lunedì 28 luglio 2014

Crema tiepida di miglio, agave e gelatina di rose con bastoncini croccanti ai mirtilli rossi

La luce pacifica del tramonto illuminò morbidamente il giardino del vecchio edificio in mattoni, mentre l’aria si vestì di una tenera aura dorata. Luminosi toni aranciati adornavano i profili delle foglie, delle alte cime dei tigli; qualche ape ronzava sognante tra i rami nodosi di un saggio glicine, mentre fitti cespugli di rose mostravano la loro abbondanza attraverso innumerevoli boccioli, contornati delicatamente da linee lucenti dipinte dal sole. Era uno spettacolo troppo bello per essere ignorato: fu così che Marica, lasciando per un attimo la sorellina Chiara a rincorrere alcune farfalle dalle ali turchesi, si fermò per un istante ad ammirarlo.
Rapita dal luccichio dei cristalli di rugiada tra le spine, osservò gli intricati disegni che i petali creavano al centro dei fiori; pensò a quanto somigliassero a soffici nuvole, impreziosite da gocce che parevano quasi minuti diamanti. La piccola accostò così il visino ad un bocciolo, chiudendo gli occhi e respirando profondamente la sua delicata fragranza; si abbandonò a quella sensazione meravigliosa, percependo un senso di quiete e di pace: il cinguettio degli uccellini, la brezza tiepida che le sfiorava il viso e quella sorta di silenzio che aleggiava tra gli alberi erano proprio un soffio di paradiso. Persino il rumore cadenzato e sottile delle cesoie di Guglielmo, l’anziano giardiniere, le pareva piacevole e rassicurante: spesso lo osservava mentre lavorava meticolosamente, ogni volta che accomodava le rose o potava qualche siepe.
Non sempre Guglielmo sembrava accorgersene, intento com’era ad occuparsi di foglie e fiori: eppure Marica pensò che forse, il più delle volte, non lo desse semplicemente a vedere, pur riconoscendo la presenza di qualcuno che lo stava osservando. Sentendosi improvvisamente sola, la bimba si voltò a cercare con lo sguardo la sorellina Chiara: dopo che la vide ai piedi della grande quercia del giardino, agitò il braccino per chiamarla; Chiara si alzò e raggiunse immediatamente sua sorella nel roseto: iniziarono così ad osservare insieme i gesti lenti e meticolosi dell’anziano Guglielmo, occupato come ogni pomeriggio a spruzzare dell’antiparassitario sul cespuglio di candidi boccioli.
Fu quindi inevitabile che, qualche istante dopo, l’uomo sentì addosso i soliti quattro, vispi occhietti, intenti a spiarlo: ma quel pomeriggio decise di interagire e si voltò verso di loro, sorridendo ad entrambe pacatamente. Marica e Chiara ricambiarono con timidezza, abbassando per un istante lo sguardo, nella tenera vergogna di essere state scoperte.
<Sono belle queste rose, non trovate?> disse ad alta voce Guglielmo, accarezzando delicatamente quella che teneva tra i rigidi guanti da giardino, mentre le bimbe annuivano con lentezza.
<Sapete, sono creature davvero speciali. E hanno un prezioso segreto> continuò.
<Davvero?> chiesero curiose le bambine, superando ogni introversione <E quale, possiamo saperlo anche noi?>
Guglielmo finse di pensarci un poco, sospirando dubbioso. Aggrottò le sopracciglia e arricciò le labbra sotto i folti baffi bianchi, con aria seriosa: ma quando vide Marica e Chiara deglutire col fiato sospeso, l’anziano giardiniere si lasciò andare ad una sonora risata.
<Ma certamente, perché no?> ridacchiò l’uomo, facendo loro cenno di avvicinarsi.
Le piccole si affrettarono a sedersi accanto a lui nell’erba e tesero attentamente le orecchie per ascoltarlo.
<Dovete sapere che le rose nacquero dal sogno di un bellissimo angelo, che un giorno decise di farlo divenire realtà: si impegnò quindi a forgiarle, perché fossero impalpabili e fragili come i desideri, adoperando veli di nuvole al tramonto e fili lucenti di ragnatele bagnate di rugiada. Adornò con esse i giardini della terra, pensando di fare cosa gradita ai figli del Signore; immaginò che gli uomini potessero essere grati di tanta grazia e bellezza, eppure presto si rese conto di aver commesso un errore. Come ogni essenza pura e gracile, furono purtroppo soggette alla cattiveria e alla crudeltà spesso tipiche di questo mondo: furono offese e maltrattate per egoismo personale; furono maneggiate con superficialità, strappate e tagliate, finendo per appassire lontane dai loro giardini.
Fu così che le rose iniziarono a soffrire, profondamente e intensamente, fino a far vincere il sentimento primitivo e graffiante del dolore: quella sensazione che, dopo tanto patire, riesce a rendere spietati anche gli individui più benevoli. Esse seguirono meramente l’istinto e si difesero, coprendosi di spine affilate e appuntite come spade: risposero al male, provocando altro male in chiunque avesse tentato di toccarle ancora.
L’angelo che diede loro vita si accorse allora che quelle non erano più le creature innocenti e leggere che aveva plasmato: si domandò come avrebbe potuto convincerle ad essere meno spietate, a tornare ad essere incantevoli come sogni, oltre che un sollievo per gli occhi e per l’anima. Pensò e ripensò a lungo, ci lavorò intensamente, cercando di levigare ogni spina e di renderle nuovamente aggraziate. Ma fu tutto inutile: le rose appassivano e ferivano chiunque tentasse di accostarsi a loro. Eppure fu proprio quando decise di abbandonare il suo capolavoro, affranto e abbattuto, che infine capì: nel suo progetto, visto e rivisto più volte, aveva tralasciato qualcosa di fondamentale. Solo quando per intercessione del Signore le dotò finalmente di un cuore, quando qualcosa palpitò calda nel centro dei loro petali, il suo sogno si concretizzò come da sempre lo aveva immaginato, trasformandosi nell’opera più bella mai vista.
Solamente allora queste creature iniziarono a profumare, regalando al mondo un miracolo celeste che inebriò l’aria.
Le rose, prima senza una vera e propria anima, capirono così tra un battito e l’altro che amare era l’unica vera difesa che avrebbero potuto adottare contro un’umanità così crudele e opportunista; decisero di imparare dal dolore, che spesso invecchia e abbruttisce, mantenendo le spine ma donando al contempo bellezza, gioia e carezze odorose. Decisero d’essere esempi, decisero di mostrare cosa fossero le virtù del perdono e del coraggio: non importa quanto male avrebbero potuto ancora ricevere, le loro spine sarebbero comunque restate monito ed arma; ebbero il coraggio di sfidare perennemente il gelo e la morte della terra, rifiorendo con testardaggine con l’ennesima bella stagione. Perché per vivere ci vuole proprio questo: testardaggine, coraggio e capacità di perdonare. Soprattutto, è necessario avere un cuore: lo stesso che questi fiori invitano insistentemente ad usare, troppo spesso dimenticato, per far sì che anche l’essere umano possa elevare la sua essenza emanando il profumo dell’anima>.
Marica e Chiara, finora perse nella voce rassicurante del vecchio Guglielmo, si guardarono emozionate e stupite. Poi osservarono ancora le rose che avevano attorno, con lo stesso sguardo luminoso di chi legge una bella poesia: potevano percepirne il delizioso e fresco profumo, emanato direttamente dai battiti di preziosi e palpitanti cuori fioriti.
<Ora che conoscete il segreto di queste creature> continuò il saggio giardiniere <fatene un buon uso>. Poi, prima di raccogliere le cesoie e di rimettersi nuovamente al lavoro, guardò negli occhi le bambine con amore e terminò: <Non dimenticate mai cosa significa avere un cuore, né soprattutto cosa significa usarlo; rimembrate in ogni istante di ascoltare ogni suo battito e di distinguervi nel dargli ascolto quotidianamente. Siate sempre come le rose: solo così, di fronte alle mille avversità della vita o ad un’esistenza spesso dura e faticosa, renderete comunque il giardino della terra il luogo più profumato e prezioso al mondo>.



Crema tiepida di miglio, agave e gelatina di rose con bastoncini croccanti ai mirtilli rossi

Per la crema tiepida
(senza glutine, senza lattosio, vegan)

500 ml latte di miglio (IsolaBio)
50 ml di sciroppo d’agave
1 cucchiaino di vaniglia naturale in polvere (Rapunzel)
3 cucchiai di gelatina di petali di rose (Favols)
25 gr di amido di mais


Per i bastoncini croccanti ai mirtilli rossi
(senza lattosio, vegan)

2/3 fogli di pasta fillo*
Zucchero di canna integrale (o normale se preferite) q.b.
Burro di soia (Provamel) o in alternativa margarina 100% vegetale senza grassi idrogenati, q.b.
Mirtilli rossi essiccati q.b.

* questi bastoncini croccanti non sono indicati per celiaci poiché la pasta fillo contiene, in questo caso, farina di frumento.

Preparare la crema mettendo in una casseruola il latte di miglio, lo sciroppo d’agave e la vaniglia. Portare quasi a bollore e aggiungere la gelatina di petali di rosa, mescolando finché non si sarà sciolta. Spegnere il fuoco e lasciare intiepidire. Versare il composto in una ciotola in cui avrete messo l’amido di mais, girando con una forchetta affinché non si creino grumi. Trasferire nuovamente il tutto sul fuoco, mescolando fino ad addensamento. Porre la crema a raffreddare in una ciotola, ben coperta a contatto con della pellicola alimentare. Una volta tiepida, porre in coppette e lasciare riposare fino a che non raggiungerà la temperatura ambiente**.
Dedicarsi quindi alla preparazione dei bastoncini in pasta fillo: tagliare i fogli in tanti rettangolini, cospargerli lievemente con un velo di burro di soia (o margarina vegetale) e di zucchero. Posizionare su ciascun rettangolo qualche mirtillo rosso, arrotolarli dal lato lungo e torcerli con delicatezza. Porre in forno caldo a 190°C per ca. 10/15 minuti, fino a doratura.
Servire le coppette di crema tiepida con i bastoncini croccanti.

** nulla vi vieta di gustarla anche fredda, se preferite. Ma abbiate pietà, qui è da un mese che piove e pare novembre, con gocce d’acqua che sembrano padelle. L’estate finora non l’ho mica vista.. e beviamo ancora cioccolata calda...

Siate sempre come le rose. Possiate ricordare quanto amare sia l’unica grande risorsa contro l’aridità e il male; possiate percepire sempre ogni battito del cuore, ascoltarlo e assecondarlo ogni giorno, a tal punto da inebriare permanentemente il mondo con lo splendido, indistinguibile profumo della vostra anima.

…e un pensiero speciale va chiaramente alle due splendide bimbe di questo racconto che, con la loro adorabile mamma, non mancano mai di sognare e fantasticare con me e con le mie storie!

Anche se purtroppo è spesso ormai difficile trovare del tempo per rifugiarmi nel mio amato bosco, non manco di passarci appena posso: i giorni, le settimane o i mesi passati sembrano così essere stati meno lunghi e mi pare di avervi lasciato solamente ieri.
Vi abbraccio tutte/i con affetto e, come sempre, a presto. Lo spero davvero.


venerdì 9 maggio 2014

La treccia semintegrale del buon Bartolomeo

Cautamente, dopo l’annuncio altisonante e severo di un giovane araldo, Bartolomeo fece il suo ingresso nell'imponente sala del trono. 
Due grandi porte in legno e ferro battuto si aprirono cigolando, battendo sugli stipiti con un tetro eco per poi richiudersi sorde dietro le sue spalle: il povero contadino restò un attimo interdetto, spaesato e sopraffatto dal silenzio cupo di quel luogo. Per qualche istante ebbe la strana sensazione di essere stato inghiottito da un gigantesco mostro dalle fauci rocciose, dal quale non poteva avere più scampo: pacatamente sospirò e abbassò il cappuccio appuntito della sua pellegrina, osservando un poco intimidito ciò che si parava dinanzi ai suoi occhi. 
Il sole alto e rovente di mezzogiorno filtrava attraverso grandi bifore in pietra che si aprivano sulle robuste pareti, illuminando in altezza le massicce colonne portanti della struttura; variopinti giochi di luce ricamavano l’aria grazie alla presenza di complesse vetrate, sulle quali comparivano aggraziate dame dall'abito turchese e cavalieri possenti nelle loro corazze d’acciaio. Tra gli archi di sostegno, enormi arazzi purpurei e finemente ricamati dondolavano compostamente alle carezze del vento, sfiorati dai bagliori di quella luce potente e dorata; parevano abbandonarsi all'opulenza di quell'atmosfera, proiettando distrattamente cupe ombre sul lucido pavimento di porfido chiaro, coperto da una lunga stuoia cremisi. 
Bartolomeo deglutì, quasi timoroso di spezzare quell'equilibrio di elementi così maestoso e al contempo così fragile. Si fece coraggio e, chinando il capo in segno di rispetto, iniziò ad avanzare prudentemente: un passo dopo l’altro, i suoi vecchi stivali di cuoio raggiunsero il centro della sala, dove una voce squillante gli intimò improvvisamente di fermarsi. L'uomo allora alzò lo sguardo e poté vedere con più chiarezza il suo sovrano, seduto su un largo trono di marmo venato di grigio; ricche decorazioni in opus sectile adornavano la scalinata e la base della seduta, incorniciata da un’esedra finemente lavorata con tessere musive in oro e pietre preziose. Il regnante, avvolto in una lunga mantella scura sormontata da pelli di volpe, voltò il suo viso tondo e pasciuto verso il contadino; poi, con aria stanca e annoiata, sbadigliò.
<Chi siete e perché siete venuto al mio cospetto quest’oggi, sottraendomi del tempo prezioso per gli affari del regno?> gli disse distratto re Rubilante.
<Sono Bartolomeo di Amberg, Sua Maestà> sussurrò umilmente il buon contadino <Provengo dal borgo quaggiù per chiedere il vostro aiuto, se mi è concesso.>
Il sovrano giocò con i suoi larghi baffi e sorrise beffardamente sotto di essi.
<Che mai potrei fare per voi?>
<Quest’anno i miei raccolti sono stati pessimi, il tempo non è stato clemente e le mie piantagioni sono state distrutte. Non avrei certo voluto disturbarvi, ma non ho di che sfamare la mia famiglia e i miei figli: il più piccolo, poi, è molto malato e temo che senza energie non possa superare l’inverno> gli confidò Bartolomeo, con la voce rotta dall'angoscia <Vi prego, faccio appello al vostro buon cuore. Fornitemi un poco di cibo e di sostentamento!> continuò il povero contadino, cadendo sulle ginocchia e supplicandolo intensamente.
Il regnante dapprima restò in silenzio, poi sgranò gli occhi e iniziò a ridacchiare incredulo.
<Se dovessi dare qualcosa a tutti quelli che si inginocchiano dinanzi a me, credo che renderei povero me stesso e tutte le terre di Baviera!> gli disse arcigno <Questo è il mio regno, Bartolomeo di Amberg, e le cose qui funzionano così!> continuò, levando ogni speranza a quell'uomo disperato, che fu costretto a fare ritorno alla sua casa affidandosi solamente alle braccia del destino.
Eppure si sa, è proprio la sorte che riesce ad essere imprevedibile e mutevole, talvolta più giusta e imparziale della mente di qualsiasi essere umano. I mesi passarono e giunse il tempo del cambiamento: il regno di Rubilante cadde in rovina e, perso ogni titolo e gloria, la sua casata lasciò onori e oneri ad un’altra casa regnante. Il vecchio sovrano, ormai privo di averi e di ricchezze, provò per la prima volta cosa fosse la fame, il freddo, la solitudine; vagò come un mendicante in cerca di aiuto, affrontando le conseguenze del cuore di pietra che aveva avuto con i suoi sudditi: stanco e malandato, una notte di maggio si accasciò di fianco ad una piccola recinzione in legno, indebolito dai crampi allo stomaco e dalla sete ormai insostenibile. Tuttavia la sorte decise di essere clemente: il contadino della capanna retrostante, non appena lo vide in lontananza, pensò di soccorrerlo. Subito infatti si precipitò ad aiutarlo, portandogli una calda e rassicurante coperta. Non appena gli giunse accanto, però, sgranò gli occhi per la sorpresa: Bartolomeo, proprio lui, riconobbe nelle fattezze scarne e ossute di quell'uomo il re pasciuto di un tempo! Inizialmente si sentì avvampare dalla rabbia e fu tentato di lasciare il vecchio sovrano al suo crudele destino: fece per allontanarsi ma poi si voltò e guardò negli occhi Rubilante che, memore del trattamento che tempo prima aveva riservato al buon contadino, non aveva la forza di emettere un suono. Bartolomeo scosse la testa e sospirò: preso dalla pietà rincasò solamente per uscirne con un caldo pezzo di pane profumato di papavero, di rabarbaro e miele. Si inginocchiò di fronte all'anziano re e gli porse cibo e coperta, poggiandogli la mano sulla spalla.
<Io non aspetto che i bisognosi si inginocchino davanti a me per chiedermi aiuto. Preferisco essere io il primo a gettarmi ai loro piedi> gli sussurrò pacatamente <Perché questo non fa altro che rendere più ricco me e le terre che ho attorno. Questo è il mio regno, Rubilante di Baviera, e le cose qui invece funzionano così>.
Gli occhi stanchi del sovrano si riempirono di lacrime, mentre lentamente gustava quel tozzo di pane come fosse la cosa più buona al mondo. Le labbra gli tremarono e non riuscì a profferire parola; si strinse nella coperta del buon contadino e singhiozzò.
Capì che nella sua vita non era mai stato un re. Nemmeno per un giorno.




Al mio papà Vito, con amore.
A lui, che ogni giorno mi insegna e ricorda cosa significa 'essere un re'.


Treccia semintegrale ai semi di papavero con rabarbaro, miele di tiglio e mandorle

Per il pane
250 gr di farina 00 (Antigrumi, Molino Chiavazza)
100 gr di farina integrale (Bio Italia)
150 gr di farina Manitoba (Molino Chiavazza)
1 bustina di pasta madre di frumento biologico (Baule Volante)
7 gr di lievito secco
1 cucchiaino di sale
370 ml di acqua tiepida

Per il ripieno
4 gambi di rabarbaro fresco
1 cucchiaino di vaniglia in polvere (Rapunzel)
2 cucchiai di miele di tiglio (La Casa del Miele)
6/7 cucchiai di farina di mandorle
30 gr di mandorle con pellicina

Per la decorazione
1 tuorlo sbattuto + 1 cucchiaio di latte
Semi di papavero q.b.

Inserire nella planetaria le farine, la pasta madre, il lievito, il sale. Azionare a velocità minima il robot e versare poco alla volta l’acqua tiepida. Impastare fino a che si sarà formato un imposto piuttosto compatto, poi trasferirlo a lievitare coperto in luogo tiepido per circa 2/3 h.
Passato il tempo di lievitazione, preparare il ripieno. Pulire e spellare il rabarbaro fresco e tagliarlo in piccoli pezzetti regolari; metterlo in una pentola con la vaniglia in polvere e un goccio d’acqua e cuocerlo fino a che non sarà un poco appassito. Spegnere il fuoco e aggiungere al rabarbaro tiepido il miele di tiglio e le mandorle tagliate grossolanamente. In ultimo, aggiungere anche la farina di mandorle per asciugare il composto.
Stendere l’impasto con un mattarello ottenendo una forma rettangolare, poi tagliarlo in tre parti per il senso della lunghezza. Al centro di ciascuna striscia distribuire parte del ripieno, ricoprendo tutta l’estensione. Unire i bordi per richiuderli bene. Affiancare i tre filoncini ottenuti e unire le estremità da una parte sola, incrociandoli poi fino a creare una treccia. Spennellare con il tuorlo sbattuto miscelato al cucchiaio di latte e distribuire a piacere i semi di papavero.
Porre in forno non preriscaldato, con un pentolino di acqua perché si formi vapore durante la cottura. Accendere quindi il forno a 180°C in funzione ventilata e cuocere la treccia per circa 1h.


Per dirvi che non vi ho dimenticato.
Sono mesi molto difficili e, come chi mi conosce un poco più profondamente sa, purtroppo non ancora finiti. Curioso che io riesca a ritagliare il tempo per una nuova ricetta solamente perché la febbre mi è salita a 39°: ma sempre meglio che nulla, no? Intanto ne approfitto per lasciare a tutti voi un abbraccio, sentito e sincero, perché prima o poi ce la farò a tornare con frequenza, anche se ancora non so quando. Il bene sincero non muore mai, per questo spero lo sentiate nel silenzio o nel rumore.
A presto e che possiate sempre essere sovrani del vostro cuore, perché dove non c’è umiltà e comprensione non può esserci giustizia vera. Nemmeno amore: ed è questo, in fondo, il vero motore del mondo.

Con affetto, un sereno pomeriggio!


lunedì 10 febbraio 2014

Promessa d'amore

Lentamente la notte stava per scomparire e i primi bagliori di luce apparvero all'orizzonte. 
Il sottobosco, umido di rugiada, emanava un dolce sentore di legno e vaniglia; piccole gocce di cristallo si allungavano sulle foglie di ampi cespugli di lampone, luccicando preziose e umili come gli occhi di un angelo. Alderico osservò a lungo il viso pallido di Giselda, illuminato da un caldo riverbero dai toni dorati e pesca: la sua pelle, così liscia e fresca, rifletteva quei bagliori quasi fosse plasmata di madreperla. I lunghi capelli scuri, coi quali l’aria mattutina giocava delicatamente, ricadevano sulle sue spalle morbidi come nuvole e nascondevano in gran parte l’abito chiaro che indossava. L’uomo la vide portare alle labbra qualche succoso lampone maturo e qualche violaceo mirtillo appena colto dai cespugli che li circondavano, mentre pensierosa fissava l’orizzonte davanti a se; ne gustò silenziosamente qualcuno, poi si voltò e  lo investì del suo sguardo chiaro e lucente, cristallino come il ghiaccio. 
Alderico le sorrise con tenerezza, allungando il suo mantello per coprirla e stringerla forte a se: la ragazza allora sospirò e socchiuse gli occhi, cullata dal ritmico respiro del suo petto e dai sereni battiti del suo cuore.
<Partirai nuovamente, non è così?> sussurrò la donna con un filo di voce.
Alderico esitò e dopo qualche istante annuì.
<Un cavaliere deve servire il suo re, anche se questo comporta la rinuncia momentanea della sua intima felicità> disse pacato, incontrando le iridi lucide della fanciulla. Giselda allungò la mano e scostò i suoi incolti capelli chiari, per poi accarezzare la ruvida barba sulla guancia dell’uomo.
<Che senso ha amare in modo così grande, se poi la vita ostacola come può la tua gioia?> disse la giovane, affranta e delusa dai giochi di un crudele destino <Che senso ha permettere ad un amore tanto grande di esistere, se il fato vuole che un legame pienamente sereno si riveli impossibile?>
<Non credere mai che l’amore sia impossibile> le disse Alderico con voce profonda <Vedi, si narra che secoli fa il cielo fu affidato ad una coppia di sovrani molto innamorati. Non v’era buio, né luce. Non v’era percezione del giorno né della notte. La volta celeste non conosceva lo scorrere del tempo e tutto era sospeso in un eterno bagliore d’amore: non v’era invidia, cattiveria né ipocrisia; v’era solo volontà di perdersi in un sentimento puro e forte come le montagne, tra un battito e l’altro dell’anima. Ma presto quest’armonia fu turbata da un potente stregone, che non poteva tollerare la felicità altrui non avendola mai avuta per se stesso. Dopo tanto tramare decise così di distruggere definitivamente la gioia del re e della regina, lanciando un temibile sortilegio che li separò per sempre: irridendo lo stesso destino trasformò il re in un grande sole, affidandogli il regno del giorno; poi, allo stesso modo, tramutò la regina nella lucente luna, consegnando ad essa il regno della notte. I due amanti dapprima si disperarono, poiché nessuno dei due sapeva vivere lontano dall'altro; nessuno dei due avrebbe sopportato la perpetuità e l’incessante scorrere del tempo senza godere più del sorriso e del conforto l’uno dell’altra. Eppure un amore così vero e grande non avrebbe potuto morire mai, nemmeno se sfidato dalla malvagità o dall'invidia di un cuore duro e sterile: il sole e la luna decisero che si sarebbero per sempre amati, a qualsiasi costo. Decisero che avrebbero persino rubato degli istanti al ciclico passare della luce e del buio, se necessario: trovarono dunque il modo di incontrarsi segretamente laddove il re dipingeva di luce l’orizzonte e laddove la regina iniziava a tessere il buio con le argentee stelle. E il loro sconfinato legame sopravvisse così all'eternità, nell'alba e nel tramonto, quando le gote della volta celeste avvampano tuttora d’ardore e di rossore dinanzi a quel sentimento così autentico e puro. Sono quelle le ore d’amore del cielo, mia adorata Giselda>
Alderico passò dolcemente le dita in una ciocca dei suoi lucidi capelli corvini e, sistemandola dietro ad un orecchio, glie la fissò con un bocciolo di rosa selvatica, fresco di rugiada. Baciò la sua fronte, chiedendo fortemente al cuore di resistere a quell'imminente ed ennesimo distacco; cercò con tutto se stesso di imprimere nella mente il delicato profumo della pelle di Giselda, che contrastava con l’odore acre e pungente della sua cotta d’arme in cuoio, per portarlo sempre con se. Chiuse gli occhi e la strinse ancora più forte, cercando di nascondere alla giovane la sua inevitabile commozione.
<Giselda> le sussurrò <Finché esisteranno un alba e un tramonto non vi sarà mai un amore impossibile: se un sentimento è realmente puro troverà comunque modo di vivere ed esistere, persino contro il destino stesso e contro la malvagità di chi l’ostacola. Finché crederai in questo, amare sarà una forza indistruttibile in grado di riportarmi sempre da te, a qualunque costo>
Fu dunque così che il sole salutò quel mattino la sua adorata luna, dopo una buia e lunga notte passata ad accendere astri nel cielo: illuminò ancora una volta il mondo, amando la sua sposa nell'eternità dell’ennesima alba e benedicendo con aurea luce l’abbraccio del cavaliere e della sua giovane dama.



Nessun sentimento vero può smettere di esistere solo perché il destino o il fato pare essere avverso. Quando sia ama davvero, con verità e volontà, l’amore riesce a sbocciare sempre come un fiore che attende sotto una coltre di neve: costi quel che costi, stagione dopo stagione, esisteranno sempre un’alba o un tramonto in grado di rendergli infine giustizia. E’ necessario crederci, è indispensabile farlo con lealtà e onestà: solo così la vita vedrà quanto un desiderio può essere nobile, non dimenticando di accontentare coloro che ne faranno un baluardo.
Promettere amore è senza dubbio una grande responsabilità, un impegno che non può conoscere falsità o egoismo; è qualcosa che non può cedere di fronte alle tempeste, nei momenti più difficili, altrimenti non ha diritto di portare il suo nome. E’ qualcosa che vive nonostante le spine, nonostante il dolore, nonostante l’inverno; solo lottando per ciò che vogliamo investiremo d’amore e ne saremo investiti. 
Possa questa dolce promessa giungere al cuore di ciascuno di voi, illuminandolo con tutto il bene sincero che vorrei fosse per sempre vostro: un affetto che esiste con lealtà, con calore, con semplicità. Perché credo che condividere amore sia la cosa più bella e rende di certo questo mondo un luogo migliore, un luogo dove è ancora possibile trovare qualcuno che crede nei sogni e vuole combattere per renderli reali.

Promessa d’amore al liquore di cioccolato bianco e lamponi, mirtilli e succo di rosa canina

200 ml di succo biologico di rosa canina e mirtilli (Achillea)
70 ml di liquore al cioccolato bianco e lamponi (Bottega)
1 cucchiaio di sciroppo d’agave (Baule Volante)
Lamponi freschi q.b.

Riempite d’acqua uno stampo per ghiaccio con forme di cuoricini, inserendo in ognuno di essi un piccolo lampone. Far rapprendere in congelatore.
Mettere in uno shaker da cocktail il succo di rosa canina e mirtillo con il liquore al cioccolato bianco e lamponi, assicurandovi che siano ben freddi. Aggiungere il cucchiaio di sciroppo d’agave e agitare bene, miscelando fino alla comparsa di una morbida schiuma.
Servire freddo, aggiungendo a piacere alcuni dei cubetti con lampone ghiacciato. E se dovesse avanzarvi qualche lampone fresco.. gustatelo lentamente tra un sorso e l’altro!

Colgo inoltre l'occasione, seppur con qualche giorno di ritardo, di segnalarvi l'uscita del nuovo numero di Taste & More, n°7... semmai ancora non l'aveste letto! Cosa aspettate allora a perdervi con noi nell'incanto di piatti dal sapore esoterico, nel romanticismo di tenere ricette per celebrare l'amore o che possano accompagnare i vostri pomeriggi piovosi in compagnia di un buon té? Cosa aspettate a lasciarvi cullare dal fascino della manualità e del senso del tatto in cucina, dal miracolo di caldi e soffici lievitati, riempiendo la vostra casa con un gioioso e confortante profumino? 


... Ecco, qui potrete trovare il link al quale sfogliarlo! A tutti voi, buona lettura e.. buon appetito!

Un pensiero d'amore possa giungervi infine per donarvi sogni meravigliosi. 
Anche se non riesco a garantire assidua presenza, è certo che appena posso non mancherò di farvi visita.
Vi abbraccio!


mercoledì 22 gennaio 2014

Insalata di pitaya e gamberi con salsa al mangostano, zenzero e champagne

L’anziano Danasura respirò profondamente e aprì gli occhi in un silenzio quasi surreale. Il profumo fresco del vento aveva dipinto il cielo di un turchese intenso, macchiato qua e la dal candore di qualche soffice nuvola, mentre il sole accendeva di luce le complesse figure dipinte d’oro che troneggiavano sul tetto dell’antico monastero di Jokhang. Animali, figure articolate, statue di uccelli e dalle delicate fattezze umane, rilucevano quasi accecanti in quel tiepido pomeriggio di preghiera: la loro solenne aura dorata contrastava con il vociare dei pellegrini, che si stavano radunando nel barkhor sottostante.
Danasura si mise a sedere, aggiustando con cura la lunga tunica porpora. Il suo sguardo si perse all’orizzonte, alle pendici dell’Himalaya, che si ergeva ben oltre i confini di Lhasa. Meditò a lungo prima di accorgersi che il giovane Baharupa era sopraggiunto per sedersi accanto a lui, poggiando a terra un piccolo cesto colmo di frutti del dragone.
<Maestro, ho pensato che potesse servirle una pausa rinfrescante> sussurrò delicato il discepolo, con un pacato sorriso.
L’uomo lo osservò paternamente e annuì, poggiando le esili dita sulla sua spalla.
Pieno di entusiasmo, il ragazzo allungò allora la mano verso una succosa pitaya e la aprì per porgerla al suo maestro; una volta che Danasura fu servito, tese il braccio per prelevarne una anche per sé: ma fu allora che si accorse di un grosso ragno che stava fuoriuscendo dalla cesta, avvicinandosi pericolosamente alle sue gambe. L’istinto allora prevalse e il giovane Baharupa scattò, tentando subitamente di colpirlo perché non gli nuocesse.
<Fermo!> lo rimproverò improvvisamente Danasura <Non vorrai uccidere quella creatura, vero?>
Il ragazzo restò un po’ sconcertato, fermando la mano che stava per abbattersi sull’aracnide.
<Maestro, che dovrei fare? Se non lo colpisco lui potrebbe ferirmi!>
<Forse ti pare una cosa da poco> lo interruppe l’anziano <Ma quella che ti pare solo una piccola vita è pur sempre una vita. Un’esistenza non si misura dalla sua dimensione, è grande in quanto tale. Sempre. Dovrai tenerlo presente, giovane Baharupa, perché la vita è sacra. Ogni essere vivente è come uno scrigno, pieno di infinite cose: preziose o insignificanti che siano, rovinare uno degli oggetti che contiene può essere un errore, ma al quale si può porre rimedio; si può sempre chiedere perdono, si può sempre tentare di aggiustarlo. Ma quando si distrugge l’intero contenitore, niente più può restituire ai proprietari quell’inestimabile e unico tesoro>
Il ragazzo restò immobile, preoccupato e intimidito dalla possibilità che quel ragno lo attaccasse. Ma il maestro continuò: <Quando uccidi consapevolmente anche una e una sola vita, sei assassino di tutto ciò che essa contiene e di tutto ciò in cui essa si riflette: uccidi ogni respiro, ogni sorriso ricevuto o regalato, ogni gesto d’amore elargito e mai ricambiato; poni fine al sentimento, agli eventuali successi e agli inevitabili errori che fanno parte dell’esistenza. Cancelli per sempre ogni lacrima, buona o cattiva che sia; distruggi l’indecisione, la speranza o i desideri ai quali è possibile anelare. Poni fine alle esperienze, al tempo di cui tutti abbiamo diritto, alla possibilità di percorrere sentieri per i quali ringraziare o chiedere perdono. E non solo: distruggi di riflesso anche coloro per i quali quell’esistenza significava qualcosa. Con una morte provochi ripetute altre morti e questa spirale ricomincerebbe dal principio, rendendoti colpevole di qualcosa infinitamente più grande di te stesso: puoi solo immaginare quanto dolore si propagherebbe come un eco senza fine? Una voce che non potrà abbandonarti mai più> disse in tono grave Danasura, constatando con pietà che la creatura restava ancora immobile per il terrore di essere colpita, più che per la volontà di attaccare per difendersi. Baharupa allontanò l’avambraccio, restando in attesa. Quando vide il ragno finalmente muoversi per scappare, capì che la sua paura l’aveva reso istintivamente debole e sciocco.
L’anziano sorrise, assaporando la polpa succosa e candida del frutto che teneva in mano: <Ricorda: uccidere non contempla un rimedio, non permette di fare passi indietro e accomodare i torti inflitti. Un tale gesto non ha giustificazione e annienta di riflesso persino chi lo commette: quale uomo coscienzioso sarebbe in grado di sopportare una quantità così elevata di colpe in una volta sola? Quale essere umano eviterebbe di essere schiacciato dal peso di questa spirale interminabile di morte, partita da un unico e sragionato gesto di follia? E’ inevitabile, anche se da molti non è contemplato: ad un certo punto un assassino non può più vivere, ma solo sopravvivere alle sue azioni>
Il maestro protese il braccio verso Baharupa, per offrirgli metà della sua pitaya zuccherina: lo sguardo del ragazzo, prima velato di vergogna, si illuminò così di riconoscenza.
<Credi a me: ci vuole molta più energia e sforzo ad odiare, che non ad amare. Se si provasse ad aprire il cuore alla pazienza e alla comprensione, soffocando paure istintive e rancori irrazionali, sarebbe tutto più semplice. E di certo tutti saremmo meno stanchi e più felici.>




Insalata di pitaya e gamberi con salsa al mangostano, zenzero e champagne

Per l'insalata di pitaya* e gamberi

2 frutti di pitaya rossa freschi
1 cucchiaio di dragoncello tritato
Olio q.b.
Sale q.b.
200 gr di gamberi freschi sgusciati e puliti

Per la salsa al mangostano, zenzero e champagne
150 gr di mangostano
100 ml di champagne
50 ml di acqua
1 cucchiaio di aceto di riso
1 cucchiaino di zenzero in polvere
1 cucchiaio di glucosio
140 gr di zucchero

* ho trovato la pitaya e il mangostano comodamente al supermercato, per cui non me ne vogliate! Ho reperito questi frutti all'Esselunga, ma potete benissimo chiedere a fruttivendoli ben forniti. 

Tagliare la pitaya in cubetti piuttosto regolari, mescolandola all’olio, al sale e al dragoncello tritato. Cuocere i gamberi in abbondante acqua salata per circa 5/8 minuti, scolarli e procedere alla pulizia sgusciandoli e levando il filamento addominale con delicatezza.
Preparare quindi la salsa: mettere in un pentolino il mangostano, lo champagne, l’acqua, lo zucchero, l’aceto di riso, lo zenzero e il glucosio. Cuocere fino a che il tutto non sarà ben amalgamato. Levare il pentolino dal fuoco e frullare il contenuto facendo attenzione a non scottarsi. Filtrare il composto con un colino e mettere nuovamente sul fuoco fino ad addensamento. Lasciar raffreddare.
Disporre in una ciotolina da antipasto un po’ di insalata di pitaya, distribuire alcuni gamberi sulla sommità e servire versando qualche cucchiaio di salsa al mangostano sulla superficie, a piacere.

Perché ogni vita, grande o piccola che sia, ha la stessa dignità e la stessa importanza agli occhi del mondo; perché sia sempre più facile tentare di amare piuttosto che scegliere di distruggere. Perché voi possiate onorare ogni giorno l’esistenza, donando tutto il bene che avete dentro per riceverne mille volte tanto. L’anno è iniziato da un po’, me ne rendo conto. Ma non avendo avuto modo di esservi accanto come avrei voluto e come vorrei, ne approfitto ora per lasciarvi un augurio sincero e pieno d’affetto: l’amore guidi ogni vostro passo, ogni vostra azione, per far sì che nessuna paura possa accecare i vostri occhi con il dolore o la cattiveria. Mai.

Vi abbraccio forte, nell’attesa e nella speranza di tempi migliori.
Una dolcissima notte e sogni di stelle a tutti i cuori che battono vicino al mio.


lunedì 23 dicembre 2013

Un liquore candido e speziato per un brindisi dal cuore

Gerolamo scostò le leggere tende della finestra, per far entrare quel poco di luce che l’inverno portava con se. 
Il contorno dei vetri era visibilmente appannato e inseriva al suo interno, come in un’impalpabile cornice, lo spettacolo silente di un giardino freddo e innevato. Il bimbo restò un poco ad osservare un pettirosso che disegnava curiose zampette nel manto candido sul prato, poi si voltò verso il letto e incontrò lo sguardo del suo amato nonno ammalato. 
Rimase immobile, fino a che non si sentì finalmente chiamare.
<Vieni qui, accanto a me> gli sussurrò dolcemente l’anziano, battendo leggermente la mano sulla calda coperta di lana che ricopriva le lenzuola.
Il piccolo si avvicinò con lentezza, sedendosi con un po’ di fatica sul bordo del materasso. Poi sentì la rassicurante mano del nonno stringere la sua, stropicciandola un po’. Restò un attimo in silenzio ad osservare gli occhi lucidi dell’uomo, le sue labbra tremanti che volevano esprimersi e non riuscivano a farlo; osservò quel sorriso abbozzato che a tratti scompariva e che parlava sommessamente d’amore, finché il silenzio si fece troppo rumoroso e il bimbo lo interruppe.
<Ma tu devi proprio andare via?> sussurrò sottovoce il piccolo, corrugando il musetto <Io non voglio che tu lo faccia, nonno. Vorrei che restassi, così quando sarai guarito potremo uscire a giocare con la neve>.
L’anziano reclinò la testa e lo accarezzò con tenerezza, annuendo a fatica.
<Arriva un momento in cui tutti dobbiamo andare via> gli rispose lento e pacifico, perdendosi negli occhi profondi e innocenti del suo nipotino <Tutti dobbiamo morire>.
Gerolamo allora sospirò, visibilmente in difficoltà nel capire un concetto così crudele come la fine di un’esistenza.
<E tu andrai in cielo?> domandò di nuovo il bambino, un poco spaesato.
<Sì, andrò in cielo. Proprio lassù, tra quei fiocchi di neve, per giocare ancora con te> gli rispose l’uomo, donandogli un flebile sorriso. Poi continuò: <Sai, c’è una cosa che vorrei tu sapessi. Quella che tutti chiamano morte trasforma solo le persone in angeli, senza portarle mai via davvero da coloro che le amano: niente finisce mai per sempre, piccolo mio. Credimi. L’unica cosa realmente difficile da accettare è che la morte finisce per rendere ciechi coloro che restano: inevitabilmente strappa dagli occhi un’immagine terrena, rendendola invisibile. Ma dove le iridi vagano nel buio, esiste la vista immortale dello sguardo del cuore: nessuna morte può renderlo cieco, nessun dolore può sopprimere la sua capacità di vedere. Per questo voglio che tu impari a guardare con gli occhi dell’anima per far sì che nessuna morte possa rubarti la vista. Così che tu saprai sempre dove trovarmi, dove vedermi, dove abbracciarmi, quando mi cercherai. E ti sembrerà di non avermi lasciato nemmeno un giorno>
<E come si fa?> domandò incuriosito il bimbo.
<Ecco, voltati verso la finestra> disse l’anziano con voce roca <Adesso chiudi gli occhi e semplicemente guarda, raccontami cosa vedi>.
In principio il bambino restò sconcertato, poiché non riusciva a comprendere come potesse vedere il mondo ad occhi chiusi; poi, dopo qualche istante, cominciò timidamente a parlare.
<Vedo i pini, carichi del pesante fardello della neve> iniziò <Vedo tanti passerotti in attesa sulle staccionate, in cerca di qualche briciolina, quelle che noi solitamente non gli facciamo mancare. Esce del fumo dai comignoli delle case, si sente odore di legna e di muschio bruciato; il cielo sembra fatto di cenere e c’è del ghiaccio che rende lucido il sentiero di pietre.>
<Che meraviglia. Continua, coraggio> lo incitò il nonno, con fare paterno.
<Vedo il nostro pupazzo di neve, la sua sciarpa a righe e il suo cappello rosso. Vedo la tua bicicletta appoggiata al muro, le tue scarpe vecchie e consumate sulla soglia della porta d’ingresso; ci sono anche i tuoi attrezzi da giardino, quelli che non vuoi che tocchi mai. Vedo la nonna che ci saluta dalla finestra e vedo te che ricambi il suo sorriso; sento il calore del tuo abbraccio, il profumo intenso di cannella e arancio che hanno da sempre i tuoi vestiti, spessi e ruvidi. Sento il tuo respiro mentre mi stringi e la tua voce riempirmi il cuore. E vedo il tuo viso, i tuoi occhi, la tua gioia> raccontò sempre più entusiasta il bambino, incoraggiato dal nonno che ogni tanto interrompeva il flusso dei suoi pensieri ascoltandolo attentamente. 
Il piccolo Gerolamo raccontò a lungo ciò che riusciva a vedere senza aprire gli occhi, stupito di quante cose si potessero osservare col solo ausilio del cuore. Si fermò solo quando smise di sentire l’anziano parlare: allora si voltò, trovando il viso pallido e sereno del nonno con gli occhi chiusi. E anche se il suo sguardo innocente si riempì improvvisamente di calde lacrime, era sicuro che dentro di sé quell'angelo stesse ancora giocando.



Esiste uno sguardo che si irradia dal viso e un altro che si sprigiona dal cuore. Il primo può conoscere finitezza e cecità, mentre il secondo ha facoltà di resistere in eterno. Niente è mai perso per sempre, se lo si osserva con i giusti occhi; niente diviene davvero invisibile se lo si cerca con il giusto sguardo. E laddove la morte strappa dagli occhi l’immagine di un amato, il cuore la conserva all’infinito: è lì che la ritroveremo, lì che la abbracceremo, ogni volta che ne sentiremo il bisogno. Dall’anima nessun viso può essere rubato, nascosto o strappato. Nemmeno dalle mani della morte.
Basta chiudere gli occhi ed incominciare di nuovo a vedere.

…e così faccio io, angelo del pianoforte. Chiudo gli occhi e ti vedo in un silenzio di neve. Ti cerco nel cuore per abbracciarti, per dirti quanto ti voglio bene; ti cerco nell’anima perché tu sia qui, perché tu non te ne sia andato nemmeno un giorno. Perché la tua mancanza faccia male solo agli occhi ma non ai battiti più profondi del cuore. 
Questo dono liquido, candido e dolce come la neve, è per te. Potrei dire ‘ovunque tu sia’, ma sbaglierei: so già dove sei.
Buon compleanno, nonno Livio. 

Liquore al latte di riso e cocco, cannella e fiori d’arancio
(senza glutine, senza lattosio)

450 ml di panna vegetale al cocco (Isola Bio)*
250 ml di latte di riso al cocco (Isola Bio Caprice)
90 gr di zucchero
140 ml di alcool** puro 95°
2 stecche di cannella
6/7 gocce di acqua ai fiori d’arancio (Rebecchi, senza glutine)

*con la panna vegetale di cocco il liquore assumerà una consistenza più liquida e simile ad un latte liquoroso. Se gradite una consistenza più cremosa potete aggiungere, al posto di quest'ultima, del comune latte di cocco reperibile in qualsiasi negozio etnico.

** regolatevi in base al grado alcolico che preferite. Potete metterne un poco meno, se non amate l’alcool. Io onestamente non l'ho mai amato molto, ma ho abbondato perché mi servono cose piuttosto alcoliche, ultimamente! :D

In una pentola versare il latte di riso al cocco, la panna al cocco, lo zucchero, le stecche di cannella e l’acqua ai fiori d’arancio. Mescolare lentamente a fuoco basso, fino a che lo zucchero non si sarà sciolto e il tutto non avrà raggiunto quasi il bollore. Spegnere il fuoco e coprire il pentolino, lasciando in infusione la cannella perché sprigioni il suo aroma fino a che il composto non si sarà raffreddato. Filtrare con un colino e aggiungere infine l’alcool, mescolando bene. Imbottigliare e conservare in frigorifero (o in alternativa in un luogo freddo e buio, come la cantina).
Prima di servire agitare la bottiglia e lasciare qualche minuto a temperatura ambiente, per meglio assaporare gli aromi del liquore.

E’ con questo pensiero, dai toni della neve e dal profumo speziato, che brindo con voi per augurarvi uno splendido Natale. Possa essere un momento di pace e di serenità, un’ occasione per riscoprire il calore della famiglia e la bellezza dello stare insieme; possa essere un istante prezioso in cui apprezzare il valore dell’amore, del perdono e della felicità. Con tutto il cuore.

Rivolgo poi un pensiero particolare alla dolce Vaty, alla cara Ila, alla tenera Gio e alla mia Grazia. E a tutti coloro che comprendono cosa significhi un grande vuoto e un pungente freddo, specialmente in periodi in cui il resto del mondo vive di gioia e di calore. Chiudete gli occhi, amiche care. E osservate.

Buon Natale, tanti auguri. 
Anche nel silenzio e nella momentanea lontananza, vi porto con me.



domenica 24 novembre 2013

Ciambelline rustiche del viaggiatore

Il tempo divenne presto un’ombra ticchettante, confuso con la grigia bruma di pianura.
Un vecchio e tondo orologio in ferro battuto osservava muto e ansioso l’orizzonte, col capo piegato sopra i lunghissimi binari arrugginiti: in un silenzio quasi surreale, il rumore secco e rigido dei secondi che passavano aumentava un senso di profonda inquietudine nell'anima, che sussultava ad ogni spostamento dell’esile lancetta; il volto numerato del quadrante, reso rugoso dalle intemperie e dalla polvere, pareva avere lo sguardo pallido e distratto tipico di un abbandono.
Una gelida folata di vento agitò improvvisamente le gracili betulle ai bordi della strada, strappando senza pietà anche le ultime foglie rosse e giallastre dai rami.
Paul avvertì un brivido corrergli nelle vene, quasi avesse del ghiaccio al posto del sangue: tremò e si strinse nel cappotto chiaro, affondando il viso nella pesante sciarpa di lana scura. Seduto su una panchina ormai consunta e rovinata, osservava i turbini di foglie secche che si alzavano vorticosi tra i sassi della ferrovia. L’odore dell’acciaio bruciato dalle forti frenate delle locomotive non aveva mai lasciato quella stazione, permeando l’aria dell’intenso aroma di viaggio: quel sentore quasi rugginoso, acre e metallico che gli aveva sempre messo una gran voglia di partire, sin da quando era bambino. Era convinto che la vita sarebbe stata diversa, allora: pensò che avrebbe voluto scoprire il mondo, che avrebbe certamente avuto le sue occasioni per farlo. Era certo che un giorno si sarebbe recato in quella angusta biglietteria e avrebbe sentito finalmente il suo treno fischiare, pronto a condurlo laddove avrebbe realizzato tutte le sue aspettative. 
Invece le cose erano andate diversamente e il mondo non era mai stato quello che si immaginava: troppe delusioni, troppe speranze infrante, troppa voglia di cambiare qualcosa nella sua vita e nulla che lo invogliava a farlo; nessun aiuto da parte del destino, che pareva avergli sempre remato contro: attendeva da tanto, troppo ormai. E finì per prendersela con quell'antico orologio triste, che doveva per forza essere rotto; finì per provare rabbia nei confronti del mancato rispetto per gli orari, indignandosi per la scarsa serietà di chi avrebbe dovuto garantire almeno una corsa ogni tanto. Iniziò a provare fastidio per quell'attesa che aveva trasformato la sua pelle e i suoi muscoli in ghiaccio, a tal punto che le guance iniziarono a formicolargli e gli occhi ad annebbiarsi, assumendo un rossore quasi malsano; neppure i numerosi caffè bollenti del bar lì accanto erano riusciti a scaldargli l’anima, contribuendo solamente a renderlo più nervoso. Si sentì in collera con gli eventi, che a quanto pare avevano deciso di lasciarlo solo su una panca scrostata e dismessa, in compagnia di una bruna valigia in pelle.
Eppure era ancora lì, testardo e speranzoso, seduto ad attendere qualcosa che lo portasse distante; era ancora lì, per quanto si imponesse di pazientare: ma all'orizzonte non era mai comparsa una locomotiva; non si era mai visto del fumo in lontananza, che saliva al cielo annunciando la tanto agognata partenza. 
Cosa doveva fare ancora per dimostrare alla vita che era stato paziente e volenteroso, che forse meritava un’opportunità dopo tanta speranza e voglia di lottare? Cosa avrebbe potuto fare più di così, rischiando di congelare per sfidare la sua stessa delusione, obbligandosi a crederci imperterrito di nuovo? Il fatto che il destino non rispondesse mai alle sue disperate domande, nemmeno una volta, lo rendeva furioso e quantomeno irritato.
L’uomo allora sospirò nervosamente, portando la mano all'impugnatura del suo bagaglio: picchettò ritmicamente e angosciosamente con le dita, finché una nuova e gelida folata di vento decise di portare via il suo berretto e di farlo correre velocemente lungo la banchina.
Paul imprecò, alzandosi immediatamente per tentare di recuperarlo: quando lo raggiunse, si chinò infastidito e cercò di pulirlo sommariamente con piccoli colpetti dati con il palmo della mano. Lo poggiò nuovamente sul capo, tentando di farlo aderire meglio; poi si voltò e guardò in lontananza la sua scura valigia fuori dalla biglietteria. Diede un’occhiata a quei desolati binari più e più volte, percependo un senso di solitudine e smarrimento, di silenzio e di inquietudine.
E fu in quell'attimo che capì. Fu in quell'istante che comprese come, probabilmente, non era stato il fato a tacere ma era stato lui ad essere sordo alle irriverenti risposte del destino. Quanto tempo aveva sprecato, quanto freddo aveva sofferto; quante illusioni aveva affidato al silenzio del mattino, rammaricandosi di non avere mai ottenuto un piccolo aiuto per raggiungere la sua meta. Ed ora invece era tutto così chiaro: era in piedi, si reggeva da solo. Non doveva più attendere, né perdere tempo: doveva solo smettere di aspettare occasioni, doveva crearsele; doveva smettere di affidarsi all'idea di qualcosa o qualcuno, pronto a dargli un passaggio e a portarlo lontano. 
Sorrise, colmo di una nuova e più vera consapevolezza: aveva semplicemente le sue gambe, per raggiungere il luogo dove voleva da sempre arrivare. 
Doveva solamente alzarsi e decidersi finalmente a camminare. 




Ciambelline del viaggiatore al grano saraceno integrale con caffè, prugne secche e noci di cola
(senza glutine, senza lattosio)

60 gr di farina bianca (Shar, senza glutine)
40 gr di farina di grano saraceno integrale ()
25 gr di amido di mais
50 gr di burro di soia (Provamel)
50 gr di zucchero di canna
2 gr ammoniaca per dolci
1 cucchiaio di caffè solubile 
1 uovo
3/4 prugne secche denocciolate, finemente tritate
polvere di noci di cola (la punta di un cucchiaino)
sale (un pizzico)

Mettere nella planetaria le farine, la polvere di noci di cola, il pizzico di sale, l'ammoniaca per dolci, il caffè solubile e il burro di soia a pezzetti. Far sabbiare bene e unire in un secondo momento lo zucchero di canna, le prugne tritate finemente e in ultimo l'uovo. Quando il tutto sarà ben amalgamato, porre l'impasto a riposare per ca. 30 min. in frigorifero, coperto da pellicola alimentare. In seguito, creare con il composto delle piccole ciambelline del diametro di ca. 5/6 cm e porre su una teglia ricoperta di carta da forno. Cuocere in forno caldo a 190°C per ca. 15 minuti. Lasciar raffreddare e assaporare mentre viaggerete lontano.

Ultimamente, come avevo anticipato, non sono stata molto presente e temo che ancora per un bel po' non potrò esserlo: mi dispiace immensamente di non poter venire a trovare ciascuno di voi, per lasciarvi un po' del mio affetto. Quello che è certo è che non dimentico nessuno e la mia amicizia resta tale nonostante gli impegni e la lontananza. 

Colgo comunque l'occasione per segnalarvi l'uscita del nuovo numero di Taste&More, complimentandomi con le ragazze che hanno fatto un lavoro meraviglioso e sono state in grado di trasmettere tanto amore e calore attraverso le pagine di questo speciale di Natale.


Ringrazio poi l'associazione Progetto MondoMlal per avermi gentilmente inviato l'anteprima della pagina di calendario che quest'anno ospiterà la mia ricetta. Oggi la condivido con tutte voi, perché tutti coloro che decideranno di acquistarlo possano essere fieri del gesto d'amore che faranno e possano ricevere in cambio il doppio della gioia donata. 


Se gradite, potete ordinarlo a fronte di un'offerta minima a partire da 5 euro via email scrivendo a sostegno@mlal.org o al telefono allo 045 8102105.

Sperando di non dover attendere molto per tornare a riabbracciarvi tutte/i, mi auguro che questo pensiero giunga dal mio cuore al vostro: possa il vento ricordarvi che non dovete più aspettare per raggiungere i vostri sogni o i vostri obiettivi, né attendere più qualcuno o qualcosa che vi ci porti; possiate raggiungere la vostra meta semplicemente alzandovi e andandogli incontro.. magari portando con voi qualche rustica ciambellina! :)

Un bacio pieno d'affetto e a presto!


martedì 29 ottobre 2013

Castagnaccio alle pere e anacardi con miele d’acacia, lardo d’Arnad e salsa al Bonarda

Un odore acre di legno arso risaliva dal vecchio comignolo in pietra. Il fumo grigiastro e suadente si disperdeva nell'aria  confondendosi con la bruma, in un silenzioso peregrinare nel vuoto; la nebbia avvolgeva gli esili tronchi del frutteto ormai spoglio, sfumandone i contorni tanto da farli sembrare fragili spettri dalle braccia raggrinzite: si udiva solo il gracchiare di un grosso corvo, che interrompeva un’atmosfera pensosa e surreale, volando inquieto da un ramo all'altro come in preda ad un’intima confusione.
Coline si sentì per un attimo parte di quel nulla, persa nelle nuvole grigie e nella bellezza quasi antica di una dozzina di zucche accatastate là fuori, su una scura panca di legno: le osservava affascinata, malinconica; accarezzava i loro contorni gialli e verdastri con lo sguardo, percependone i muti pensieri. La solitudine che sussurravano era la stessa che lei portava dentro. Il profumo pungente delle castagne arrostite, che stavano bollendo da un po’ insieme ad un pezzo di carne in un largo paiolo in pietra ollare, aveva ormai pervaso completamente la stanza: la pentola borbottò più volte, richiamando l’attenzione della giovane che sembrava averla dimenticata sulla brace. Quando se ne accorse, la ragazza corse dinanzi al fuoco e mescolò energicamente gli ingredienti con l’aiuto di un grezzo cucchiaio; rabboccò con un poco di vino rosso, purpureo come le foglie cadute che adornavano il sentiero della sua umile dimora. Chiuse gli occhi e ne respirò profondamente l’aroma, che la riportò agli autunni che viveva nella sua infanzia. Infine sospirò, sedendosi accanto al camino, dove in un ampio catino di noce il suo gattino stava riposando.
Coline sorrise amabilmente, accarezzando la sua morbida testolina.
<Menomale che ci sei tu a riempire d’amore la mia solitudine> gli disse, tirandogli leggermente l’orecchio <Sei proprio un buon amico, come non ne ho mai trovati>.
Il micetto sbadigliò, ricambiando le attenzioni della sua padroncina con innumerevoli fusa. Si mise a sedere e la guardò, con gli occhi socchiusi, percependo un velo di tristezza nel suo cuore.
<Insomma, cosa non va in me?> soggiunse la ragazza sbuffando, raccogliendolo dalla cesta e appoggiandolo sulle ginocchia <Ho sempre dato tutto ciò che potevo dare; fatto tutto ciò che potevo fare. E sono rimasta comunque sola, prima o poi dimenticata>.
Passò qualche istante e gli occhi di luna del gatto incontrarono il suo viso.
<Non hai nulla che non va, piccina> le sussurrò dolcemente il minuscolo felino, osservando il suo sguardo farsi lucido di lacrime <E’ che l’amicizia è un dono molto difficile da trovare. Il più delle persone la scambia per ciò che non è, senza chiedersi cosa effettivamente dovrebbe essere; il più della gente la ritiene un bene passeggero, mutevole come le stagioni. Lascia che te lo dica: sei certamente amico quando tendi la mano, quando ne stringi una tra le tue; quando abbracci e puoi sentire il cuore di chi ami palpitare accanto al tuo. Sei amico quando sei sincero, quando metti i tuoi occhi in altri occhi e condividi con essi le ore del giorno o della notte. Ma l'amicizia non è solo occuparsi di qualcuno che abbiamo modo tutti i giorni di vedere: l’amicizia non vive nell'ovvietà. Saremmo tutti in grado di godere del sole quando non manca mai, quando splende nel cielo e inevitabilmente accarezza anche il nostro viso. Siamo tutti in grado di vivere nell'abbondanza quando non proviamo nemmeno un giorno a metterci alla prova> sentenziò saggio il gatto, godendo delle carezze sul lucido pelo screziato. Infine continuò: <Se mi consenti, perciò, l’apparenza e la vicinanza non sono sempre sinonimi di sentimento vero. Vale più quello che fai per un amico lontano dai suoi occhi, più che quello che fai vicino ad essi: tutti i pensieri che gli doni, tutti i sorrisi che gli dedichi, quando non è accanto a te ma è come se lo fosse realmente; tutti i più bei suoni che conservi quando non senti la sua voce ma ti pare ugualmente di percepirla, nello spartito dei ricordi. Vale più la lealtà che gli regali, fosse solo nell'onestà dei gesti, lontano da ciò che lui può udire: vicino a ciò che il resto del mondo ode. E in quel discorso ricami bellezza e affetto perché il vento glie la porti; perché tu possa renderlo grande anche dinanzi a chi non lo conosce, perché è davvero nobile solo quello che non si mostra agli interessati ma risplende per essi come se in quell'istante fossero personalmente presenti. Ricorda. Sai che è amicizia se nei momenti di assenza due amici sono comunque insieme, e ne hanno la certezza: perché anche se distanti hanno dell'altro preoccupazione e cura, nonostante le età, nonostante le vicissitudini della vita. Sai che è amicizia vera quando esiste, semplicemente, vicino o lontano; nel sole o nella nebbia; nella dedizione contro il tempo che scorre: senza che si pronunci un suono, senza che si riveda un viso. Ma non tutti sono pronti ad amare ciò che non si può vedere; non tutti sanno riconoscere i tesori più preziosi e li gettano al vento come semi nell'aia. Quella è illusione, non virtù; se ti abbandona non è mai stata tua> concluse il micio, inarcando la schiena e stiracchiandosi pigro.
Coline lo abbracciò forte, appoggiando teneramente la guancia sul suo musetto: quel morbido contatto la rincuorò.
<Ed è amicizia vera quando ti sento parlare anche se per tutti non hai voce, vero?> gli sussurrò maliziosamente <Anche quando parli una lingua diversa dalla mia e nel silenzio facciamo comunque i più grandi discorsi, non è così?>
Il felino miagolò, appagato da quel calore tanto speciale che la sua padroncina emanava dal profondo dell’anima. La ragazza si sentì intimamente vicina a quel selvatico cuore e capì che non avrebbe dovuto cambiare, solo aspettare. Comprese che la solitudine non era una maledizione, se era frutto della verità: forse aveva sofferto per qualcosa che non era mai stato suo o forse l’amicizia vera non l’aveva mai incontrata.
Perlomeno, pensò, fino a quel momento.


Esiste un luogo fatto di calore e di amore, anche quando il cielo è pensoso e avvolge ogni cosa tra dita di nebbia e respiri umidi; esiste un luogo dove i gattini riposano in vecchi catini di legno, in cui i camini scoppiettano paterni e le panchine accolgono dozzine di zucche malinconiche e solitarie, screziate di giallo e verde silvestre; v’è un luogo dove la quiete si perde tra i vigneti, tra grappoli succosi e violacei, appesi qua e là su generose e nodose braccia di vite. E il silenzio porta la voce del cuore: d’improvviso un momento riluce più di altri, un abbraccio scalda più di un altro; un sorriso diviene il sole che nasce in un giorno di pioggia e in un istante due cuori selvatici si incontrano per non lasciarsi mai più.
Perché la solitudine non è mai davvero una maledizione, perché la sofferenza non è sempre vana; perché l’amicizia vera si può incontrare realmente, in un unico e inaspettato momento.
E’ per te, mia dolcissima Vale: per ricordarti che ci sono, ci sarò sempre. Nella vicinanza e nella lontananza, sia quando mi vedrai sia quando non sarò davanti ai tuoi occhi: perché stai certa che anche allora, quando avrai bisogno, mi troverai sempre almeno davanti agli occhi del tuo cuore.
Ti voglio tanto, tanto bene tesorina: abbracciarti è stato meraviglioso, uno dei doni più belli che questo uggioso autunno mi potesse portare!


Castagnaccio alle pere e anacardi con miele d’acacia, lardo d’Arnad e salsa al Bonarda

Per il castagnaccio alle pere e anacardi
250 gr di farina di castagne (Molino Zanone)
350 ml di acqua
2 cucchiai di olio d’oliva
1 pizzico di sale
50 gr di pere essiccate (Noberasco)
30 gr di anacardi grossolanamente tritati + 30 gr di anacardi interi per la copertura

Per la salsa al Bonarda
½ bicchiere di vino rosso Bonarda
3 cucchiai di zucchero
1 cucchiaio di glucosio

Per la decorazione
fettine sottili di lardo d’Arnad q.b.
2 piccole pere Decana (non troppo mature)
2 cucchiai d’acqua
1 cucchiaio abbondante di miele d’acacia

Preparare il castagnaccio versando nella planetaria la farina con un pizzico di sale, l’olio e l’acqua a filo. Quando il composto sarà piuttosto cremoso, aggiungere le pere essiccate tagliate a pezzetti piccoli e gli anacardi tritati. Mescolare e versare in una teglia rotonda da 22/24 cm di diametro, opportunamente oliata. Distribuire sull'impasto i restanti anacardi interi e infornare a 180°C per ca. 30/35 minuti: il castagnaccio sarà pronto quando si saranno formate le classiche crepe sulla superficie. Mentre il castagnaccio raffredda, sbucciare e tagliare a fettine sottili le due pere, metterle in un padellino antiaderente a fondo spesso e aggiungere due cucchiai d’acqua. Cuocere fino a che le pere non si saranno ammorbidite e l’acqua sarà quasi del tutto assorbita, poi spegnere il fuoco e aggiungere il cucchiaio di miele: mescolare fino a che non si sarà amalgamato bene alla frutta. Preparare infine la salsa al Bonarda: versare in un pentolino mezzo bicchiere di vino rosso, lo zucchero e il glucosio. Cuocere fino a che la salsa non si sarà opportunamente addensata.
Tagliare il castagnaccio a piccole fettine e avvolgere ciascuna di esse in una fettina di lardo. Decorare con un paio di pezzettini di pere al miele e irrorarle con la salsa al vino tiepida o fresca.

Con questa ricetta, amica mia, partecipo al quarto contest dell'Agriturismo Ca' Versa. Ho immaginato questa salsa, che potesse fare le veci della vostra deliziosa gelatina: un po' amarognola, un po' dolciastra, corposa e piena come un buon bicchiere di Bonarda, per accompagnare questo secondo piatto dal profumo autunnale.


Ed eccoci giunti alla fine, per oggi.
Vi abbraccio con tanto affetto, mi mancate tantissimo: ma vicine o lontane, vi porto sempre nel cuore. 
E la mia gioia risiede nel fatto che so di potervi trovare lì, in fondo all'anima  finché non tornerò qui con voi.
Una serena notte, piena di sogni luminosi e di desideri d’amicizia vera. A presto!