela essiccata. 

Con questa ricetta partecipo al dolcissimo contest Agriturismo Ca' Versa. Mi auguro davvero che questi cilindretti siano di vostro gradimento: sono forse semplici e naturali, ma è il tipo di creazione che più si addice al mio modo d'essere e di cucinare. Di certo non ho mancato di metterci tutto il mio cuore! :)



Volevo inoltre ringraziare come sempre alcune amiche che mi hanno pensata nell'assegnazione di alcuni premi: un abbraccio alla cara Ombretta, per avermi nuovamente donato il premio Versatile Blogger; uno alla tenera Daniela, per avermi assegnato il premio Liebster award. Infine un bacione alla mia Vivi, che mi ha donato il premio Super Sweet Blogging.

Siete dei tesori! Purtroppo il tempo a disposizione non mi permette di rispettare eventuali regole a riguardo, pertanto mi scuso immensamente. 
Dedico comunque a tutti voi questi premi che ho davvero apprezzato.
Grazie anche a te, Andrea, per aver pubblicato la mia ricetta precedente sulla tua pagina facebook: sei stato proprio gentile! :)

Infine, mi dispiace moltissimo di non aver risposto singolarmente a tutti i vostri commenti, come di solito amo fare: avrei voluto scrivervi davvero con tutto il cuore. Purtroppo è da qualche giorno che manco completamente, per cui non posso nemmeno passare a trovarvi sui vostri splendidi blog. 
Temo che ancora per qualche giorno non potrò esserci, ma vi ringrazio per essermi sempre accanto, nonostante tutto. 
Un pensiero particolare va alla mia tenerissima Sabi, alla cara Ilaria, alla dolce Pat e alla mia Lieta, per i bei pensieri che mi hanno donato. 

Un abbraccio a tutti e spero di tornare presto, molto presto da voi! 
Un bacio di turchese e nuvola, con affetto sincero.


domenica 31 marzo 2013

Farfalline al farro integrale, fiori di malva e fragoline di bosco. Buona Pasqua!

Un giorno il vento sussurrò in un battito d'ali: <Tieni sempre presente la vita di una piccola farfalla. E' breve, dura solo un giorno; poi cessa di esistere. In quell'unico giorno di esistenza, tuttavia vola fiera e leggiadra; è luce viva, energia e gioia di vivere. Le basta amore per essere felice, non si preoccupa d'altro: non conosce la noia, l'invidia, la cattiveria. Non fa pensieri tristi, pensa solo a vivere intensamente il tempo che le è stato donato, apprezzando la bellezza di ciò che la circonda. Fai ogni giorno della tua vita qualcosa di unico e speciale: vivi ogni giorno come un giorno da farfalla>.


Ed è questo l'augurio profondo che voglio farvi, nel tempo in cui la terra inizia a destarsi da un lungo e profondo sonno: ogni momento, ogni istante, vorrei fosse per voi un 'giorno da farfalla'. Perchè troppo spesso il tempo scorre, mentre ci illudiamo di vivere quando stiamo solo 'esistendo'; mentre ci dimentichiamo quale sia il valore vero di un respiro, che abbraccia il turchese per riempirci l'anima, nella semplicità pura di una gioia che sgorga dal cuore come spuma di ruscello. Perdiamo momenti unici solo per dedicarci alle discordie, all'invidia, alle vendette e ai rancori; soffochiamo nella noia, in un grigiore che ci impedisce di volare, proprio su quei boccioli che brillano di rugiada e umido cielo. Sprechiamo energie solo per costruire altre catene, quando potremmo invece adoperarle per vivere intensamente il 'nostro tempo', per donare e ricevere amore; per danzare con leggiadria ricamando l'aria, fresca e vigorosa, di una nuova primavera. 
Ogni istante che ci è dato di vivere è qualcosa di irripetibile, non tornerà più. E' importante non sprecarlo e viverlo al meglio, riempiendolo di ricordi e di emozioni meravigliose. Perchè ogni giorno il presente divenga il nostro passato domani, senza tristezza o rimpianti; perchè diventi una favola splendida da narrare alla fine del nostro cammino.
Un volo d'affetto, leggiadro e soave, per augurarvi una Pasqua meravigliosa e piena d'amore. Possa questa festa ricordarvi che ogni cosa ha diritto ad una rinascita, sbocciando a nuova vita nel cuore. 
Vi voglio tanto bene!

p.s. Grazie Sabi mia.. le tue cannucce sono un incanto! :)

Farfalline al farro integrale, fiori di malva e fragoline di bosco

70 gr di farina di farro integrale (Baule Volante)
40 gr di amido di mais 
1 tuorlo
1 punta di bicarbonato
1 pizzico di sale
1 cucchiaio di latte di riso
50 gr di burro (o margarina 100% vegetale)
40 gr di zucchero 
fiori di malva essiccati e frantumati q.b.
confettura di fragoline di bosco (Rigoni Asiago)

Mettere nella planetaria il burro ammorbidito e lo zucchero e montare fino a che non si otterrà un composto spumoso. Aggiungere il tuorlo e continuare a montare. Aggiungere le farine, il bicarbonato, il sale e i fiori di malva essiccati e frantumati. Unire il cucchiaio di latte di riso e amalgamare fino ad ottenere un composto piuttosto liscio e omogeneo.
Stendere l'impasto ad uno spessore di ca. 2/3 mm. e tagliare tanti biscotti con un coppapasta a forma di farfalla, che disporrete su una teglia coperta da carta da forno. Con delle formine più piccole, praticare delle decorazioni su metà delle farfalle, che una volta cotte appaierete a due a due. Cuocere in forno a 180°C per ca. 8/10 min. Estrarre dal forno e fare raffreddare completamente (i biscotti saranno molto fragili da caldi!)
Unire le farfalle con della confettura di fragoline di bosco e spolverizzare con zucchero a velo. 

So che avresti preferito dei lievitati, ma il tempo purtroppo non me lo ha permesso amica mia! Volevo comunque dedicarti un sorriso dal cuore, un pensiero pieno d'affetto. Per te questi biscottini dal gusto confortante, semplice. Dal profumo d'infanzia e di sogni. Per il tuo giveaway!


Ringrazio inoltre, come sempre, le dolcissime amiche che mi hanno pensata dedicandomi nuovamente dei premi. Grazie alla tenera Dona che mi ha assegnato nuovamente il Premio dell'amicizia Blogger e grazie anche alle care Emanuela, Consuelo ed Angelica per avermi pensata nell'assegnazione del premio Very Inspiring Blogger; un abbraccio alla meravigliosa Mrs Deer che mi ha donato il premio Versatile Blogger e alla cara stellina Gre che mi ha pensata facendomi nuovamente dono del premio Liebster Award!


Il vostro gesto è stato davvero carino, prezioso e importante! Siete state dei tesori e ricambio questo affetto con tutto il mio cuore!

Avrei voluto passare da ciascuna o ciascuno di voi singolarmente, per lasciarvi i miei più cari e sentiti auguri. Purtroppo non ce l'ho fatta ma vi assicuro che nel cielo ho lasciato un pensiero per ognuno: possiate passare una giornata tra le sorprese più belle e il calore più intenso. Spero quanto prima di poter tornare ad essere più presente! 
Un abbraccio grandissimo e buonanotte, anche se... per la gioia di tutti si dorme un'ora meno! :)


sabato 16 marzo 2013

Umido di mare allo zenzero e germogli di soia, radice di daikon e salsa teriyaki


Le rosse foglie dell’antico acero tenevano il capo chino, pensoso, gocciolante sotto un’impalpabile e lieve pioggerella diffusa. Piccole chiome infuocate, di un vermiglio mai spento, accendevano la cupa atmosfera di un pomeriggio carico di nubi. Un lento e sommesso scrosciare si confondeva coi liquidi gorgoglii dell’acqua che giungeva in malinconici rivoli al terreno, per scivolare silenziosa e sinuosa come lacrime sul viso di un saggio. Qua e là, tra passi in pietra scura e piccoli pontili, tappeti di muschio odoroso rendevano gentile il prato, emanando un intenso e selvatico sentore di umidità; possenti e vigorose felci, dalla folta chioma verdastra, scuotevano il capo sotto le frequenti raffiche di vento, imponendo fiere la loro presenza accanto ad un modesto tempio in legno e pietra, vagamente somigliante ad una pagoda.
Shimomura restò a lungo in attesa, con lo sguardo perso oltre l’engawa, la sobria veranda che si apriva verso il giardino: respirò profondamente quel profumo cupo e silvestre di pioggia, fino a sentirne l’umidità nei polmoni e nelle ossa; pensò che una nuova primavera era ormai giunta, mentre osservava ammirato i segni del lungo e rigido inverno sulla corteccia di un altero e placido abete: quella chioma sempre verde non conosceva il visibile invecchiamento che aveva invece dipinto i suoi capelli di cenere; quella corteccia era insensibile agli attacchi del tempo impietoso, che a poco a poco aveva invece annebbiato la sua vista umana.
Sospirò e annuì, malinconicamente consapevole dell’incessante passare delle stagioni. 
Eppure era sereno: lo era sempre stato, ogni giorno della sua vita.
Avrebbe continuato a lungo il suo silente colloquio con il creato, ma un improvviso boato in cielo lo destò da un apparente sonno dei sensi: la pioggia aumentò di intensità e per l’anziano venne il momento di ritirarsi. Si voltò lentamente e varcò la soglia della sua abitazione, chiudendo alle sue spalle la sottile ma resistente shoji in legno pallido; davanti a sé, un modesto tavolino scuro era già apparecchiato con piccole e lucenti ceramiche corvine, accanto ad un vaso in cui faceva bella mostra di se un meraviglioso bonsai nel pieno del suo vigore.
Shimomura si sedette così composto, portando la mano al coperchio del bollente donabe smaltato; con grazia ed eleganza, vi intinse un mestolo e ne versò il contenuto nel piccolo sakazuki nero: un delicato sentore di zuppa di mare pervase la stanza, ricordando a Shimomura un’infanzia povera e contrastata, presso una famiglia troppo numerosa perché ci fosse tempo per occuparsi l’uno dell’altro. Ricordò d’essere cresciuto senza radici, senza solide basi, ignorando il suo valore intimamente umano; la sua anima si sarebbe certo perduta se non fosse stato per quel saggio maestro che risvegliò in lui la consapevolezza profonda di quale immenso dono fosse la vita.
<Non puoi conoscere come prenderti cura di te stesso, se non ti occuperai prima di questa> gli disse un giorno, facendogli dono di una contorta radice confinata in un vaso <Ogni volta che ascolterai i suoi sussurri, apprenderai qualcosa di ciò che sei tu>.
Il maestro Yagyu non pronunciò altre parole, mentre sondava con profonda severità lo sguardo vacuo e confuso di Shimomura, allora poco più di un bambino. Eppure da subito il ragazzo cominciò inaspettatamente ad apprendere, passo passo, ad ogni viva foglia che spuntava da quel fragile tronco; ad ogni ramo che si allungava oltre la radice.
Il vecchio Shimomura accarezzò amabilmente il suo rigoglioso bonsai, poi raccolse le bacchette dal tavolo e le immerse nel odoroso intingolo bollente, portandole infine alla bocca.
Quella pianta dalla fibra forte e dalle foglie verdeggianti era senza dubbio la rappresentazione di un universo a se stante, la personificazione in miniatura di un’energia molto più grande, condensata nei tronchi di giganteschi alberi secolari;  era lo specchio della condizione umana, in cui ciascun essere non è che un mondo unico e irripetibile che si esaurisce solo in se stesso.
L’anziano aveva passato la sua esistenza a plasmare il prezioso bonsai, imparando che la vita è come un’opera d’arte mai finita; un capolavoro che non può sfuggire a modificazioni continue, a ripetuti stimoli a cui adattarsi, senza trovare mai una forma definitiva. Se non alla morte.
Perché è solo alla fine che ogni cosa acquista un senso.
Aveva compreso l’importanza del dolore, perché solo tramite questo la radice aveva la possibilità di sopravvivere; solo attraverso tagli e potature, attraverso l’eliminazione definitiva di alcuni rami e il ridimensionamento di altri, aveva possibilità di non soccombere e di sbocciare a nuova vita.
Perché la sofferenza talvolta è necessaria, per recidere i legami col passato che non appartiene più ad un’anima; per eliminare quei rami che non hanno più senso d’essere. Perché lasciarli in loco può evitare il dolore e il bruciore di una ferita aperta, ma a lungo andare può portare alla morte della radice.
Un’azione drastica, forse, ma che aveva opportunamente ritenuto fondamentale per crescere in pace con se stesso, con quelle esperienze di vita che lo avevano rafforzato e messo alla prova: proprio come i sinuosi fili di metallo che aveva avvolto attorno alle propaggini del bonsai per modificarne l’andamento e conservarne l’armonia, era riuscito con saggezza a trarre il meglio da ogni evento, divenendo una solida creatura dalle braccia protese verso il sole; verso quella luce che eleva lo spirito ai più alti livelli di saggezza.
Shimomura aveva fatto di quella pianta una fonte di conoscenza, benedicendo le profonde sabamiki incise sulla sua grinzosa scorza; amando quelle ferite che avevano messo a nudo il legno della sua creatura, rendendola forte e fiera come non mai; donandole un aspetto più vissuto forse, ma conferendole anche un ineguagliabile temperamento. E sapeva che nel tempo, in un soffio di eternità o in un impalpabile alito di vita, quella corteccia sarebbe stata per sempre anche la sua.



Un maestro di spada, ormai anziano, dichiarò: <Nella vita, ci sono diversi gradi di apprendimento. Al primo si studia, ma non si ricava niente e ci si sente inesperti. Al livello intermedio l’uomo è ancora inesperto, ma consapevole delle proprie mancanze e riesce anche a vedere quelle altrui. Al livello superiore diventa orgoglioso della propria abilità (…). Costui ha valore e si comporta come se non sapesse nulla. Questi sono i livelli in generale. Ma ce n’è uno che li trascende, ed è il più eccellente tra tutti. Chi penetra profondamente in questa Via è consapevole che non finirà mai di percorrerla. Egli conosce veramente le proprie lacune e non crede mai, per tutta la vita, di aver raggiunto la perfezione. Senza orgoglio, ma con modestia, arriva a conoscere la Via>.
Si dice che una volta il maestro Yagyu osservò: <Io non conosco il modo di sconfiggere gli altri, ma la Via per sconfiggere me stesso>.
Il Samurai avanza giorno dopo giorno: oggi diventa più abile di ieri, domani più abile di oggi. L’addestramento non finisce mai.

Yamamoto Tsunetomo (1659), Hagakure. Il libro segreto dei samurai.

Umido di mare allo zenzero e germogli di soia, radice di daikon e salsa teriyaki

250 gr di cozze sgusciate
250 gr di vongole veraci (con guscio)
200 gr di mazzancolle
1 radice di daikon
1 piccola cipolla bianca
1 cucchiaino di zenzero fresco tritato
1 cucchiaino di amido di mais
125 gr di germogli di soia
2 cucchiai di salsa teriyaki
Acqua q.b.
Sale q.b.
Olio q.b.

Tagliare la cipolla a cubetti regolari, metterla in una padella antiaderente piuttosto larga e aggiungere dell’acqua, dell’olio e un pizzico di sale. Cuocere fino a che la cipolla non sarà appassita. Aggiungere le cozze, le vongole e le mazzancolle.
Continuare la cottura per altri 15 min. ca.
Nel frattempo lavare la radice di daikon, pelarla e tagliarla a rondelline. Con un coppa pasta a forma di fiorellino ritagliare da ogni rondella un fiore e ridurre in cubetti regolari i ritagli. Aggiungere il tutto al contenuto della padella, avendo cura di rabboccare con un poco d’acqua per far si che il misto di mare non asciughi mai completamente. Sciogliere in un bicchiere d’acqua il cucchiaino di amido di mais e i due cucchiai di salsa teriyaki, poi versarlo nella padella. Unire infine i germogli di soia e lo zenzero, continuando a mescolare fino a che non si otterrà un brodo piuttosto denso e cremoso. Spegnere la fiamma e servire tiepido in tavola. Se gradite potete accompagnarlo con una ciotola di riso bianco. 

Anche se non l'avevi richiesto... per te, questo piatto dai profumi orientali, mia dolce Vaty! Una piccola ma sentita dedica per il tuo tenerissimo Giveaway pasquale! Di sicuro in extremis, ma non potevo mancare proprio per te, tesoro. 


Con questa ricetta dono anche un primo contributo al nuovo contest della mia Ale, di 'Dolcemente inventando'. Quando ho pensato a questo piatto mi sono lasciata ispirare dalla saggezza profonda di un antico scritto; le ricette di paesi lontani sono per me fonte di conoscenza e di arricchimento. Ho immaginato semplicemente di essere lì, accanto al vecchio Shimomura, per respirare una pioggia benedetta e ricca di saggezza. Condividerla era il minimo che potessi fare. Ti abbraccio forte forte!



Non potrei infine mancare nel ringraziare la carissima Tonia de 'Gli assaggi di Tonia', per avermi donato nuovamente il premio Dardos; le tenere Isa di 'Isa Magicomondo', Luna de 'I Barbapasticcetti', Mary di 'Delizie & Bijoux', Carmen di 'Chiacchiere in cucina' e Vale di 'Condividendo passioni', per il pensiero che hanno avuto nell'avermi pensata ancora nell'assegnazione del premio dell'Amicizia Blogger.


Tutto l'affetto che voi mi donate lo porto nel cuore e lo apprezzo moltissimo. Sappiate che lo ricambio sinceramente e spero possa giungervi mille volte tanto! 

... quasi non ci speravo, ma sono finalmente riuscita a postare qualcosa. 
Nell'attesa che tutto torni alla normalità, a ritmi più vivibili, vi abbraccio con tanto bene e vi auguro un felice week end! A lunedì! 


domenica 3 marzo 2013

Conchiglie agrumate al mais, ganache all’arancia e perle di cioccolato bianco al cocco


L’anziano marinaio poggiò la vecchia lanterna accanto a se, sull'umido e rugoso legno del molo. La calda e rosata fiamma del moccolo tremò, sfarfallando sotto le dita di una salmastra brezza serale.
La luna, alta nel cielo, vegliava sulle onde col suo sguardo luminoso; le sue splendenti ancelle liberavano le loro risate d’argento sulla superficie dell’acqua, mentre i ritmici gorgoglii delle onde rompevano un silenzio assordante, quasi surreale. Avvolto dalla cerulea aura lunare, il vecchio Alvin sospirò, perdendosi nella profondità di un orizzonte dall'anima nera. Respirò intensamente, inebriandosi dell’acuto e salmastro odore di salsedine, socchiudendo gli occhi come rapito dalla voce di un’incantevole sirena.
Da quando era nato, il mare era stato la sua casa. Il suo porto. La sua realtà. E l’uomo amava ricordarla, seduto ogni notte su quella scricchiolante banchina: dismessa e pericolante, con profonde e marcate solcature, pareva essere lo specchio della sua anima. Alvin accarezzò teneramente le venature delle assi, poi portò la mano al volto e passò sotto alle dita le profonde rughe che segnavano il suo volto. Sentì il cuore battergli forte, mentre ricordò il tempo passato e i fantasmi della sua memoria. Si rivide d’un tratto ragazzino, su quel molo, davanti a delle onde che avevano il ritmo del suo cuore: burrascoso, cupo e intriso di dolore. Rimembrò la sensazione di solitudine e di smarrimento che provò quando scoprì che la marea aveva inghiottito per sempre suo padre e il peschereccio, durante una forte tempesta; pensò a quanto odio aveva provato per quell'immensa distesa d’acqua, che pensava non sarebbe più riuscito ad amare. E poi portò alla mente lei: quella benedizione che giunse nel silenzio, nella piena delle sue lacrime, per sedersi accanto a lui nella sua innocente e fiera giovinezza; quella piccola ragazzina dai capelli color del sole, vaporosi e scarmigliati come spuma, dagli occhi blu come le onde.
Rivide la sua sottile e pallida mano tendergli quel dono che cambiò per sempre la sua vita e le sorti del suo destino, come una nave che improvvisamente scopre la forza del suo timoniere: era così dolce nella sua silenziosa presenza, così umile e aggraziata mentre era lì, fiduciosa, nell'attesa che lui raccogliesse quella splendida perla che lei gli aveva offerto nell'incavo della mano.
<Bianca, mia amata Bianca> sussurrò lievemente, lasciando scivolare sulla guancia una calda lacrima, stringendo forte nel pugno quel dono da cui non si era mai più separato: sebbene i suoi occhi fossero ormai offuscati per godere della lucentezza di quella madreperla, poteva ancora percepire la perfezione della sua sfericità.
<Nessuno è in salvo dalle asperità della vita> gli disse lei quel giorno <Nessuno può impedire al male di entrare nel nostro guscio. Siamo un po’ come le conchiglie che si celano tra queste impetuose onde. Prendi, questa è per te, per ricordarti che sei tu che puoi decidere sempre cosa fare di esso> aveva continuato, con voce sottile e intrisa d’affetto.
<Puoi decidere che il dolore ti graffi dentro, fino a farti morire; puoi scegliere di ascoltarlo fino a divenire sordo. Oppure puoi trasformarlo in qualcosa di meraviglioso, di unico e di perfetto, come riescono a fare anche le creature del mare: quando qualche corpo estraneo penetra nel loro guscio, esse morirebbero tra graffi e ferite se non si adoperassero per renderlo qualcosa di migliore. Le perle più belle, più rare e preziose, nascono così sai? Consapevole del fatto che non potrà semplicemente espellere ciò che gli da dolore, la conchiglia decide di avvolgerlo con la madreperla per renderlo docile e armonioso. Ed il male non è più male, diviene un miracolo d’amore per la vita.>
Bianca aveva sorriso largamente, pur con le lacrime agli occhi, comprendendo bene cosa fosse la perdita di una persona tanto cara. Alvin non era riuscito a dire allora una sola parola, combattuto tra la tristezza che lo stringeva forte come un artiglio alla gola e la dolce malinconia per ciò che aveva irrimediabilmente perduto.
<Ricordati sempre che anche tu puoi creare qualcosa di meraviglioso dagli eventi negativi, grazie alla forza vitale che porti dentro. Devi solo essere tu a decidere come adoperarla: non potrai mai espellere dal tuo guscio l’oscurità che inevitabilmente verrà a farti visita; però potrai avvolgerla di emozioni, di sentimenti, di piccoli miracoli che ti aiuteranno a renderla inoffensiva. Può essere che così diventi persino una risorsa, preziosa e lucente come un gioiello. Talvolta quella forza vitale potrà essere l’amore, talvolta il coraggio; talvolta la speranza, la pazienza. Altre volte potrà sublimarsi nell'intensità delle tue stesse lacrime, ragazzo triste. Ma è importante che tu non dimentichi di creare la tua perla da ogni esperienza della vita>.
Alvin non aveva mai dimenticato quelle parole, nessun istante della sua esistenza. Quel dolore non aveva mai lasciato il suo cuore ma l’amore che provava per suo padre e la necessità di continuare a vivere furono più forti dell’odio e della rabbia. Ne creò una perla, preziosa come la donna che da quel giorno divenne l’amore più grande della sua vita.
E ora la cercava ogni notte laddove l’aveva per la prima volta conosciuta, su quel molo ormai corroso dal sole e dal mare, tra le stelle e le onde impetuose. Là, in fondo all'orizzonte e nelle prime luci dell’alba, dopo il melodioso e ceruleo canto della luna, tra i sussurri incessanti della marea.
Perché Bianca era salpata molto prima di lui, verso l’eternità. E lui attendeva solo il momento in cui avrebbe chiuso gli occhi, felice, per raggiungerla su un nuovo molo e per dividere con lei ancora il giorno, ancora il cuore. Ancora l’anima.
Solo allora avrebbe fatto a meno di quella perla, poiché lui avrebbe finalmente ritrovato la sua.


Conchiglie agrumate al mais, ganache all’arancia e perle di cioccolato bianco al cocco
(dosi per ca. 8/9 conchiglie)

Per le conchiglie
60 gr di amido di mais (Molino Chiavazza)
50 gr di farina 00 (Antigrumi Molino Chiavazza)*
33 gr di zucchero
45 gr di burro freddo a tocchetti
1 tuorlo d’uovo
1 cucchiaio di latte di riso
5 gr di scorzette d’arancia e limone (BioVegan)
1 punta di cucchiaio di bicarbonato
1 pizzico di sale

* in caso si volesse preparare una ricetta senza glutine, è sostituibile con farina di mais fioretto o di riso.

Per la ganache all’arancia
100 gr di cioccolato all’arancia (Bramardi)**
100 ml di panna fresca

** sostituibile con cioccolato all’arancia senza glutine Venchi o da cioccolato bianco semplice (non verrà forse arancione, ma sarà gradevole ugualmente!)

Per le perle al cioccolato bianco e cocco
100 gr di cioccolato bianco (Venchi)
50 gr di cocco rapè

Zucchero a velo (a piacere)

Mettete nella planetaria lo zucchero e il burro e lavoratelo fino ad ottenere un composto piuttosto spumoso. Aggiungete il tuorlo e continuate a lavorare. Aggiungete infine la farina miscelata all'amido di mais, il bicarbonato, il sale e le scorzette di agrumi. Unite il cucchiaio di latte di riso ed attendete fino ad ottenere un composto liscio e compatto.
Ovviamente l’operazione può essere eseguita anche senza avere una planetaria.
Stendete l’impasto ad uno spessore sottilissimo, di ca. 2 mm. Ritagliate delle porzioni ovali di impasto e fatele aderire bene ad uno stampo per madeleines in silicone. Cuocere i gusci di conchiglia in forno caldo a 180° C per ca. 10 minuti. Estraete dal forno e lasciate raffreddare. Nel frattempo, sciogliete a bagnomaria il cioccolato bianco e mescolatelo al cocco rapè. Distribuitelo in stampi sferici per ghiaccio e metteteli in frigo a rapprendere, per creare le perle. Preparate infine la ganache all'arancia: scaldate la panna in un pentolino fino quasi ad ebollizione, togliete dal fuoco e sciogliete il cioccolato all'arancia tagliato a pezzetti. Montate il composto poggiando il pentolino in una ciotola con ghiaccio e inseritelo in una sac-a-poche.
Prendete i gusci di conchiglia e appaiateli a due a due. In una metà distribuite della ganache e appoggiateci una perla di cioccolato bianco. Richiudete con l’altro guscio e ponete in frigorifero prima di servire. Se gradite, potete servirle con una spolverata di zucchero a velo.

Sono per te, amica mia, queste dolci e lucenti perle. Perchè mi ricordano il tuo cuore, la tua anima preziosa. Queste ti porterei, con immenso affetto, se potessi gustare in tua compagnia un buon té caldo: ti donerei un po' del profumo del mare, un po' dei sogni dispersi nella spuma, un po' dello sguardo limpido e sereno del turchese che lo abbraccia; ti donerei la carezza impalpabile della sabbia color oro, per confortarti quando giunge inaspettato un vento freddo e solitario.
A te che sai dipingere i desideri più profondi dell'anima e che sai interpretare l'incanto plasmandolo con talento e grazia. A te, Micol, perchè l'amore e la speranza siano sempre più forti del dolore che talvolta ci capita di incontrare: perchè siano mezzo e conforto per trasformare in meraviglia ogni difficoltà, ogni preoccupazione o sofferenza. Voglio per te la gioia più piena, amica mia! Ti voglio bene!

Eccomi presente al tuo gradevole invito. Con questa ricetta festeggio con te il tuo primo anno di blog!


E non potrei mancare nemmeno alla parola data alla dolce Silvia, di 'Perle ai Porchy': con queste conchiglie agrumate partecipo anche al tuo bellissimo contest di presentazione



Spero vivamente che ti piacciano e ti mando uno stretto abbraccio.

Ringrazio infine la cara Carmen di 'Chiacchiere in cucina' e la tenera Maddy di 'La Cucina Scacciapensieri' per avermi pensata assegnandomi nuovamente il premio Liebster award.


Il vostro pensiero è stato dolcissimo e mi fa sempre piacere accoglierlo e tenerlo nel cuore! Grazie, grazie infinite!
Un bacio grande, vi auguro un felice inizio di settimana... sperando in tempi sicuramente migliori! :)

martedì 19 febbraio 2013

Dolce di pere all’acquavite con farina di grano saraceno, avena e crema di riso vanigliata


Un luminoso raggio di luce attraversò l’antica bifora in pietra, esplodendo in una lieve e polverosa aura soffusa. Un confortevole tepore iniziò a diffondersi nell'aria del primo mattino, illuminando l’antica cappa della sala, sorretta da quattro robuste colonne in marmo; sotto di essa un timido fuocherello già scoppiettava, carico di legna umida e fumosa.
Frate Giustino si aggiustò la bruna e lunga tunica e porto le mani al viso, soffiando all'interno di esse e fregandole, per cercare di riscaldarle in attesa che il sole abbracciasse completamente la stanza, stendendosi sugli archi a volta che decoravano la cucina dell’antico monastero.
Sui grossi tavoli di pietra levigata, il frate aveva già disposto farine e stoviglie. Dopo le laudi mattutine e la liturgia dell’ora Prima, si era affrettato a miscelare gli ingredienti all'interno del grosso paiolo in ceramica grezza, amalgamando con cura il cremoso composto di avena e grano saraceno. Avrebbe voluto terminare la preparazione del dolce prima dell’ora Seconda, ma attendeva trepidante l’arrivo del contadino del borgo che l’avrebbe finalmente rifornito di ogni primizia dell’orto.
Fortunatamente, non passò molto tempo prima che Frate Giustino sentì bussare alle grandi porte in legno massiccio della cucina.
<Clemente!> esclamò gioioso aprendo le braccia, vedendo far capolino dall'uscio il buon contadino con una grossa cassa in legno <Entra pure, ti aspettavo!>
Il frate fece rapidamente posto su uno dei tavoli e iniziò ad osservare curioso il contenuto della cassetta. Entusiasta e fiero del dono ricevuto, notò subito delle sode e lucide pere mature: iniziò a passarle tra le mani, ancora calde della prima luce solare.
<Ecco. Queste fanno proprio al caso mio: creerò una vera prelibatezza!> sentenziò soddisfatto <Vedrai che profumo pervaderà presto i corridoi del monastero!>
Ma il contadino parve non cogliere quella gioia che illuminava il volto del giovane frate, che ben presto se ne accorse.
<Mio buon amico> disse Giustino rabbuiandosi un poco <Qualcosa ti turba, stamani?>
Il povero Clemente passò una mano dietro al collo, massaggiandosi nervosamente la nuca; si strinse un poco nelle spalle e iniziò a fissare le fredde pietre della pavimentazione. Abbozzò un imbarazzato sorriso e poi, cercando malamente di dissimulare una profonda tristezza, si tolse la cuffia di cuoio e la accartocciò timidamente tra le mani.
<No è che…> sussurrò lentamente <Frate Giustino, voi che conoscete meglio di me le vie del Signore, sapete dirmi come ottenere il massimo dalla vita?>
Il frate aggrottò dubbioso le sopracciglia, rifletté qualche istante e poi domandò: <Amico mio, cosa intendi esattamente per il massimo che si può ottenere dalla vita?>
Clemente sospirò e aprì umilmente il suo cuore tormentato.
<Vedete è che ogni giorno, mentre mi prendo cura del mio terreno, dissodando zolle sotto il sole cocente, ho modo di riflettere molto sul destino della gente. Vedo spesso passare persone che desiderano raggiungere grandi obiettivi, trasformando i loro sogni in ideali: infine, in un modo o nell'altro, essi divengono sempre realtà. Osservo ammirato cavalieri, pieni di onore e di gloria; noto potenti feudatari a cavallo, che detengono immense ricchezze: dai piccoli signori che erano, eccoli divenire personalità d’alto rango. Vedo dame che passeggiano nobili e fiere del loro status raggiunto, così come giovani sacerdoti che divengono infine vescovi, carica ambita da una vita. Ho assistito passo passo al loro divenire, giorno dopo giorno; stagione dopo stagione; anno dopo anno. E mentre loro divenivano ciò che sono, io ero sempre lì, in quell'immenso appezzamento di terreno, con la vanga in mano e i miei desideri nel cuore. In certi momenti mi assale proprio la malinconia, saggio Frate Giustino> raccontò, con un nodo in gola <Perché ho tanto sognato anche io da ragazzo, ho tanto desiderato anche io divenire capace di grandi cose. Ed eccomi qui, invece: un debole e povero contadino, che a fatica ricava dal terreno il poco che gli serve per il sostentamento. Forse non sono meritevole, davanti agli occhi di Dio?>
Il frate sorrise bonariamente, colto da un’improvvisa tenerezza nei confronti di quell'uomo dall'anima semplice.
<Buon amico, che vai dicendo? Pensi che il Signore guardi i suoi figli con occhi diversi, regalando gloria a taluni e ad altri miseria?> soggiunse, appoggiando amichevolmente una mano sulla sua spalla <E se gli occhi ciechi fossero i tuoi?>
Clemente strinse gli occhi, tentando di ragionare sulle parole dell’amico frate che gli porse una delle sue succose pere.
<Guarda, osserva la perfezione e la cura con cui questo frutto ha preso vita. E’ così bello perché tu l’hai permesso. Credi che un contadino qualsiasi sarebbe capace di ascoltare la voce della terra, delle sue stagioni e le sue esigenze meglio di te?> gli sussurrò amorevolmente.
<La verità è che ad ognuno di noi è dato un talento e poi una vita intera per scoprirlo ed elevarlo al cielo. Ognuno di questi è importante in egual modo, ha la stessa dignità e la medesima importanza al cospetto di Dio. Egli ci rende capaci di dare il massimo in ciò che sappiamo fare meglio, regalandoci l’opportunità di realizzarci per quello che realmente siamo: ecco dove si nasconde la vera gioia dell’esistenza. Scoprire con sorpresa una nostra capacità, per la quale diveniamo unici indipendentemente dalla nostra volontà; essere fieri di dare il meglio in qualcosa che ci è stato permesso fare. Ci sono donne che sono madri da una vita, per scelta o per destino, e scoprono d’essere ineguagliabili nel farlo; ci sono saggi a cui è stato dato il dono della parola e non sanno che adoperare quella: dovrebbero sentirsi falliti perché sanno usare meglio l’intelletto che le braccia? Ci sono persino uomini come me che riescono a sentirsi felici solamente pregando, soltanto creando piccole bontà in grado di allietare l’animo e il palato dei miei fratelli. Credi sia inutile? Credi sia poco? Troppo spesso aneliamo al potere e al successo come fossero le uniche cose per le quali valga la pena sentirsi vivi, come fossero le uniche cose che ci permettono d’essere qualcuno. E guardando sempre più in là, come se la vita di un solo individuo fosse l’esempio per quella di tutti, ci dimentichiamo cosa siamo già. Non ci accorgiamo delle nostre concrete potenzialità.>
Frate Giustino si diresse lentamente al tavolo, impugnando un vecchio coltello in ferro.
<Ogni cosa è relativa, mio caro Clemente. Pensaci. Non serve che diveniamo tutti dei re> aggiunse, dando un taglio deciso ad una delle morbide e dolci pere, che cadde sul piano riversa in due metà.
<Forse ti manca solamente di accorgerti di ciò di cui sei capace. E di sentirti fiero di te per questo>.
Il buon contadino tacque. Poi osservò il cesto pieno di fresche primizie che aveva da poco depositato sulla sommità del tavolo e una sorta di orgoglio lo pervase, mentre iniziò lentamente a riflettere.
<Beh> disse d’un tratto il giovane frate, vedendolo ancora immobile con lo sguardo fisso nel vuoto <Adesso che fai, ancora fermo lì? Devo mettere subito a cuocere questo dolce e ho un bel po’ di pere da sbucciare, prima che arrivi la Seconda. Vogliamo scoprire se il Signore ti ha affidato anche un talento come cuoco?>
Clemente sobbalzò. 
E Frate Giustino rise, caldo e sereno, come il sole che aveva ormai abbracciato i campi attorno al monastero.


Dolce di pere all'acquavite con farina di grano saraceno, avena e crema di riso vanigliata

3 pere angelys
2 uova
200 gr di farina 00 (Antigrumi Molino Chiavazza)
30 gr di farina d’avena (Ecor)
40 gr di farina di grano saraceno (Ecor)
30 gr di maizena
230 gr di crema di riso alla vaniglia (BIO RiceDessert The Bridge)
½ bustina di lievito in polvere
100 ml olio di semi
120 gr di zucchero di canna (Eridania Cassonade)
80 gr di zucchero semolato
Vaniglia in polvere q.b. (Rapunzel)
Acquavite di pere williams q.b. (Papà Marcel)
1 pizzico di sale

Tagliate le tre pere a spicchietti regolari e irrorateli di acquavite a piacere.
Mettete nella ciotola della planetaria lo zucchero di canna, lo zucchero semolato e le uova e montate fino a che non si creerà un composto chiaro e spumoso. Aggiungete lentamente l’olio, la crema di riso e una punta di vaniglia in polvere a piacere. Continuate a montare. Unite poco per volta la miscela di farine a cui avrete aggiunto il pizzico di sale e il lievito in polvere. Una volta che avrete ottenuto un composto cremoso e omogeneo, prendete la metà delle pere precedentemente tagliate a spicchi e riducetele a cubetti piuttosto fini. Aggiungeteli all’impasto insieme al succo che l’acquavite avrà prodotto.
Rivestite con carta da forno una teglia rotonda da ca. 24 cm e riempitela con il composto. Decorate la superficie con le pere rimaste e spolverizzatele a piacere con altro zucchero di canna.
Cuocere in forno già caldo a 180°C per ca. 35/40 minuti. Per essere sicuri che il dolce sia cotto, fate sempre eventualmente la prova stecchino. 

....oggi è stata decisamente una giornata impegnativa. Non è sufficiente avere già troppi pensieri e vivere in un limbo piuttosto ansioso. Mancava solo che alle 11.00 di questa mattina si otturasse il lavello, andasse via la corrente, si spegnessero i termosifoni e mi saltasse completamente la linea telefonica. Fino alle 18.00 ho vissuto al buio (perchè ovviamente l'ultima torcia in casa ha deciso di non funzionare) con una piccola candela a fianco, che serviva come unico supporto per accendere i fornelli. Ho provato l'ebbrezza di un homo erectus alle prese con il fuoco. E che vogliamo fare? Sorridiamo ugualmente, prima o poi verranno tempi migliori! :)

Ringrazio di cuore la carissima Dona di 'Le amiche di Dona' per avermi assegnato nuovamente il premio Sunshine award. Sei stata dolcissima, amica mia! E grazie di cuore anche alla tenera Mony di 'Dolci Gusti' per avermi pensata nell'assegnazione del premio Very Inspiring Blogger award. Il tuo gesto e le tue parole sono state carezze, per me; la tua stima e il tuo affetto sono assolutamente ricambiati, con tutto il cuore, stella! 
Infine ringrazio la mia piccola Rosy di 'Rosaria Craft' e la dolce Anto de 'Il fantastico mondo di Antonella' per avermi donato il Premio dell'amicizia blogger: siete state tenere e gentilissime. L'amicizia per me è qualcosa di prezioso e il mio cuore ne conserva di pura e sincera per voi, amiche! Vi abbraccio forte!


Come sapete per me ora è difficile decidere a chi girare i premi, pertanto continuo a dedicarli a tutte voi, che riempite il mio cuore di affetto e di luce ogni giorno. Immensamente grazie! 

Mi scuso anche nuovamente se non riesco ad essere presente come vorrei, ma spero di poter presto dimenticare questi periodi un po' complicati. 
Vi porto sempre con me e vi auguro una notte meravigliosa! :)