lunedì 19 settembre 2016

Danzate, o Menadi, con Taste n.22!

Ci sono momenti in cui l'autunno non giunge solo per i cespugli, per le chiome degli alberi e per i fiori nei prati. Ci sono istanti in cui non sono soltanto le foglie, ormai dipinte di ruggine e ottone, a cadere a terra inermi e a coprire i sentieri di una tenera malinconia: esistono periodi della vita in cui questa stagione arriva anche per noi, intimamente e lentamente, addormentando l'energia e l'allegria che ci avevano pervaso nelle estati della nostra quotidianità. 
Un amore perduto, un sogno infranto, una speranza disillusa. Una delusione profonda, un fallimento personale o professionale, un inaspettato tradimento che ci fa perdere la fiducia nelle persone e nelle cose. Ed ecco che ad uno ad uno i nostri petali cadono, lasciandoci nudi e in balia della rassegnazione, del dolore o talvolta anche della rabbia. 
<E' tutto finito> ci diciamo, quasi privi di forze e di energia per continuare <Ormai non è più il mio tempo, non c'è posto per me>. Non ci sentiamo più degni di niente e pensiamo che ormai <il meglio se n'è andato per sempre>, cogliendoci impreparati quando il sole, il caldo e l'abbondanza erano venuti a farci visita. 
E noi non l'avevamo capito. 
Eppure, proprio guardando quegli arbusti apparentemente privi di vigore e abbondanza, dovremmo accorgerci in realtà di quanto l'autunno non sia ciò che credevamo fosse: non è decadimento, non è il termine di qualcosa. E' proprio quando tutto pare appassire, che il cielo si trasforma in un fuoco meraviglioso; è quando i rami si spogliano che i sentieri si trasformano in tappeti d'oro, rame e seta; è quando non ci sono più germogli, che ci vengono offerti i frutti più dolci, succosi e belli. 
Smettete di pensare che nulla fiorirà più. Smettete di convincervi di avere perso qualcosa per sempre, o di non avere più sogni da realizzare. Siate come le Menadi votate a Dioniso, che si inebriavano del dolce nettare dell'uva, di canti e danze lunghe fino all'alba, senza avere timore di reclamare la vostra parte di felicità, di vittorie e di emozioni.
Siate meravigliosamente 'folli', allontanatevi da ciò che sembrate apparire per riscoprirvi ciò che non sapevate nemmeno di poter essere, lontano da schemi e preconcetti.
Non è mai tutto finito. 
Dite a voi stesse che ogni momento è buono perchè qualcosa <inizi ora>. Perchè c'è tempo, finchè c'è tempo; perchè ad ogni fine corrisponde un nuovo inizio.

Vi aspetto allora tra le pagine del nuovo Taste&More n. 22, per una dolce e avvolgente danza dionisiaca, profumata di spezie, nocciole, moscato e fichi maturi. 

<[...] Non abbiate paura di sbagliare, di essere incomprese, di mutare rotta o di ubriacarvi di passione: verrà sempre un momento in cui il tempo cambierà e potrete ancora decidere di essere diverse insieme a lui. Vivete dell’oggi senza remore, appagatevi con grappoli profumati che saranno presto vino, con l’abbondanza di sensuali fichi maturati tra il rossore autunnale.
Osate, osate sempre. Perché se l’amore genera sogni è solo la follia che talvolta li rende reali.>






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A presto, dunque: che questo autunno non sia per voi il momento in cui vedrete foglie cadere, ma l'occasione di riscoprire nuovi e dorati tramonti. 
Nella speranza di condividere un altro pezzetto di cuore con voi, che mi siete tanto cari/e, vi abbraccio come sempre con immenso affetto!

lunedì 12 settembre 2016

Le preghiere di donna Gertrude

Impugnando delicatamente una maniglia di ferro battuto intrecciata, Gertrude fece il suo ingresso nella chiesa, stagliandosi come un’ombra sulla lingua di luce che illuminò il pavimento della navata. La pesante porta di legno si chiuse alle sue spalle con un sordo cigolio, un piccolo eco che parve tuttavia un improvviso frastuono, nel fragile silenzio del luogo di preghiera.
La donna sfilò i guanti scuri e, accennando un composto inchino, si fece il segno della croce e volse lo sguardo all’altare. Un’alta bifora collocata al centro dell’abside lasciò filtrare netti e luminosi raggi di luce, che avvolsero in un abbraccio soffuso una antica croce lignea, posizionata dietro ad un modesto altare di pietra. Il volto sofferente e delicato di Gesù, di minuziosa manifattura trecentesca, vegliava ancora, dopo tanti secoli, sui fedeli che ogni giorno entravano nella graziosa cappella romanica, conferendo a quell’ambiente sacro un’aria di intimo raccoglimento.
La pia signora amava godersi quei momenti mattutini nel silenzio, ancora profumata dall’aroma del caffè sorseggiato a colazione. Attendendo l’arrivo degli altri parrocchiani per la Santa Messa, le sue scarpe di cuoio nero, dalle stringhe strette in un’asola pressoché perfetta, si muovevano sempre rapidamente sul lucido pavimento marmoreo della chiesa: il rumore secco e cadenzato dei suoi tacchi rimbombava nella navata e nelle nicchie laterali, turbando la morbida pace della cappella. Ma Gertrude non provava disagio, ne era quasi compiaciuta: il suono cadenzato dei suoi passi era certamente un modo del tutto personale per far notare la sua esistenza, perché tutti constatassero quanto lei fosse presente, ogni giorno alla stessa ora, per comportarsi come un’umile serva al cospetto del Signore. Si prodigava allora ad accendere candele, a fare offerte inserendo tintinnanti monete nella fessura dell’offertorio, a controllare la freschezza delle rose e delle gerbere nel vaso bronzeo della statua della Vergine, per sedersi poi in prima fila tra le panchine della chiesa e pregare.
La donna era la prima tra i fedeli a presentarsi in chiesa, inginocchiarsi, ascoltare la messa e l’ultima ad uscire dalla porta per tornare a casa e preparare il pranzo. E, nell’attesa che la funzione iniziasse, aveva così tanto a cuore il suo prossimo che la tentazione di squadrare chiunque le si avvicinasse, per caso o con coscienza, era oltremodo irresistibile: ma Gertrude non era curiosa, certo che no. Era ovviamente mossa da spirito di fratellanza, dalla compassione e da un genuino interesse verso le vite degli altri. Amava sentirsi parte della comunità, dando il buon esempio ed elargendo consigli a coloro che, al suo contrario, non conoscevano quella spinta forte della fede che non fa dubitare mai. Così ogni mattina, infilandosi in bocca una di quelle caramelle all’anice che tanto amava, dava inizio a quell’intimo dialogo tra se stessa e l’ignaro suo prossimo.
Non mancava di notare quanto i tempi fossero cambiati, quanto le persone non usassero più un abbigliamento consono ad un luogo di culto: madri che indossavano grembiuli fin troppo scollati, incapaci di insegnare ai figli l’educazione, dal momento che riuscivano sempre a piangere e a disturbare durante l’omelia. Per non parlare di quei fanciulli che non riuscivano a stare fermi un attimo, girovagando per le sedie e disturbando la preghiera degli astanti. Quante volte aveva roteato gli occhi, strizzato solennemente le palpebre, facendo appello a tutta la sua integrità per non sbottare! Ovviamente non poteva mancare di constatare come la carità non fosse più contemplata, dal momento che qualcuno si presentava trafelato e in ritardo alla celebrazione eucaristica, con le borse piene di frutta, verdura e pane, senza riservare neanche una moneta da destinare alle opere di bene della parrocchia. Le persone spendevano ormai per il futile, per i propri bisogni terreni, ma si sarebbero pentite un giorno di non aver pensato alla loro anima. E i pensieri rivolti a Dio?
<Figuriamoci> rifletteva donna Gertrude, stringendo in un pugno l’alto e abbottonato colletto della camicia e scuotendo lievemente il capo, in un fremito di indignazione <Certe persone, ahimè, hanno pensieri solo per se stesse>.
Menomale che l’Altissimo, nella sua immensa bontà, avrebbe perdonato infine tutti i peccatori.
La donna lanciò uno sguardo ispirato al crocefisso, battendo rassegnata le mani tra loro e congiungendole in gesto di supplica.
<Signore> iniziò a pregare, mentre l’odore pungente e penetrante dell’incenso si era diffuso tra le panche in noce <Eccomi a te, in questo nuovo giorno, per affidarti nuovamente il peccato del mondo. Liberalo dal male, dalle tentazioni e dalle lusinghe dell’inferno. Satana è ormai ovunque, permea la quotidianità indicando all’uomo la via della perdizione!>
Gertrude sospirò, dietro allo scuro velo di pizzo nero che le copriva il capo e il volto.
<Accetta le mie preghiere per i miei fratelli, che non conoscono la forza della fede e la purezza dell’animo! Aiutali a non cadere nella volgarità, nella malizia. Aiutali a riscoprire la carità, l’educazione virtuosa per i figli. Aiutali ad essere pii e colmi di modestia, umili e onesti. Salvali dalla perversione e dalla colpa che li sta affliggendo, te ne prego. Sii buono con loro, che non riescono a vedere il peccato che commettono!>
Così facendo, bisbigliò sottovoce qualche invocazione ai Santi e si fece nuovamente il segno della croce. Si alzò compostamente dal genuflessorio e prese posto sedendosi sulla panchina retrostante, afferrando il libretto del canto che i chierichetti avevano distribuito poco prima tra i fedeli.
Attese qualche istante, finché sentì chiaramente una voce soave e pacata chiamare il suo nome. Gertrude sollevò fulmineamente il capo, pensando che il sacerdote avesse bisogno di lei in sagrestia, senza tuttavia scorgerlo da nessuna parte: l’altare era deserto.
La donna aggrottò la fronte, un poco smarrita.
<Gertrude, sono io> continuò la dolcissima voce, provenendo senza ombra di dubbio dall’antico crocefisso che adornava l’abside.
Donna Gertrude spalancò gli occhi sorpresa, poggiando le dita sulla bocca con aria incredula e scuotendo il capo.
<Povera, povera Gertrude> continuò il crocefisso <Sei così attenta a criticare i gesti degli altri da dimenticare di giudicare prima te stessa e la tua presunzione. Trovi malizia e peccato dovunque guardi e non ti accorgi che il vero peccato non è là fuori: si nasconde in realtà nei tuoi occhi>
La donna abbassò il viso, avvampando di un lieve rossore.
<Gertrude, prega. Continua a pregare> le disse infine quella santa voce <Ma questa volta, invece di farlo per i tuoi fratelli, prega perché ci sia qualcuno di loro disposto ad intercedere anche per te>.






Frollini alla farina di riso e sorgo integrale con caffè, anice e marmellata di prugne
(senza glutine, senza lattosio*)

180 g di farina di riso
30 g di farina di sorgo integrale
10 g di fecola di patate
1 uovo
50 g di burro delattosato
50 g di zucchero integrale di canna
3 cucchiai di caffè forte
1 cucchiaio di liquore all’anice
1 pizzico di sale
½ cucchiaino di lievito vanigliato

Marmellata di prugne q.b.

* verificate che gli ingredienti che utilizzerete siano certificati e sicuri.

Mettete le farine in una planetaria e aggiungete il sale, il lievito, lo zucchero e il burro delattosato a pezzetti. Avviate il robot e, quando tutto sarà amalgamato, aggiungete l’uovo, il caffè e il liquore all’anice. Lavorate l’impasto fino a che non sarà nuovamente omogeneo. Avvolgete il composto nella pellicola alimentare e lasciatelo riposare per almeno due ore nel frigorifero.
Passato il tempo di riposo, stendete l’impasto su una spianatoia e trasferitelo ancora per un quarto d’ora nel frigorifero prima di tagliarlo con la formina per biscotti: essendo l’impasto molto morbido, questo vi faciliterà nella creazione dei frollini.
Infornateli quindi a 170°C per ca. 10/12 minuti, fino a che non saranno dorati.
Una volta ben freddi, farciteli con la marmellata di prugne e accoppiateli due a due.
Ovviamente, potrete impastare gli ingredienti anche a mano e tagliare l’impasto con la formina che più preferite! Pregherete.. che non finiscano più.

E a piccoli passi, con calma e pazienza... riesco a condividere anche questa volta con voi, che mi siete cari/e, pensieri e moti del cuore. Grazie, con affetto, a chi è qui con me sempre. Siete veramente qualcosa di prezioso e io vi auguro di riuscire a vedere in questo mondo solo cose belle... tutte quelle che di certo meritate, lontano dalla malizia e da ogni pregiudizio. Siamo perfetti perchè imperfetti, dopotutto. E il cielo ci ha voluto così: non permettete a nessuno di farvi sentire sbagliati o indegni. Mai.

Un abbraccio e a presto!



lunedì 18 luglio 2016

Ajna chakra cream: una speziata e fresca carezza tra le pagine di Taste n.21

< [...] L’improvvisa necessità di solitudine, di ricerca interiore, la pace che assale di fronte ad un tramonto o tra le onde ipnotiche del mare che accarezza la sabbia; il bisogno di tornare alle radici, di dimenticare il passato per vivere il presente; la voglia di freschezza, di cambiamento, di essere ancora amati: è così che il nostro spirito ci parla, ci indica la via. E’ così che, di fronte alla confusione e allo smarrimento di certi momenti della vita, la nostra mente ci offre di percorrere un nuovo sentiero: l’istinto si fa meditazione, e la meditazione si fa rivelazione.
Aprendo il cuore alla riflessione, alla pace, ai suoni del mondo si può fare l’incontro più straordinario mai pensato: quello con noi stessi, con le risposte che abbiamo da sempre cercato; non dobbiamo cercare lontano, poiché tutto è sempre stato lì, di fronte ai nostri occhi: l’unica cosa che dobbiamo imparare è ‘vederlo’ [...]>

Ed è proprio così che, tra i raggi di un caldo sole estivo, voglio raggiungervi per parlare al vostro cuore. Voglio riempirvi di freschezza, di nuove speranze, di profumi e sapori in grado di aprire la vostra mente; voglio condurvi a riscoprire voi stessi, quel prezioso mondo che troppo spesso tenete da parte, nel frastuono e nella confusione di una quotidianità che parla sempre troppo forte per permettervi di sentire la vostra voce. 
Spesso crediamo di dover guardare chissà dove per avere della pace e della serenità. Guardiamo il mondo senza 'osservarlo'. Sentiamo i suoi suoni senza 'ascoltarli'. 
Crediamo di non capirci, di non conoscerci, solo perché non siamo abituati a darci l'attenzione che meritiamo. Smettete perciò di cercare voi stessi in un mondo vasto, in inutili confronti con gli altri e nelle più varie questioni che riempiono le vostre giornate: siete già lì, tra le vostre mani. Chiudete gli occhi, respirate la vostra stessa luce; meditate e cercatevi nel profondo di ciò che non avete mai smesso di essere. Conoscerete le risposte a tante vostre domande, a tanti vostri perché: aprite il vostro 'terzo occhio', come la tradizione indiana insegna. E se volete saperne di più su come fare.. ve ne parlo nel numero estivo di Taste&More: vi aspetta un gelato speziato e rinfrescante, ideale per i momenti più gioiosi di meditazione, siano essi su una spiaggia assolata o sulle cime più alte dei monti!





Zenzero, cardamomo, cannella, pepe rosa, chiodi di garofano e mele a pezzettini vi avvolgeranno in una morbida e fresca crema al latte di macadamia e cocco. 
Vi auguro di raggiungere il posto più profondo e dolce che ciascuno di voi conserva nel cuore: aprite il vostro sesto Chakra e ammirate finalmente lo splendore che siete realmente. 
Perchè - non dimenticate- siete voi, solo voi, la chiave della più bella rivelazione che possiate oggi conoscere! 


Un abbraccio pieno di sole e di belle cose, a tutti/e voi.
A presto, se lo vorrete, con un nuovo racconto dal mio cuore al vostro! 


martedì 31 maggio 2016

I cilindretti agrumati di re Guglielmo

All'ingresso del giovane re Guglielmo la sala improvvisamente piombò nel silenzio.
Il timido brusio di voci smise di echeggiare tra le mura spesse e rocciose del castello, illuminate dalla luce soffusa che filtrava dolcemente dalle alte bifore all'imbrunire. 
Il sovrano, seguito da un servizievole e fedele accompagnatore, salì con fare solenne alcuni gradini in marmo bianco, per poi sedersi su un massiccio trono intarsiato posto al di là di un imponente arco a sesto acuto. Re Guglielmo osservò qualche istante la moltitudine di persone riunite dinanzi a lui e, estraendo uno scettro dorato da sotto un pesante mantello di velluto scuro, fece cenno ai presenti di accomodarsi.
La corte prese posto occupando alcune larghe panchine in pietra addossate alle pareti della stanza, sontuosamente decorata con raffinati arazzi e scene venatorie, attendendo così che il monarca profferisse parola.
<Fedeli amministratori e uomini di corte> esclamò il giovane Guglielmo rompendo il silenzio <Quest’oggi non vi ho riuniti per discutere questioni di guerre, bilanci o alleanze; non vi ho chiamati per decidere le sorti del mio regno. Essere re comporta responsabilità e obblighi inimmaginabili, nonché la possibilità di avere molti nemici a minaccia della mia incolumità: io devo sapere di chi mi posso davvero fidare. Rispondete, dunque: cosa significa per voi essere dei buoni amici?>
I nobili e i funzionari presenti si guardarono allora vicendevolmente, dubbiosi e stupiti per una simile richiesta. Qualcuno iniziò a riflettere, qualcuno a sospirare; qualcun altro taceva fissando il vuoto, cercando dentro di se la migliore risposta che potesse dare. Altri ancora non diedero troppo peso al quesito, nascondendosi tra le ombre dei presenti per evitare di essere interpellati. Guglielmo diede alla corte un po’ di tempo per riordinare le idee, mentre il suo buon accompagnatore si preoccupò di addolcire la sua attesa porgendogli un boccale colmo di latte di mandorla e miele, una delle bevande che il sovrano più amava.
<Nessuno sa rispondere?> domandò poi il monarca spazientito, poggiando il calice sul piccolo tavolino imbandito posto accanto al trono.
<Tu> continuò, additando un uomo curvo e molto magro, seduto al centro di una delle panchine di marmo chiaro <Vieni avanti, dimmi cosa è per te essermi amico>
Il nobile, titubante, si portò al centro della stanza e fece un profondo inchino.
<Mio re> proclamò con voce roca il tesoriere di corte <Io sono un buon amico perché mi curo dei vostri averi, li custodisco e li gestisco. Con me le vostre ricchezze sono al sicuro, le incremento così che voi possiate godere di una vita agiata. E se voi vivete nella ricchezza, ci vivo anche io>.
Così facendo, batté i tacchi e tornò a sedere. Si fece avanti allora un giovane uomo longilineo, dalla voce squillante.
<Mio re> disse l’araldo di palazzo <Io sono un buon amico perché vi introduco a coloro che chiedono udienza e vi annuncio ovunque desiderate recarvi, così che in ogni dove sappiano come accogliervi con gli onori che vi spettano. E se voi siete conosciuto, in vostro nome lo sono anche io.>
Guglielmo annuì e lo congedò, afferrando distratto una grossa e succosa arancia dal piatto della mensa regale, mentre a saltelli e volteggi un tozzo giocoliere si presentò al suo cospetto.
<Mio sovrano> ridacchiò il giullare <Io sono un buon amico perché mi preoccupo di farvi divertire tutto il giorno e tutta la notte. Suscito in voi l’allegria, la spensieratezza; vi mostro cosa siano la leggerezza e la follia. E se amate fare festa, sono ben lieto di intrattenermi con voi.>
Il saltimbanco si allontanò goffamente, inciampando e facendo perdere l’equilibrio ad un uomo barbuto alle sue spalle, suscitando l’ilarità dei presenti.
<Vostra maestà> balbettò imbarazzato il cantastorie, raccogliendo da terra le pergamene che fino a poco prima teneva tra le mani <Io vi sono amico perché tesso le vostre lodi in tutto il regno. E vi sostengo a tal punto persino descrivendovi nelle mie storie come un eroe, condottiero dalle grandi ed epiche gesta. Adularvi è il mio modo per sentirmi da voi apprezzato e amato. E se voi siete appagato, io sono fiero di immortalarvi per sempre nella memoria del popolo, poiché un giorno potrò dire di avervi conosciuto>.
Il sovrano ascoltò ogni singola parola, accarezzandosi pensoso la barba incolta. Osservò il menestrello mentre tornava a sedersi, lasciando la parola al serissimo e posato consigliere di corte.
<Mio re> esclamò il consulente personale di Guglielmo, schiarendosi aulicamente la voce <Io sono vostro amico poiché a me chiedete consiglio. Mi lusinga che voi vi fidiate del mio parere: è perciò mia premura compiacervi di rimando, dandovi ragione ad ogni bella idea o iniziativa intrapresa per il regno. E se vi aiuto a farvi sentire saggio, voi mi permettete di sentirmi particolarmente valido e considerato>.
Il giovane regnante attese che ogni nobile di corte esponesse la sua personale risposta alla domanda e infine ringraziò gli astanti. Inchino dopo inchino, la sala tornò infine ad essere muta. Lo sguardo di Guglielmo passò allora in rassegna uno per uno i volti presenti nel vasto salone, fino a che i suoi occhi non si posarono proprio sul suo silenzioso accompagnatore, intento a far portare via i vassoi fino a poco prima colmi di primizie siciliane.
<Messere> lo chiamò, facendo improvvisamente sussultare il fedele compagno, che si voltò sorpreso <Per te, invece, cosa significa essermi amico?>
Il ragazzo, titubante, si avvicinò lentamente al monarca e si inginocchiò accanto a lui, arrossendo timidamente. Con lo sguardo basso cercò più volte di parlare, senza riuscire a dire nulla.
<Vorrei potevi dire qualcosa> sussurrò poi con garbo <Eppure temo che non potrei essere all'altezza di nessuno dei vostri funzionari di corte. Io non sono un buon amico: non mi curo delle vostre ricchezze, né le amministro per voi; non annuncio a gran voce il vostro nome, risplendendo della vostra grandezza. Probabilmente non riesco a farvi divertire, coinvolgendovi in grandi feste e godendone con voi; non vi lodo continuamente di fronte a chiunque, né riferisco di voi cose non vere solo per adularvi o per entrare nelle vostre grazie: non ne sono capace perché io mi preoccupo voi, non di ciò che potreste essere. Non riesco neppure a darvi ragione quando avete torto e mi dispiaccio se per questo potrei offendervi, ma credo che il male sia male e ferirebbe anche un sovrano. Perciò perdonatemi se parlando vi ho deluso>.
L’accompagnatore sollevò il viso incontrando gli occhi verdi e acuti del monarca, che abbozzò contro ogni aspettativa un lieve sorriso. Guglielmo poggiò la mano sulla spalla del ragazzo e si alzò dal trono, rivolgendosi all'assemblea.
<Da quando ricordo d’aver avuto senno, ho imparato che c’è sempre un motivo per il quale qualcuno può starci accanto e c’è chi crede che questa ragione si possa chiamare amicizia. Eppure non v’è nulla di più sbagliato. L’amicizia non si identifica mai con una ragione che possa permetterle d’esistere: se esiste, esiste senza un perché. Lo fa gratuitamente come semplice forma d’amore. Essa non è la condivisione della ricchezza o della fama di qualcuno, finché dura la gloria. Non è lodare affinché qualcuno ci lodi di rimando. Non è una grazia elargita nella speranza di riceverne un’altra in cambio. Amicizia è verità, e come essa può talvolta fare male senza uccidere mai; fa gioire della gloria di un altro come fosse la propria. Amicizia è avere qualcosa da dare, non cercare qualcosa da ricevere.>
Il sovrano si voltò nuovamente verso il suo accompagnatore, invitandolo ad alzarsi. 
Strinse le sue mani con gratitudine, sorridendo ad un volto incredulo ma felice: <Non esiste tristezza per la perdita di coloro che ritenevo falsamente amici, ora che accanto ne ho scoperto uno genuino. Non hai motivo di starmi vicino, non ho nulla che a te interessa , sebbene io sia un grande re: eppure sei qui, perché la sola ragione che ci lega è l’autentico affetto. E in questo ‘niente’, il ‘tutto’ ha il tuo nome, amico mio>.





Cilindretti agrumati al sorgo e riso integrale con pasta di zenzero candito, mandorle e miele
(senza glutine, senza lattosio)*

*controllate ovviamente che gli ingredienti che acquistate siano certificati!

Per la frolla
80 g di farina di riso
50 g di farina di riso integrale
20 g di fecola di patate
20 g di farina di sorgo integrale
40 g di zucchero a velo
50 g di burro delattosato
½ cucchiaino di cannella in polvere
½ cucchiaino di lievito vanigliato
1 uovo
1 pizzico di sale

Per il ripieno
50 g di mandorle non spellate
40 g di zenzero candito
1 cucchiaino di miele millefiori
1 cucchiaino di scorze di arancia fresche
1 cucchiaino di scorze di limone fresche
1 cucchiaino di succo di limone
1 cucchiaino di succo d’arancia
1 cucchiaino di aroma naturale di fiori d’arancio
½ cucchiaino di cannella in polvere

Preparate il ripieno dei cilindretti tritando in un mixer le mandorle con la pellicina, lo zenzero candito, il miele, le scorze di arancia e di limone, la cannella, il succo di arancia, il succo di limone e l’aroma naturale di fiori d’arancio, fino a che non avrete ottenuto un composto piuttosto pastoso.
Tenete il ripieno in una scodella a parte, mentre preparerete la frolla.
Mettete nella scodella della planetaria le farine, il lievito, la cannella, lo zucchero a velo, il sale e il burro delattosato freddo a pezzetti. Azionate l’impastatrice e, quando le farine avranno assorbito bene il burro, aggiungete l’uovo. Quando la frolla sarà pronta, lasciatela riposare in frigorifero per circa 30 minuti, coperta da pellicola da cucina.
Passato il tempo d’attesa, stendete la frolla in un rettangolo dal lato corto di ca. 10 cm, ad uno spessore di ca. 3 mm. Mettete nuovamente in frigorifero l’impasto appena steso, per un’altra mezz'ora. Inumiditevi leggermente le mani e create con il ripieno allo zenzero un filoncino di ca. 1 cm di diametro. Adagiate il filoncino sulla pasta frolla stesa e avvolgetelo per bene in essa. A questo punto tagliate il rotolo che avrete ottenuto in pezzetti di 5 o 6 cm di lunghezza, decorando la superficie con l’aiuto di una bocchetta a stella da sac-a-poche.
Lasciate i cilindretti in frigorifero mentre accenderete il forno a 170°C. Una volta che quest’ultimo avrà raggiunto la temperatura, infornate i biscotti per ca. 10/12 minuti, fino a quando saranno lievemente dorati.
Sfornate e lasciate raffreddare prima di gustare, rigorosamente in compagnia di un buon amico!




 < [...] Amicizia è verità, e come essa può talvolta fare male senza uccidere mai; fa gioire della gloria di un altro come fosse la propria. Amicizia è avere qualcosa da dare, non cercare qualcosa da ricevere. [...] E in questo ‘niente’, il ‘tutto’ ha il tuo nome, amico mio>.

...ed è così. Non posso che dedicare in special modo questa ricetta alla mia dolcissima chef Mimma. E' lei che mi ha regalato tanti profumati limoni e tante succosissime arance, direttamente dalla Sicilia, con le quali ho potuto creare questi cilindretti agli agrumi. Grazie, amica mia, per essere nella mia vita come solo tu sai fare; grazie perché ci sei, come un sole, a scaldare le giornate più buie! Sei unica e ti auguro tutto il bene più vero che si possa desiderare nella vita. Ti voglio bene!

E auguro tanto bene anche a tutti coloro che in questo momento hanno bisogno di credere nell'amicizia: tante volte capita di restare delusi, di avere a che fare con persone che sembrano volere tutto da noi senza restituire niente; capita di essere messi in un angolo solo perché osiamo essere noi stessi, diversi da quello che gli altri si aspettano da noi. 
Diamo tutto e sembra non essere mai abbastanza. Tanti dicono di capirci, di starci accanto, ma quando si tratta di dover perdonare, di dover comprendere debolezze e sofferenze, ci troviamo soli. Già, perché chi ama davvero sa di non essere perfetto. Chiede solo d'essere accettato per ciò che di vero può donare. 
Amicizia non è la quantità di tempo che si passa insieme: è come lo si passa, anche se fossero secondi in un mare di eternità. Amicizia non è la quantità di parole con cui ci si copre, ma qualità di queste; è anche silenzio, lontananza, però condita da fiducia. Chi ti ama non ti mette in dubbio mai, nemmeno quando hai palesemente torto o quando non ti parla da anni. Amicizia è un tesoro che dovete portare con voi, quando dite a qualcuno che terrete il suo cuore in mano. Non lasciate che nessuno vi dica che non siete buoni amici solo perché non vi hanno realmente compreso o accettato: ognuno di noi poi fa i conti con se stesso.
Non travisate mai, pertanto, il termine 'amicizia'. Questa ha un valore: potreste addirittura contare in tutta una vita i veri amici sulle dita di una mano. Ma quello che più conta è che non dovete disperare. Credete in questo bellissimo sentimento: siate voi stessi gli amici che vorreste avere accanto. Se ciascuno di noi trattasse gli altri con il rispetto che chiede per se stesso.. questo mondo sarebbe certamente pieno di amicizia vera ed amore. 

p.s. Lo so, gli agrumi non sono proprio di stagione ma.. questo la dice lunga sul tempo che ho avuto per condividere questi dolcini con voi. Meglio tardi che mai, no? 

Vi ringrazio di essere qui con me, sempre. 
Un abbraccio grandissimo!


mercoledì 11 maggio 2016

Sogno di una notte di... inizio estate


Che stagione folle la primavera: un giorno sorride, un altro è triste. Un attimo risplende, godendo degli abbracci dorati del sole, e poco dopo piange lacrime cupe, facendo tremare di freddo le fronde ormai colme di verdi promesse. Ma per quanto possa essere strana e incomprensibile, la primavera non è solamente un moto del tempo: è moto anche di ciascuno di noi. Tutti la portiamo dentro, tutti la viviamo combattuti tra un'intensa voglia di rinascita e una strana sensazione di malinconia, di nostalgia e di smarrimento. Vorremmo vedere sbocciare i germogli dentro di noi, come nuove promesse di felicità, ma ci troviamo frequentemente ad annegarli nei dolori, nei dispiaceri e nelle delusioni. Cadiamo, ci rialziamo, ci vogliamo fidare ancora di quel vento misterioso che gelido non è più, ma nemmeno tanto caldo: indecisi seminiamo di continuo, sperando finalmente in un raggio di sole, in un piccolo miracolo che raggiunga anche i nostri cuori, dopo aver a lungo fallito o faticato. Ed è proprio per questo che, se conosciamo a modo nostro le stagioni dell'anima, non dobbiamo dimenticare cosa insegnano le stagioni del mondo: per quanto possa essere complicato seminare e credere nella forza e nella bellezza di un germoglio, che apparentemente non cresce mai, non dobbiamo mai smettere di sperare e di credere nei nostri sogni. Non dobbiamo mai arrenderci ai momenti di sconforto, in cui un attimo <ogni cosa è> per <non esserlo più> subito dopo; non dobbiamo pensare che, per quanto fredda sia ancora l'aria o per quanto cupo sia ancora il cielo, la luce esiterà ad arrivare. 
La primavera, seppur folle e capricciosa, lo sa: l'estate arriva sempre, non la si può fermare.
E con il suo arrivo è pronta a ricordarvi che è giunta proprio per voi, come premio dopo tanta fedele attesa. E' proprio all'inizio della bella stagione che potrete, infatti, vivere una notte speciale in cui ogni cosa sarà possibile: una notte che da tempo immemore si celebra il 24 giugno, giorno di San Giovanni Battista. 
Ricordate, dunque, di non arrendervi e di non abbandonare i vostri più profondi desideri! Attendete fiduciosi questo crepuscolo incantato: affidatevi alla luna, alle stelle e alle erbe odorose, consapevoli del loro potere di rendere reale ogni cosa buona. Perché dopo le prove, le difficoltà, l'insicurezza e il dubbio, viene sempre il momento in cui compare una certezza: essa aspetta solo voi, sicura che non la abbandonerete, specialmente se la attenderete in compagnia di un salutare e mistico elisir...

...che troverete tra le pagine di Taste&More n.20, insieme a tanti consigli utili per una dieta perfetta, senza troppe rinunce: diamo il benvenuto alla bella stagione con uno splendido sorriso! 


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<Esiste una notte, una volta all'anno, in cui ogni fortuna e benedizione divengono possibili; una notte incantata, sin da tempi molto lontani, che preannuncia l’arrivo della bella stagione e celebra il solstizio d’estate: è quella del 24 giugno, dedicata a San Giovanni Battista nella tradizione cristiana e allo sposalizio del sole e della luna nelle antiche culture pagane. Acqua e fuoco, associati da sempre alla figura del Santo e alla potenza mistica dell’emisfero celeste, sono celebrati da tutti coloro che cercano purificazione, benedizione e guarigione dai mali del corpo e dello spirito; da tutti coloro che cercano protezione contro le negatività e i subdoli influssi del male.
Le antiche tradizioni rurali e contadine, infatti, tramandavano numerosi riti volti a ricercare la benevolenza e il favore di San Giovanni: su qualche collina o in aperta campagna si accendevano di frequente grandi fuochi in onore del cielo e del sole, nei quali si gettavano oggetti vecchi e legati ad un passato da dimenticare, piuttosto che fantocci posticci dal forte significato simbolico, i cui fumi in combustione avrebbero avuto il potere di purificare l’aria; molte donne si riunivano a danzare tre volte sotto grandi alberi di noce, in compagnia dello sguardo lucido delle stelle, per ricordare le loro sorelle che in passato erano state accusate di stregoneria, ottenendo in cambio la fertilità. Soprattutto, però, si credeva che le erbe raccolte in questa particolare notte fossero dotate di qualità straordinarie grazie ad un potenziamento delle loro proprietà, specie se inumidite da una lieve e cristallina rugiada... [...]>





Buona lettura e a presto, dunque. Mi riprometto sempre di scrivere qualcosa di nuovo ma pare sempre che capiti qualcosa che mi costringe a rimandare.. Questa volta però non lascerò che il tempo, le vicissitudini e i pensieri mi impediscano di aprire ancora il mio cuore. Ho tanta voglia di tornare nel silenzio di queste fronde, dove mi sento più a casa che tra mille rumori del mondo. Proprio nel frastuono non riesco a stare... preferisco seguire le voci che mi portano al cuore, dove vi trovo sempre e vi ringrazio. Tanto. 
Anche se a volte per me stare bene sembra un miraggio, io ci spero comunque. Del resto... l'estate prima o poi viene, no? 
Un abbraccio con affetto.


sabato 12 marzo 2016

Panacea muffins: accogliamo la primavera tra le nuovissime pagine di Taste n°19


C'è qualcosa nel lungo inverno che, ogni anno, è in grado di penetrare le pareti del nostro corpo e raggiungere un posto profondo, dentro di noi. La neve copre tutto ciò che i nostri occhi erano abituati a vedere, il mondo tace. Il cielo grigio e cupo pare pensieroso, malinconico, rassegnato: si allunga tra le nuvole distratto, senza parole, annoiato e affranto. Un po' come capita talvolta a ciascuno di noi, quando fa talmente freddo che qualcosa scuote non solo le nostre membra ma anche la nostra anima; ci sentiamo privi di energia, prosciugati, aridi. Niente pare più fiorire dentro e lo sguardo si copre di una coltre di gelo necessaria, affinché niente ci permetta di sentire ancora incapacità e dolore. 
Eppure dovremmo sempre ricordare che il cielo non ci abbandona né piange mai senza uno scopo: ogni lacrima pungente o ogni fiocco di ghiaccio va a nutrire la terra, lì dove risiede il suo cuore. Dietro ad una apparente sofferenza acquista sempre una nuova consapevolezza: se pensa, se soffre, se il suo sguardo benevolo si spegne, lo fa solo al fine di comprendere meglio cosa può farlo splendere nuovamente di turchese e di ritrovata energia. Non c'è goccia di nuvola che venga sprecata, non c'è alcun sogno in embrione che finisce dimenticato: il cielo soffre per tornare a vivere, per vedere i suoi profumatissimi desideri esplodere al giusto tempo come splendide realtà nei prati, tra le fronde dei boschi e sulle languide colline. Il dolore diviene energia, pura fonte di ispirazione e di ritrovata primavera. Perciò non dimenticate mai, nemmeno dopo un lungo inverno, né i vostri sogni né ciò che siete in grado di fare per avverarli: siate in grado di non piangere mai inutilmente, ma di bagnare con ogni difficoltà ciascuna speranza per una nuova riuscita; cercate di nutrire con l'esperienza i germogli dentro di voi, per godere di una nuova, scintillante energia che vi permetterà di raggiungere finalmente le stelle.

E se il mondo si sta lentamente svegliando, non potevo evitare di rendervi partecipi della carica di luce e vigore che sta per scuotere il cuore di ogni creatura.
Nel nuovo numero di Taste and More vi attende perciò una 'soffice panacea' in grado di restituirvi le energie perdute nella stagione invernale. Volete conoscere come?
Questo è solo l'inizio. E c'è un Panacea muffin per tutti!

<Nell’antica Cina, medici e saggi conoscevano molto bene le proprietà miracolose del Ginseng, che si guadagnò presto l’appellativo di ‘panacea’,  ossia ‘rimedio per tutti i mali’. Le sue radici nodose e tortuose, spesso difficili da districare, somigliavano incredibilmente alla forma stessa dell’uomo; incarnavano perfettamente la condizione umana di fronte a certi momenti della vita molto difficili, stressanti e pesanti, che portavano il corpo a contorcersi e a soffrire di pari passo con l’anima.
Il leggendario monaco Yun Men Shi sapeva bene, infatti, che per godere di un buon benessere psicofisico era necessario ricercare l’equilibrio tra stabilità morale e corporea, in modo da beneficiare di un ritrovato buonumore e in maniera tale da permettere all’energia vitale di fluire in modo vigoroso verso il mondo.
A fronte di tutti coloro che si recavano da lui a chiedere aiuto in momenti particolarmente debilitanti e tristi dell’esistenza, il saggio Yun Men studiò dunque il modo di creare una medicina odorosa in grado di alleviare e combattere ogni male dello spirito: miscelò segretamente e in quantità variabile svariate erbe e succhi benefici, tra i quali si dice spiccassero in particolare la radice di Ginseng, l’essenza di fiori d’arancio, chiamata altresì ‘Zhi-Shi’, e l’estratto di carota.
Questa bevanda miracolosa sarebbe stata in grado di combattere insoddisfazione, tristezza, depressione e poca stima di se stessi; sarebbe stata in grado di placare invidie, collera, stanchezza mentale che inevitabilmente si tramutava in veleno per il corpo e in debolezza fisica... [...]>









Vi abbraccio tutte/i con affetto. 
Vi ringrazio di esserci sempre, come splendidi fiori nel mio piccolo bosco. Siete una luminosa e gentile primavera, in un lungo e complicato inverno. Ancora non vedo per niente bene e scrivere tutte le storie che vorrei condividere con voi mi riesce davvero difficile. Spero di stare bene presto, di uscire da questo tunnel di analisi e visite, per poter mettere nero su bianco tutto ciò che la mia anima vorrebbe comunicare. Che il cielo, nel frattempo, vi benedica e vi regali la felicità piena che meritate.
Dal cuore.
A presto!

lunedì 11 gennaio 2016

Il biscotto del Pellegrino, il n° 18 per.. un buon cammino!


[...] <A chi, nella vita, non è mai accaduto di dimenticare quale fosse la sua strada?> [...]

Esistono istanti in cui ciascuno di noi è chiamato ad intraprendere un viaggio. 
Poco importa se questo si presenta come un'avventura voluta, piuttosto che obbligata; poco importa se siamo pronti ad affrontarlo o se invece ci prende alla sprovvista: dobbiamo raccogliere ciò che è in nostro potere portare con noi, alzarci e iniziare il cammino. Talvolta siamo consapevoli di ciò che al termine del sentiero siamo sicuri di trovare, poiché abbiamo cercato quella meta e siamo desiderosi di scoprire se è proprio come l'avevamo immaginata; tante altre volte, invece, sappiamo solo di dover camminare perché sentiamo che il luogo dove ci troviamo non ci appartiene più. E questi sono i viaggi più difficili, quelli in cui la forza spesso manca, quelli in cui la strada pare sempre incerta e piena di pericoli; la nebbia oscura la vista e ci fanno compagnia soltanto i fantasmi.
Eppure sono anche i viaggi che, al loro termine, ricorderemo come i più importanti mai vissuti: saranno quelli che ci avranno insegnato qualcosa, che ci avranno messo alla prova, che ci avranno fatto crescere; saranno quelli che ci avranno reso meno illusi, lontani da ogni esperienza semplice, anche con la forza. Perché è proprio questa che inaspettatamente sgorgherà dal cuore, quando nemmeno pensavamo di averla: la vita è più forte di qualsiasi cosa e voi siete forti come lei. Allora, dopo che la tempesta sarà passata, vedrete finalmente il sereno.

Io voglio esservi accanto, sempre, quando lo desiderate, in questo percorso a volte incomprensibile e inaspettato che l'esistenza a volte ci pone davanti. Non bisogna mai dimenticare che un poco di incanto, come nelle belle fiabe che solitamente ascoltavamo da bambini, sicuramente aiuterà a farci giungere alla meta: così vi dono con piacere questi biscotti particolari, creati con alcune erbe protettive e aromatiche conosciute sin dall'antichità, da tenere nel vostro bagaglio per ogni evenienza! E non solo. Volete conoscere come preparare un buon talismano in grado di offrirvi protezione e coraggio ad ogni passo che farete? 




...vi racconto tutto sul n°18 di Taste&More, se ne avrete piacere. Anche questa volta potrete rilassarvi nel mio angolino magico, che vuole portarvi tutto il mio bene, insieme a molte deliziose e originalissime ricette in grado di rendere piacevoli anche questi mesi invernali!


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Buona lettura, amici e amiche care. Grazie di esserci sempre
Presto prometto che inizierò nuovamente ad arricchire le fronde del bosco di storie raccontate dal vento, per condividerle con voi con tutto il mio cuore. 
Mi mancate tantissimo. Un abbraccio e una dolce settimana.