domenica 29 luglio 2012

Le sognanti trofie al pesto rosato della principessa Chiaraluce


Tanto tempo fa, in un luminoso reame dove splendeva sempre il sole, esisteva una piccola bimba destinata a divenire un giorno una principessa: la chiamavano Chiaraluce e lo era di nome e di fatto. Come si conviene ad un cuore nobile era gentile, generosa e sorridente con tutti; sebbene fosse ancora una fanciullina, era molto responsabile e rispettosa. Certo è, però, che una caratteristica tra tutte la distingueva: amava così tanto sognare che, non appena poteva ritirarsi nella sua cameretta, era quasi consuetudine vederla sempre con gli occhi rivolti al cielo durante l’ora del tramonto. Si sedeva allora tranquilla sul grosso davanzale in pietra, con il suo vaporoso abitino color pesca, sospirando continuamente: era quasi impossibile penetrare nei suoi teneri e rosati pensieri.
<Benedetta figliola!> diceva sempre il padre <Ma quando mai metterà i piedi per terra?>
La madre, la regina, ne sorrideva: sapeva in cuor suo che una principessa che si rispetti non doveva mai smettere di sognare e sospirare, nemmeno da adulta.
<Lasciala fare, mio caro> lo rassicurava <Cercare i sogni nel cielo non farà che crescerla bene: dovrà ricordarsene, per divenire in futuro una buona regina! E’ una qualità indispensabile!>
E fu proprio per questo motivo che la sua amata nutrice decise di farle un dono gradito, nel giorno del suo quattordicesimo compleanno: voleva che per lei fosse speciale, che la celebrasse in modo adeguato; voleva donarle un ricordo che avrebbe portato sempre con se, un attimo di gioia che le ricordasse i suoi amati sogni in tutti gli anni a venire.
Conoscendo la nota golosità della bambina, fece così creare appositamente per lei un piatto particolare affidandosi alle mani sapienti della cuoca del castello: donna Berengarda, di buon mattino, colse le more più fresche e si procurò le cipolle più dolci. Cercò del formaggio candido e delicato; acquistò le mandorle più saporite, contrattando abilmente col burbero mercante del borgo; si ritirò poi di tutta fretta nelle cucine e con tanto amore ne fece un sugo… rosato e sognante come la piccola Chiaraluce.
Si dice che la bimba fu così sorpresa e felice che non volle altro piatto che questo, almeno nel giorno in cui ogni anno celebrava la sua nascita: prima da principessa, poi da regina, non perse mai la facoltà di sperare o di ricercare i suoi sogni al tramonto. Nessuno può sapere se quella perseveranza alla fine l’abbia premiata, ma voglio credere che sia stato così... 


<I sogni sono fatti di tanta fatica. Forse, se cerchiamo di prendere delle scorciatoie, perdiamo di vista la ragione per cui abbiamo cominciato a sognare e alla fine scopriamo che il sogno non ci appartiene più. Se ascoltiamo la saggezza del cuore il tempo infallibile ci farà incontrare il nostro destino. Ricorda: ‘Quando stai per rinunciare, quando senti che la vita è stata troppo dura con te, ricordati chi sei. Ricorda il tuo sogno’>
(Sergio Bambarén, Il Delfino)

A tutte le principesse, a tutte le regine, a tutte coloro che credono di non esserlo mai state: chiedete alla bambina che portate dentro quali erano i suoi sogni, prendetela per mano e accompagnatela ancora con voi nei cieli della vostra esistenza. Sognare da piccoli fa crescere, sognare da grandi ci ricorda chi eravamo; ci indica da dove veniamo e cosa stiamo da sempre inseguendo. Ci rammenta in fondo una primordiale promessa fatta a noi stessi, che non andrebbe tradita. Mai. 

Un pensiero speciale a te, Gre: credici sempre e sarà tutto una splendida realtà! Grazie ancora per i bellissimi orecchini che hai fatto per me!

E... bentornata dolcissima Sabi! Mi sei mancata tantissimo! :D

Trofie fresche al pesto di mandorle, more e cipolla rossa dolce

250 gr di trofie fresche
1 cipolla rossa di Tropea di medie dimensioni
50 gr di formaggio fresco spalmabile (Philadelphia)
60 gr di mandorle non pelate, tritate finemente
50/60 gr di more
1 cucchiaio di aceto balsamico
1 cucchiaino di zucchero di canna
1 piccola noce di burro
Sale q.b.
Olio evo q.b.
Mandorle a lamelle q.b.

In una padella antiaderente mettere la noce di burro, il cucchiaio di aceto balsamico, un cucchiaino di olio, un po' di sale, la cipolla rossa tagliata finemente, il cucchiaino di zucchero e un po' di acqua. Cuocere a fuoco lento fino a che la cipolla non sarà appassita (non deve friggere!). A questo punto frullare la cipolla con le mandorle e le more, fino ad ottenere un composto piuttosto omogeneo. 
Cuocere le trofie in acqua bollente salata, per ca. 3 minuti. Scolarle e metterle nella padella con il pesto rosato e un cucchiaino di acqua di cottura delle trofie. Aggiungere il formaggio fresco spalmabile e amalgamare. Se gradite è possibile decorare con mandorle a lamelle e qualche mora fresca.

Un abbraccio grande!

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Nota del 01/09/2013

Con questo pesto sognante avrei piacere di partecipare al contest della cara Lore, "Spread Joy Contest: Variazioni e Sinfonie sul Pesto" de L'Angolo delle Ghiottonerie"


Spero ti piaccia e sia di tuo gradimento, amica mia! Che i tuoi sogni possano essere tutti realtà! 

venerdì 27 luglio 2012

Il fresco sorbetto di Kel Tamahaq


I suoi occhi lucidi e neri, incastonati come pietre in un viso dalla scura pelle algerina, si perdevano nell’immensa vastità delle tenui e impalpabili dune. 
Scrutavano attenti e saggi l’orizzonte, finché infine la videro: dopo lunghi giorni di viaggio, l’uomo arrivò finalmente ad Al-Mani’a, bisognoso di un ristoro. Le dita invisibili di un torrido vento muovevano la sua taguelmoust distrattamente,  mentre il silenzioso Tuareg si avvicinava sempre di più alla sua oasi. Poteva sentire il bollore della sabbia sotto i suoi sandali ormai consumati, la fatica pervadere le sue membra. 
Si accostò ad un’altissima palma e lì legò il suo cammello, compagno di tanto peregrinare. Portò un braccio alla fronte, per asciugarsi il sudore: mentre passava la lingua sulla bocca, capì che le sue labbra secche avevano bisogno di essere al più presto reidratate. La sete era tanta, ma la stanchezza vinse su tutto: chiuse gli occhi, all’ombra dell’albero, per riposarsi un po’. Non passò però molto tempo prima che qualcuno, con le sue grida, lo svegliasse: un ragazzino, con una grossa giara piena d’acqua, gli si avvicinò correndo dal fondo di una vecchia casa con la porta dipinta di rosso.
<Argaz!> gridò ripetutamente <Kel tamahaq!>
Il Tuareg si alzò e lo salutò, inchinandosi, quando gli fu abbastanza vicino da poterlo sentire distintamente: <Azul, mio piccolo amico>.
<Porto acqua, acqua.. aman! Vuoi?> sospirò affannato <Se tu mi dai qualcosa io ti do l’acqua che cerchi>
L’uomo sorrise e si voltò ancora assonnato verso le bisacce legate al suo fedele animale.
<Fammi un po’ vedere, piccolo mercante> disse, rovistando distrattamente per qualche istante.
Poi, ne estrasse qualcosa.
<Che ne dici di questo bellissimo vasetto? E’ di valore sai?> propose sbadigliando.
Il ragazzino lo prese tra le mani, lo osservò e poi scosse la testa, restituendoglielo: <E’ vuoto, Kel tamahaq. Io che me ne faccio? Come puoi dire che questo abbia valore?>
Il Tuareg si avvicinò al ragazzo e lo guardò dritto negli occhi: <Credi anche tu, come tutti, che non abbia valore? Invece ne ha, almeno per un pover’uomo come me.>
<Ma non vedi che è anche vecchio? Cosa lo tieni a fare? Non lo vorrà mai nessuno!> protestò il ragazzo stringendosi nelle spalle, deluso dallo scambio proposto.
<Lo tengo perché è importante: mi ha insegnato qualcosa di prezioso, che volevo condividere con te. Ma se non lo vuoi…>
Il Tuareg fece per mettere via il vasetto, ma il giovane incuriosito lo fermò: <Cosa ti avrebbe insegnato, Kel tamahaq?>
<Mi ha ricordato che non sono una delle tante giare vuote che popolano la terra> disse <Vedi, tante persone lo divengono, perché si convincono di esserlo. Essere vuoti è più semplice, non da pensieri. Rende leggeri.>
L’uomo guardò la mano del giovane, stretta attorno al suo contenitore d’acqua, e continuò: <Essere un vaso e trattenere dell’acqua fresca comporta delle responsabilità, che molti non vogliono avere: è necessario stare attenti, perché il sole non la prosciughi o perché la pioggia non la faccia trasbordare. Comporta la capacità di sapersi muovere su terreni incerti rischiando di versarla o di perderne gocce preziose. Sarebbe tanto facile rovesciarla, non pensarci più e procedere come tutti i vasi privi di peso. Ma vedo che a te importa molto conservarla. E non parlo solo di quella che hai nel tuo vaso: per te è merce preziosa e sai quanto conta, per chi vive nel deserto. Potrebbe capitarti di non volerla contenere, potresti convincerti persino di non essere mai stato pieno di nulla, preso da un impeto di stanchezza e calore insopportabile. Ma ti prenderesti soltanto in giro. Non devi mai offendere la vita, devi valorizzarti: con tutto ciò che questo comporta. Una giara piena d’acqua fresca si rende conto soltanto cadendo… di ciò che ha lasciato che venisse irrimediabilmente versato.>
Si fermò un istante e poi, sfinito, riprese: <Ora ti prego, dimmi cosa desideri, ma dammi da bere: sono molto assetato.>
Il ragazzino lo guardò intensamente: <Vorrei avere la tua piccola e vecchia giara, ma non me la sento di portartela via> disse. Poi porse all’uomo il vaso dell’acqua: <Non c’è null’altro che potrei volere, adesso. Sei stato generoso. Prendi, Kel tamahaq: dissetati, fino a che ne vorrai, signore del deserto>. 



Il fresco sorbetto di Kel Tamahaq

1 kg ca. di melone giallo (polpa bianca) 
200 ml di prosecco
1 cucchiaio abbondante di miele di Ailanto (La casa del miele)
6/7 cime fresche di timo arancio
200 ml di acqua
90 gr di zucchero semolato
succo di limone q.b.

In un pentolino fate sciogliere lo zucchero nell'acqua. Tagliate a pezzetti il melone dopo averlo ben pulito e irroratelo con succo di limone. Frullate il tutto insieme all'acqua zuccherata aggiungendo il timo arancio, il prosecco e il miele. Una volta che il composto sarà ben amalgamato, trasferite nella gelatiera (se l'avete) oppure seguite il solito procedimento (che ho usato anche io): mettere il sorbetto in un contenitore nel freezer e avere cura di rigirarlo ogni ora per 4/5 volte! Dovrebbe proprio cacciare la sete... parola di Tuareg!

...magari tra qualche giorno metterò anche qualche fotografia del mio breve viaggio. Sebbene abbia piovuto abbastanza (poteva essere altrimenti?!) molti sono stati i luoghi che mi hanno riempito il cuore, come ogni anno. Condividerò volentieri con voi, se vorrete, quanto ho potuto ascoltare con l'anima. 
Sono ancora in fase di assestamento, ma.. tra un paio di giorni tornerò subitissimo a postare a pieno regime! :) 

Un abbraccio e felice week end!

venerdì 20 luglio 2012

Salsa 'gitana' con arachidi, foglie di sedano, caffè e... a presto!

Il sole era ancora alto nel cielo, sebbene fosse ormai sulla via del tramonto. Dai campi di grano, bruciato dagli intensi raggi solari, le spighe ondeggiavano cullate da una lieve brezza estiva; le cicale iniziavano ad intonare il loro canto serale, mentre dalla terra saliva torrido il calore accumulato durante il giorno: ricordava quasi l’intenso aroma del caffè, bruno come le zolle. Mentre osservava assorta l’orizzonte, la gitana triturava pazientemente delle foglie in un vecchio pestello, insieme a della frutta secca: profumi semplici, legati alle antiche tradizioni del suo popolo. Il movimento ritmico e costante del suo braccio andava di pari passo con i suoi pensieri: si susseguivano lenti, uno dopo l’altro, fino a costruire l’album della sua vita. Un’esistenza passata a vagare da un paese all’altro, da un luogo all’altro: non aveva mai avuto dimora in nessun luogo, eppure ogni luogo poteva essere la sua casa.
Mentre rifletteva, persa nei suoi più profondi pensieri, sentì due braccine stringerle il collo.
<Mamma, cosa fai?>
La donna, confortata da quell’abbraccio, sorrise: <Preparo la cena, hai fame?>
Il piccolo annuì vistosamente: <Molto! E che buon profumo hanno le tue erbe!>
<Ti piace?> disse dolcemente, passando una mano nei suoi capelli scuri <E’ una vecchia ricetta della mia famiglia. Ricordo che la tua bisnonna mi diceva sempre di scegliere gli ingredienti migliori; di trovare sapori delicati, ma decisi e di carattere. Quando avevo la tua età fu lei ad insegnarmela, sai?>
<E tu ora la insegni a me?>
<Certo, se desideri> sussurrò <Vedi, queste sono foglie di sedano, poi ci vogliono queste noccioline e infine…>
La gitana prese una manciata di polvere nera da una ciotola a lato, e la buttò decisa nel pestello: <…caffè! L’aroma della terra!>
Il bimbo ridacchiò.
<Un composto che ricorda la vita, non trovi? Anche in essa è necessario cercare la materia prima ottimale: la vita è sempre vita, ma dipende dall’aroma che gli dai. Gli ingredienti sono sempre fondamentali: bisogna cercare i migliori dentro di se> gli disse maternamente, guardandolo con amore <Figlio mio, non accontentarti mai di 'un' sapore qualsiasi, perfeziona ‘il’ sapore: quello che renderà tutto più corposo, consistente, mai insipido. Ricorda: non conta tanto il ‘ciò che è’, ma ‘ciò che fai per renderlo quello che è>.
Un ditino scivolò nella salsa appena fatta: <E’ proprio buona, mamma. Voglio che anche la mia vita abbia questo sapore: così avrà aroma anche di te>.


<Dovremmo sempre guardare al senso di un viaggio: d’improvviso, esso ti mostra pagine di te che mai avevi letto prima, cose dalle quali fuggivi pur stando immobile nello stesso luogo. La vita è sempre un sentiero, una lunga via che ciascuno dovrebbe percorrere fino in fondo: viaggiare è vivere, è scrivere sul personale libro dell’esistenza; perché è fondamentale, nonché meraviglioso, poter dire almeno una volta nella vita: ‘ora non voglio più tornare’.>

Salsa 'gitana' con arachidi, foglie di sedano e polvere di caffè

150 gr di arachidi tostate e salate
6/7 foglie fresche di sedano
1 cucchiaino di polvere di caffè
125 gr di yogurt magro dolce
olio q.b.
sale q.b (solo se non disponete di arachidi salate, ovviamente)

Mixare insieme olio d'oliva, arachidi, foglie di sedano e polvere di caffè. Aggiustare di sale, se serve. Potete usarla per accompagnare insalate o crostini di pane: io ho deciso di assaggiarla con i bocconcini di pollo grigliati! 

... ed ecco che mi appresto a partire, per qualche giorno. Volevo lasciarvi un abbraccio grande, che duri fino al prossimo giovedì. 

Prima di salutarvi, vorrei ringraziare la cara amica del blog 'The miss tools', che mi ha donato il sigillo di "Blog 100% affidabile". Per me è il primo premio ricevuto, dunque la ringrazio vivamente per aver pensato a me: ho iniziato da pochissimo questo piccolo spazio dedicato ai sapori, del cibo e della mente, condividendo con voi ciò che il cuore mi ha sussurrato e mi sussurra ogni giorno. Eppure il breve tempo non mi ha impedito di venire a contatto con persone meravigliose, davvero splendide. Ho avuto grandissime difficoltà nel scegliere solamente cinque blog a cui donare a mia volta il premio: alcuni blog non accettavano premi, altri lo avevano già; altri ancora non sapevo se l'avrebbero gradito. Alcuni erano blog nuovi e mi piaceva l'idea di dare un piccolo incentivo, non si potevano poi scegliere blog con pubblicità, insomma... difficile. E' certo però che a ognuno di voi, che condivide ogni volta con me un po' della mia giornata, regalo un premio speciale: siete tutti "al 100% preziosi". Credetemi.
Ecco dunque a chi ho pensato:
"Dichiaro che i blog seguenti da me scelti rispettano le 5 regole del Premio "Il Blog Affidabile"  disponibili a questa pagina. Sono pertanto una risorsa utile per gli utenti della Rete e meritevoli di essere conosciuti da un pubblico più ampio".

Celeste di 'La cucina Celeste'
Margò di 'Mamma che mousse!'
Spero che sarete felici di ricevere questo piccolo sigillo: prendetelo, solo se ne avrete piacere e se vorrete. 
...vi saluto dunque, stanotte levataccia: parto per la Toscana! 
A giovedì prossimo, care e cari amici. 
Buon weekend e buon inizio di settimana!

giovedì 19 luglio 2012

Insalata 'cremosa' di mare con prosecco, sedano croccante, mango e paprika

La gente camminava senza sosta al di là dei tornelli della stazione.
Persone brulicanti come formiche invadevano i tunnel della metropolitana: c’era chi andava a lavorare, chi prendeva un caffè o faceva colazione al bar; c’era chi urlava per vendere più copie del quotidiano, chi si fermava a vedere le vetrine o leggeva distrattamente le pubblicità appese ai cartelloni, mentre era impegnato in una conversazione al cellulare. C’erano tipi loschi, ragazzi che gridavano e schiamazzavano mentre alcuni anziani si lamentavano della maleducazione della gioventù; c’erano poliziotti che vigilavano e manager in carriera sempre di fretta. C’erano turisti stranieri, che cercavano in qualche modo di farsi capire dai passanti ...e passanti sempre troppo disattenti per comprenderli davvero. C’erano bambini che strillavano, davanti a madri pronte a soddisfare ogni capriccio; c’erano piccioni intenti a cercare briciole e resti di cibo, caduti dalla colazione di qualche studente di passaggio.
Ma c’era anche lui: nota silente in mezzo al frastuono. Pareva invisibile, steso a terra sul suo cartone di legno. Un vecchio cappello di lana blu, una sciarpa quasi stracciata, che riusciva nonostante tutto a donargli del calore; non aveva scarpe, i suoi piedi erano scuri e induriti dal freddo. Aveva solo lenzuola di carta e petrolio per proteggersi dal gelo, quelle che le persone quotidianamente ‘leggevano’ e poi gettavano.
Tremava ma restava in ginocchio, a testa bassa, con la mano tesa: un vecchio contenitore di pop corn, con qualche monetina all’interno, invitava i cuori buoni ad una piccola offerta. L’uomo non chiedeva mai niente, forse non aveva nemmeno voce o l’aveva persa per sempre, a forza di pregare.
Nel trambusto di tutti i giorni capitava che qualcuno gli gettasse a terra qualche centesimo, senza nemmeno guardarlo in viso. Altri invece si allontanavano da lui come se fosse immondizia, da evitare ad ogni costo. Certi scuotevano la testa indignati e altri ancora riuscivano a ridere persino di lui, con una superficialità che comunque non scalfiva mai l’espressione assorta del senza tetto: pareva sempre sorridere ai fantasmi, perduto in pensieri lontani.
Ma un giorno arrivò un piccolo angelo.
Gli si avvicinò incuriosito, avvolto in un cappottino color pesca. Lo osservò per qualche istante, poi tirò un grande respiro: una nuvoletta di vapore si disperse nell’aria gelida di gennaio. La bimba portò una manina alla sua borsetta rosa, piena di lustrini, ne estrasse qualcosa per finta e si accovacciò di fronte all’uomo.
<Buongiorno, signore!> disse serena <Tieni è per te!>
E mise nella sua mano un prezioso soldino invisibile, richiudendogli il pugno. 
Lo guardò in viso e sorrise, come solo le anime pure sanno fare: l’uomo ne fu rapito. Aprì piano la mano e i suoi occhi stanchi dapprima brillarono, poi si riempirono di lacrime. Non riuscì nemmeno ad accorgersi che la piccola fu strattonata via dalla madre, né sentì ciò che la donna orrendamente gli ripeteva: esisteva solo quell’attimo di gioia, lontano dall’indifferenza e dalla cattiveria.
<Grazie> sussurrò pieno di gratitudine. Una lacrima gli rigò il viso: <Grazie! Non sono più povero. Non sono più invisibile. Non lo sono più!> disse singhiozzando <Mi hai donato qualcosa di immensamente prezioso, piccina. Mi hai restituito la dignità che mi avevano rubato; mi hai ricordato che esisto, che sono un essere umano anche io!>.



<Spesso dite:
"Voglio donare, ma solo a chi merita".
Non così dicono
gli alberi del vostro frutteto,
né gli animali che portate al pascolo.
Danno per vivere perché trattenere é perire.
Sicuramente l'uomo che è degno di ricevere
i suoi giorni e le sue notti
é degno di ricevere da voi qualsiasi altra cosa.>
(K. Gibran)

Un ricordo a te, Roberto. Dovunque tu sia, spero che tu abbia trovato casa. E gioia, felicità. Tu, che vestito di nulla... pregavi gli angeli sorridendo dell'indifferenza della gente.

Insalata 'cremosa' di mare con prosecco, sedano croccante, mango e paprika

250 gr di cozze sgusciate
7/8 gamberoni
8 filetti di gallinella di mare
1 mango non troppo maturo
2 gambi di sedano
1 cipolla bianca a dadini
1 bicchiere di prosecco
1 cucchiaino di maizena
1 cucchiaino di paprika + un po' per decorare
prezzemolo q.b.


Mettete in una padella antiaderente piuttosto larga le cozze, il prosecco, del prezzemolo tritato, la cipolla tagliata a fettine sottili, un po' di olio, un cucchiaino abbondante di paprika e del sale. Far cuocere a fiamma moderata, con coperchio, per 8/10 minuti. 
Nel frattempo fate bollire i gamberoni in una pentola con acqua salata per ca. 5 minuti. Estraete i gamberoni ormai cotti e tenete da parte una scodella in cui metterete un po' del loro brodo di cottura. Sciogliete in esso un cucchiaino di maizena. 
Sgusciate i gamberoni e privateli del filo interno (potete tenerne da parte qualcuno intero per decorazione), metteteli nella padella con le cozze e unite anche le gallinelle. Rovesciate in essa il brodo contenuto nella scodellina e fate cuocere per altri 10/12 minuti, fino ad addensamento del sughetto. Quando vedrete che le gallinelle sono cotte, levate la padella dal fuoco, estraetele e privatele della pelle (che verrà via facilmente), levando le eventuali lischette residue. Poi mettetele di nuovo in padella.
Sbucciare il mango e tagliarlo a dadini, pulite il sedano e fatelo a pezzetti piccoli. Unite al composto e amalgamate delicatamente con un cucchiaio di legno. Versare in un piatto, spolverizzare con la paprika e servire a piacere calda o tiepida.


Oggi spero di fare una bella sorpresa alla nonna e alla zia anziana: un bel pranzo fresco in giardino. Mal di gola o no, non si spreca un giorno utile per vederle felici... anche se ho idea che lo spray antinfiammatorio sarà il condimento primo della mia insalata...
...vi auguro un felice risveglio e una giornata splendida! :)

lunedì 16 luglio 2012

Uvamisù alla crema di latte d'orzo, granella di nocciole e rhum bianco

<Tanto precipitò nella mia stima
che lo sentii battere per terra
e farsi in mille pezzi sulle pietre
in fondo alla mia mente.
Diedi la colpa al fato che lo spinse
ma ancor di più rimproverai me stessa
d’aver tenuto oggettini placcati
sulla mensola dell’argenteria>
(E. Dickinson)


Chiuse il recinto di legno, intiepidito dai raggi solari. 
L’anziano pastore dalla lunga barba raccolse le sue bisacce, richiamò i cani e si voltò verso il fienile: il sole stava tramontando e lasciava la sua ultima scia rosata sui tetti della fattoria. Il giovane contadino invece era ancora là, seduto su un sasso, sconfortato dagli eventi. Passava distratto un piccolo rametto tra l’erba ormai secca, circondato dalle cicale: un amore mancato, un tradimento subito, un’amicizia negata; tristezza, rabbia e arrendevolezza; un futuro incerto e poche reali soddisfazioni.
Il pastore scosse il capo: gli si avvicinò zoppicando, con fare paterno. Si mise seduto accanto a lui, appoggiandogli una mano sulla spalla. Quando sollevò lo sguardo, il vecchio gli sorrise. Poi disse: <Rimanere incantati da un pezzo di vetro o dalla luce di un lampione sulla strada, per scoprire in essi luci effimere, è forse un buon motivo per dubitare dell’esistenza dei diamanti, del sole e della luna? Solo perché un bagliore fulmineo ti ha reso cieco, ragazzo, è giusto credere che non esista la luce che ti illuminerà serenamente, permettendoti di vedere? La luce vera esiste, credi a me. Non perde certo il suo valore solo perché tu ti sei fidato di quella sbagliata! Abbi fede, ma abbi soprattutto coraggio.>
<Guarda> disse nuovamente, indicando l’imponente montagna che svettava sul pascolo <Nessuno gode di un panorama bellissimo seduto ai piedi di un monte. Qui ci si può solo accontentare. Persino le mie pecore lo sanno! La strada per la cima è lunga e impervia, è possibile cadere e farsi del male; è necessario sapersi rialzare, sopportare venti e brinate, superare lo sconforto: ma vale la pena per raggiungere quel Paradiso.>
Poi accarezzò la pelosa testolina del suo fido cane pastore, che gli si accoccolò ai piedi: <Non si arrese una volta la falena che bruciò le sue ali alla rovente luce di un lampione: guarì le sue ferite e puntò alla candida luna. Non si perse d’animo la gazza quando un acuminato e lucente pezzo di vetro la ferì: imparò a rubare monili d’oro. Perché dunque tu non dovresti imparare a riconoscere, tra le tante luci, il più vero e vivo bagliore? Non lasciarti scoraggiare! Piuttosto, guarda alla tua fortuna: hai ancora una vita intera davanti per cercare il tuo tesoro. Un viaggio immenso per rendere reali i tuoi sogni. Nessuno di essi verrà a te solo chiamandolo! Su, alzati! Cosa aspetti ad andarli a prendere?>


...Forza Martina, tu cosa aspetti ad andarli a prendere? :)

Uvamisù alla crema di latte d'orzo, granella di nocciole e rhum bianco

250 gr di savoiardi (Vicenzi)
250 gr di uva bianca (privata dei semini)
granella di nocciole q.b.
Rhum bianco q.b.
500 ml di latte d'orzo + un po' per la bagna
120 gr di zucchero semolato (o se preferite di canna)
50 gr di maizena
4 tuorli


Prima di tutto preparare la crema al latte d'orzo come fosse una normale crema pasticcera: mettere il latte in una padella antiaderente, con metà dello zucchero. Scaldarlo fino a che quest'ultimo non si sarà sciolto. Levare dal fuoco. In una ciotola a parte mescolare i tuorli, l'altra metà dello zucchero e la maizena. Incorporare delicatamente il composto al latte zuccherato, mettere nuovamente la pentola sul fuoco fino ad addensamento. Lasciare riposare la crema per ca. 30 min in frigorifero.
Una volta pronta, prendere un contenitore (io ho utilizzato una coppa in vetro). Preparare la bagna con rhum bianco e un po' di latte d'orzo tenuto da parte. Immergervi i savoiardi e procedere a strati: savoiardi, un po' di crema, uva bianca tagliata a metà, granella di nocciole, fino ad esaurimento. 
Mettere in frigorifero per qualche ora e gustare fresco...prima di correre ad inseguire i propri sogni!


Un bacione e una piacevole serata :)

domenica 15 luglio 2012

Il 'portentoso' pesto di Frate Saggio

<Raggiungi il cielo a mano tesa-
il sogno non è sogno senza sfida.
Devi lottare per ciò che vuoi-
è questo ciò che Dio s'attende,
non la Preghiera>
(Fratello Gilbert di Glockenspur, Dragonheart)



 <Artemisia dracunculus... Macadamia integrifolia... Petroselinum sativum... Piper Nigrum…Salvia officinalis…>

Si dice che un tempo esistesse un frate, dalla grande saggezza spirituale e dall’anima aperta verso ogni mistero di vita. Nessuno sapeva quanti anni avesse, sebbene la sua barba grigia e le sue piccole mani tremanti lo facessero apparire agli occhi di tutti come un amabile anziano, vestito da una candida tunica. Il suo sapere era immenso, sia per le arti quanto per le scienze: si dedicava egualmente alla letteratura, quanto alla matematica, alla chimica e alla filosofia.
Tra i suoi innumerevoli interessi, spiccava però certamente l’amore per l’erboristeria e per quelle che amava definire ‘le verdi anime di Dio’: nel suo piccolo laboratorio di legno e pietra, in cui filtrava occasionalmente qualche tiepido raggio dorato, erano conservate grandi quantità di esemplari vegetali, semi, erbe e cortecce. Ogni tipo di aroma e di sentore veniva sprigionato da vecchi barattoli con etichette ormai sbiadite o da piccoli contenitori in legno e vetro, intrisi del profumo delle più svariate essenze. Conservava molte pergamene ingiallite dal tempo, ammucchiate su polverosi scaffali e scritte da antichi amanuensi in nerofumo, in cui erano raccolte le più segrete ricette mediche e officinali. Era convinto, in cuor suo, che il Signore avesse donato alle creature vegetali dei grandi poteri mistici e curativi.
Si racconta che fu proprio lui a creare un portentoso miscuglio di erbe e frutti, in grado di portare benefici all’anima e alla mente dei bisognosi: un composto che potesse rinvigorire lo spirito, donare un’energia pari a quella di un drago, notevole longevità e spiccata saggezza. Per secoli molti cercarono di impossessarsi di quel piccolo grande segreto, ma per evitare che qualcuno ne facesse uso sbagliato, il frate si preoccupò di nasconderla in un luogo a tutti sconosciuto: forse la formula è ancora racchiusa tra le mura di una splendida e imponente abbazia toscana, ma nessuno è stato più in grado di trovarla. La pergamena venne purtroppo persa nei meandri del tempo, lasciando alla nostra memoria solo preziosi e rari frammenti…come echi di una lontana sapienza…

Immaginando e sognando, mi piace pensare che il vecchio frate preparasse in modo simile la sua portentosa mistura… anche se certo non la inventò appositamente per condire la pasta!

Il 'portentoso' pesto di Frate Saggio

150 gr di noci macadamia
7/8 grosse foglie di salvia fresca
1 cucchiaio di dragoncello tritato
1 cucchiaio di prezzemolo tritato
pepe nero q.b.
sale q.b.
olio evo

Mettete in un mixer le noci di macadamia, la salvia, il dragoncello, il prezzemolo. Tritate del pepe nero all'interno, regolandovi secondo i vostri gusti. Aggiungere sale, olio e frullare fino ad ottenere un pesto piuttosto cremoso.
Potete tranquillamente usare il portentoso pesto come sugo per un buon piatto di pasta, piuttosto che come salsa da spalmare su crostini di pane nero!

Possiate passare una serena domenica, con coloro che più amate.
Un bacio!


sabato 14 luglio 2012

Bamboline dal cuore di cacao alla farina di farro, avena e semi di coriandolo

<Che bei capelli> disse uno accarezzando una lunga ciocca color carbone.
<No, guardatele gli occhi> rispose un altro, con aria stupita.
<Le sue labbra, non i suoi occhi!> precisò un altro ancora.
Ma il quarto taceva.
<Ha dei fianchi bellissimi, dici che starebbe meglio con il blu?> domandò il primo.
<Forse no, prova ad immaginarla con l’arancione> propose il secondo.
<Io l’accarezzo, fate quello che volete, ma prima ci gioco io> sogghignò il terzo.
Ma il quarto non disse nulla.
<Ehi, tocca a me adesso!
<No, tu l’hai già fatto prima!>
<Allora io la rompo, così non litigate più>
Il quarto era cieco: <Adesso basta!>
Si avvicinò lentamente, posò una mano tremante sul viso della bambola. 
Ne seguì i contorni del volto, scese lungo l’esile collo, fino a raggiungere il palpitante petto.
Gli scivolò una calda lacrima sulla guancia: <Smettetela, ragazzi. Non lo vedete, respira!>
E la bambola benedì lo sguardo di quell'uomo, che sapeva vederla con gli occhi chiusi.



<Non si vede bene che col cuore, l'essenziale è invisibile agli occhi>
(Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe)

A tutte le donne che hanno bisogno di essere osservate e non guardate; a tutte le donne che hanno bisogno di essere ascoltate e non sentite; a tutte le donne che hanno bisogno e diritto di essere davvero amate -soprattutto con gli occhi dell'anima.

Bamboline dal cuore di cacao alla farina di farro, avena e semi di coriandolo
(dosi per ca. 10/12 bamboline)


100 gr di farina 00 (Antigrumi Molino Chiavazza)
55 gr di farina di farro (Antico Molino Rosso)
20 gr di farina di avena (o avena polverizzata finemente)
1 uovo
50 gr di burro (o margarina senza grassi idrogenati, a piacere)
50 gr di zucchero a velo
2 gr di lievito per dolci
7/8 semi di coriandolo macinati (a piacere, se volete che si sentano in modo più deciso)
1 pizzico di sale
1 cucchiaino di cacao amaro

In una scodella miscelate insieme le farine, lo zucchero a  velo, il pizzico di sale, il lievito e i semi di coriandolo macinati. Aggiungere poi il burro freddo a pezzetti e l'uovo. Impastare fino ad ottenere un panetto liscio e omogeneo, poi metterlo coperto in frigorifero per ca. 30 min. Passato il tempo di riposo, stendere la frolla fino ad ottenere uno spessore di ca. 4/5 mm. Creare tante bamboline con un tagliabiscotti a forma di 'omino' e posarle su una teglia coperta da carta da forno. Per creare il cuore al cacao, usare un'altra piccola formina a forma di cuore, premerla al centro della bambolina ed estrarne il contenuto. Reimpastare la frolla tolta dal centro dei biscotti con un cucchiaio di cacao amaro in polvere. Stendere ancora ad uno spessore di ca. 4/5 mm e creare dei piccoli cuoricini scuri, che metterete al centro vuoto delle bamboline. Infornare in forno già caldo a 175°C per ca. 8/10 minuti, fino a leggera doratura.

Prendete le bamboline, un momento tutto per voi e magari una fresca bevanda al lampone.
Provate ad amarvi, pretendete d'essere amate. Un bacio e felice giornata!


mercoledì 11 luglio 2012

Riso nero con pesce persico, finocchietto, mela verde e liquirizia

Il temporale pareva non finire mai: da lunghe ore le gocce di pioggia si infrangevano al suolo continuamente, alternate da fulmini e tuoni, mentre il cielo era coperto da grosse nuvole plumbee. Si udivano solo scrosci, ticchettii, voci gorgoglianti di piccoli e nuovi ruscelli tra il fango, in un silenzio quasi surreale.
La bambina si avvicinò lentamente alla grande vetrata, osservando in gran quantità lunghi rivoli scendere sul cristallo, fino a divenire goccioline, accorparsi e scivolar via.
<Perché piangi tanto, Cielo?> gli disse a bassa voce.
Dalla sua piccola borsetta estrasse un fazzolettino e, allungando la manina, provò ad asciugare la vetrata.
<Lo vuoi, per le tue lacrime? Dimmi che ti è successo> provò a confortarlo: del resto, con i suoi pelouches funzionava sempre.
Fissò a lungo le nuvole corrucciate, ma non ebbe risposta.
<Qualunque cosa ti faccia soffrire, dimenticala> provò di nuovo, battendo i pugni sui fianchi <Poi passa, sai?>
La bimba inclinò la testa da una parte e poi dall’altra, stropicciando i lati della bocca.
Forse l’amico Cielo voleva stare solo.
Fece allora per tornare nella sua cameretta quando finalmente lo sentì rispondere: <Mi chiedi perché piango? Perché non lascio correre come tutti ogni gesto, ma lo devo sentire dentro, fino a soffrire?> le sussurrò morbido e cupo <Mi domandi perché non posso volare su tutto, distrattamente, come un gabbiano? Ebbene, è perché la superficie non mi si addice: sono nato per entrare nel cuore di ogni cosa. In un mondo che fa presto a divenire arido, a cancellare le cose più belle e a soffocare germogli privandoli del nettare… c’è bisogno di pianto. Non esiste giardino rigoglioso che nasca senza essere irrigato; non esiste gioia immensa che nasca senza averla bagnata con una lacrima. C’è bisogno di acqua per tutte le meraviglie che riescono a mantenere in vita il mondo: ne hanno bisogno per dissetarsi e fiorire ogni volta di nuovo. Perciò- lascia che pianga, piccola mia>


<Sono nata il ventuno a primavera. Ma non sapevo che nascere folle, aprire le zolle, potesse scatenar tempesta. Così Proserpina lieve, vede piovere sulle erbe, sui grossi frumenti gentili e piange sempre la sera. Forse è la sua preghiera.>
(A.Merini)

Riso venere con pesce persico alla mela, finocchietto, limone e polvere di liquirizia

250 gr di riso nero Venere (Risogallo)
1 cipolla bianca
1 filetto di pesce persico
1 limone non trattato (scorza e un cucchiaio di succo)
1 cucchiaino di polvere di liquirizia
1 cucchiaino di finocchietto fresco tritato
1 mela verde Granny Smith
olio q.b.
sale q.b.
prezzemolo q.b.


Cuocere il riso nero in abbondante acqua salata (ca. 18 minuti). Scolare e passarlo sotto l'acqua fredda per fermarne la cottura. Tritare finemente la cipolla e metterla in una padella antiaderente piuttosto larga, insieme ad un po' d'olio, sale, prezzemolo e filetto di persico tagliato a dadini. Cuocere per ca. 15/20 minuti. Aggiungere la polvere di liquirizia, la scorza del limone con un cucchiaio del suo succo e il finocchietto tritato. Mettere nella padella il riso nero e, con un cucchiaio di legno, amalgamare il tutto a fuoco basso per un paio di minuti. 
Infine, aggiungere a crudo la mela verde tagliata in piccoli cubetti regolari.

p.s. consiglio di non aumentare la dose della polvere di liquirizia: il gusto deve restare equilibrato e credo che più di un cucchiaino si sentirebbe troppo, coprendo il delicato sapore del persico! :)

Buona serata! E.. visto che è quasi ora di cena, buon appetito ;)

Confettura di mirabelle, timo arancio e vaniglia: la ricetta di nonnina Melodia

Un dolce profumo, di prugna e vaniglia, saliva tiepidamente dal vecchio pentolino. 
Le sue mani tremanti colsero lentamente qualche fogliolina da una piccola pianta sul davanzale, e le gettarono nella confettura bollente. Un raggio di sole entrava dalla finestra sopra ai fornelli, regalando alla vecchia signora una delicata aurea dorata. La morbida luce disegnava i contorni d’ogni cosa, nel sognante tramonto di una pigra giornata estiva; i papaveri sul davanzale s’accendevano da dentro, accanto ad alcune spighe arroventate dal sole. Dopo qualche istante, in quella luminosa benedizione, la vecchina portò un cucchiaino alla bocca. Poi dolcemente sorrise: il nettare zuccherino era pronto, ed aveva proprio il sapore lieto del tramonto.
Fece per prendere il vasetto della conserva, ma distrattamente lo urtò: il fragile vetro cadde a terra in mille pezzi. 
<Nonna!> urlò una piccola vocina <Cosa è successo? Ti sei fatta male?>
<Non preoccuparti, piccola. E’ solo caduto un vasetto> disse la signora, con fare quieto <Aiutami a raccoglierlo piuttosto, che queste gambe da sole non ce la fanno>.
Con un po’ di pazienza, tutti i frammenti furono messi in un sacchetto. 
La nonna lo legò ben bene.
<Che peccato> sussurrò la nipotina <Ora non potremo più aggiustarlo, non potremo farci più nulla> aggiunse tristemente. 
<Hai ragione, ma.. possiamo sempre decidere cosa fare di questi pezzi, no?
La bambina non capì, ma la nonna le si avvicinò amorevolmente e iniziò a scuotere un poco il sacchettino. 
<Cosa senti?>
<Fa rumore!>
<Ascolta meglio…> insistette la vecchina.
La piccola strinse gli occhietti e tese attentamente l’orecchio. Poi sorrise, meravigliata: <Suona!>
<Proprio così piccola mia. E ora ti dirò qualcosa che forse ora non capirai- ma prometti alla nonna che la porterai sempre con te.
La nipotina annuì. La nonna allungò allora la sua mano tremante sul viso della bambina, dipingendoci una tenerissima carezza: <Capiterà nella vita che forse ti faranno del male. Allora piangerai, sarai molto triste- tanto che sentirai il tuo cuoricino rompersi in mille pezzi. Allora spetterà a te decidere cosa fare di quei frammenti: potrai lasciare che facciano solo rumore, pungendo e ferendo la tua anima; oppure potrai decidere di sentirne la melodia, imparando dal dolore e portando un dolcissimo tintinnio nelle vite di coloro che avrai vicino. Avrai l’opportunità fare di quei cocci ‘sordi’ uno strumento per creare bellissima musica.
Poi ridacchiò: <E tu che dicevi che con questo vasetto non si poteva fare più nulla…!>


<Quanto più a fondo vi scava il dolore, tanta più gioia potrete contenere. […] Alcuni di voi dicono: "La gioia è più grande del dolore", e altri dicono: "No, è più grande il dolore". Ma io vi dico che sono inseparabili. Giungono insieme, e se l'una siede con voi alla vostra mensa, ricordate che l'altro è addormentato nel vostro letto.>
(K. Gibran- Il Profeta)

E mi piace immaginare Grazia e la sua nipotina... tra un bel po' di anni...

Confettura vellutata di mirabelle con timo arancio, zucchero di canna e vaniglia

600 gr di Mirabelle
200 gr di zucchero di canna Cassonade (Eridania)
5/6 cimette fresche di Timo arancio 
semini di una bacca di vaniglia

Privare del nocciolo le mirabelle, irrorarle con del succo di limone e frullarle fino ad ottenere un composto omogeneo. Mettere in un pentolino lo zucchero e versare all'interno anche la frutta appena frullata. Unire i semini di vaniglia, il timo arancio e portare a bollore, mescolando continuamente con un cucchiaio di legno. Come di consueto la marmellata sarà pronta quando, dopo aver fatto cadere una goccia della stessa su un piattino, raffreddandosi non colerà. Invasare in un barattolo di vetro precedentemente sterilizzato e procedere, se necessario, con il sottovuoto. 

Un felicissimo risveglio a tutti, che sia una giornata serena e soleggiata...!