sabato 24 novembre 2012

Meline al miele di girasole e orzo integrale, mele alla cannella e anacardi salati


Il vento passò dolcemente le dita invisibili tra i lunghi capelli corvini della fanciulla, che ondeggiarono lievi nell'aria primaverile. La piccola Altea si lasciò cullare dalle sue carezze, reclinando il capo all'indietro. Allargò le braccia, chiudendo gli occhi e respirando profondamente l’intenso turchese del cielo. Sopra di lei, qualche soffice e candida nube passeggiava distratta nella volta celeste, pigra e sognante, morbida di purezza e di infantili pensieri; sotto di lei, qualche grillo invece spezzava un assordante silenzio cantando d’amore per la sua placida vita. Non v’era alcun altro frastuono, non v’era alcun altro rumore. In quei campi sconfinati era possibile perdersi, a piedi nudi, correndo tra il terrestre profumo della terra e il calore bollente dei raggi solari. Non c’era momento che lei amasse di più, quando le giornate si allungavano e lei poteva lasciare la vecchia cascina di pietra per perdersi tra biondi campi di grano e tra verdi e alti steli fioriti. Una sconfinata distesa di chiome dorate si perdeva a vista d’occhio, dovunque lei guardasse: tra campi dalle scure e terrestri zolle, milioni di tondi occhi bruni, penetranti e ipnotici, agitavano il loro capo giallo intenso al primo alito di brezza, senza smettere un istante di fissare la calda luce solare.
Altea aveva sempre creduto che i girasoli fossero antichi e fedeli vassalli del sole, vigorosi e fieri di onorare quel patto senza tempo stretto tra loro e il grande re lucente. Aveva sempre creduto che nell'anima di quelle creature filiformi si nascondesse la linfa della saggezza, della forza e dell’onore.
Persa nel centro di quel popolo fiorito, la giovane si abbassò, sedendo in ginocchio e sistemandosi sommariamente la veste con qualche colpetto, dato rapidamente col palmo della mano. Il contatto con il terreno tiepido la faceva sentire in armonia con ogni cosa, mentre poteva sentirsi protetta da quei silenti e biondi cavalieri in attesa, che si ergevano ritti attorno a lei.
Si stropicciò gli occhi, accecata dall'intensa luce di quel torrido sole pomeridiano. Allungò la mano verso il suo cestino di legno intrecciato e ne estrasse una gustosa e croccante mela. Rovistò ancora un poco e ne trasse poi  un vecchio quadernino, al quale aveva legato una matita con un sottile pezzo di spago scuro. Altea strofinò brevemente la buccia della mela sul suo grembiule, prima di addentarne la succosa e dolce polpa: assaporò per un attimo la vita, che scivolava liquida e zuccherina sulla scorza liscia e tiepida ad ogni morso, mentre cercava qualcosa di bello da scrivere e da ricordare, una volta che sarebbe tornata al vecchio cascinale in pietra.
Masticando lentamente, quasi come volesse rubare al vento qualche pensiero, pensò a lungo. Si lasciò infine ispirare dai sussurri dei girasoli, che ripetevano bisbigliando la loro verità: <Scrivi, cuore puro, scrivi> suggerivano lievi <Noi siamo i cavalieri del sole, noi inseguiamo la sua luce. Non siamo dispensati dalle intemperie della vita, non siamo esenti dal grigiore e dal pianto del cielo. Ne raccogliamo le lacrime, ne percepiamo il dolore: e il nostro capo chino si flette allora con il suo cuore, tristemente raccolto. Eppure nessuno può spegnere le nostre chiome paglierine, nessuno ci priva dell’intenso colore del nostro giallo re. Nella sventura o nella gloria noi abbiamo scelto la luce, abbiamo scelto la vita: la inseguiamo fedeli e ad essa volgiamo sempre lo sguardo, fisso e speranzoso. E’ il sole che decidiamo di onorare, per vincere sul buio. Cerchiamo il suo chiaro volto, così da dimenticare le ombre che si allungano alle nostre spalle; crediamo nei suoi raggi, che ci danno vigore e vita. E in quest'ultima troviamo la nostra vittoria sul buio, raggiungiamo la nostra immortalità>.
Altea posò la matita e rilesse più volte quei saggi pensieri, reclinando il capo da una parte all'altra come se ne cercasse il lato migliore. Abbozzò infine un sorriso, finalmente soddisfatta.
Della sua gustosa mela non era rimasto che il torsolo e il sole, stanco del suo lungo peregrinare in cielo, si stava lentamente congedando per far posto alla sera.
La giovane allora si alzò, posando il quadernino all'interno della cesta; levò qualche filo d’erba e quel poco di terra che era rimasto sulle sue gambe e si avviò adagio verso casa.
Quando ebbe attraversato tutto il campo, si voltò e osservò ancora un poco quell'immensa schiera di guerrieri dorati che ormai stavano abbassando il capo, inchinandosi di fronte al loro lucente sovrano.
D'un tratto pensò che forse, nella vita, sarebbe bastato divenire come uno di quei girasoli: non importava quante volte la notte sarebbe calata nella sua esistenza, non importava quante volte avrebbe desiderato che smettesse di piovere. In fondo, bastava che anche lei giurasse fedeltà al sole, impegnandosi sempre a seguirlo nel cielo: guardandolo fisso in volto, avrebbe trovato in ogni istante la luce e la speranza, lasciandosi alle spalle tutte le ombre. Per sempre. 


Oggi è un giorno importante, perché la mia dolcissima Berry compie trent'anni. Non a caso ho parlato di girasoli, amica cara: l'augurio che voglio farti è quello di portare sempre la luce dentro te, di avere la forza di inseguirla anche quando l'oscurità incombe. Soprattutto, spero che dovunque tu decida di volgere il tuo sguardo, qualunque strada tu desideri intraprendere, tu possa avere sempre il sole in viso!
Buon compleanno, stella. Tanti tanti auguri e ricorda che non devi mai smettere di portare avanti i tuoi valori e le tue emozioni, solo perché talvolta si crede di non essere all'altezza del mondo: è il mondo stesso, piuttosto, che deve conformarsi alla tua grandezza d'animo! 



Meline al miele di girasole e orzo integrale, mele alla cannella e anacardi salati

140 gr di farina 00 (Antigrumi Molino Chiavazza)
60 gr di farina d'orzo integrale ()
40 gr di anacardi salati e tritati finemente
70 gr di margarina 100% vegetale (Vallè Naturalmente)
70 gr di zucchero di canna integrale (AltroMercato)
200 ml di latte di riso
90 gr di miele di girasole
1 uovo
1 cucchiaino colmo di cannella in polvere
1 pizzico di sale
8 gr di lievito vanigliato per dolci
2 piccole mele golden
zucchero a velo q.b.

Mettere nella ciotola della planetaria la margarina con lo zucchero e montare fino ad ottenere un composto gonfio e spumoso. Aggiungere la cannella, il miele e l'uovo. Continuare a montare per qualche istante. Aggiungere le farine setacciate con il lievito, il sale e gli anacardi tritati finemente. Aggiungere, con le fruste sempre in movimento, il latte di riso fino a completo assorbimento. Tagliare a piccoli dadini le mele e aggiungerle al composto, mescolando bene.
Distribuire un po' di impasto in piccoli stampi a forma di melina (se non li avete vanno benissimo quelli da muffins!) e cuocere per ca. 20 min. in forno caldo a 180°C.
Lasciar raffreddare, spolverizzare di zucchero a velo e... dividere con chi si ama!

Ringrazio infine la dolce Vale de 'I dolci di Vale' per avermi pensata nuovamente nell'assegnazione del premio 'Versatile Blogger', che accetto con piacere anche da lei! Sei stata gentilissima, un vero tesoro e il tuo pensiero lo porto nel cuore! Grazie, davvero, stella! :)


Bene. Detto questo, tanto per cambiare, devo già uscire un'altra volta... ma quando arriverà un po' di pace? 
Vi auguro un meraviglioso sabato pomeriggio e vi abbraccio con affetto!
Ancora auguroni, mia cara Berry! :)

giovedì 22 novembre 2012

Il magico amuleto di Sigifrid e... una dedica speciale!


La voce sibilante del vento si disperdeva tra le vette innevate, ululando di solitudine.
Il bruno cavallo di Sigifrid si fermò sul ciglio di un’alta rupe rocciosa, scalpitando e sbuffando nervosamente. 
Il cavaliere tirò le redini a sé, cercando di placare l’animo del suo fedele destriero: passò una mano sul suo morbido collo castano e lo accarezzò un poco, prima di sollevare lo sguardo e contemplare la vallata. Da lassù le grandi montagne sembravano giganti dalla pelle ruvida e appuntita, seduti maestosamente su antichi troni di ghiaccio; pareva quasi che non ci fosse altro, prima di toccare il cielo. Il sole non temeva le nubi, in quel terso turchese, allungando i suoi raggi lucenti sull'armatura del condottiero: dei bagliori dorati rischiararono il viso dell’uomo, che socchiuse gli occhi per non rimanerne accecato.
Sigifrid contemplò intensamente l’orizzonte, laddove un’aquila stava gridando fiera la sua appartenenza ai domini celesti; laddove la sua libertà acquistava un’aura sacra e onorabile. Non si sentiva altro che la voce intensa del silenzio, che sussurrava flebile tra i veli del vento, insieme al  rumore di qualche roccia che d’improvviso rotolava a valle.
Finalmente era lì, in cima al mondo, dove aveva sempre voluto essere. Là dove con facilità avrebbe potuto ascoltare solo se stesso, lontano da ogni frastuono. Erano passati tanti anni da quando non era che un implume e debole passerotto, spaventato dalla vita; era passato tanto tempo da quando aveva iniziato a sognare di divenire un forte cavaliere: eppure nessuno aveva mai creduto in lui, in quel piccolo bimbo dalla salute cagionevole e dall'esile corpicino. 
Sigifrid abbozzò un lieve e malinconico sorriso, su quel volto stanco e provato da mille battaglie. I suoi lunghi capelli biondi ondeggiarono nel vento, fuoriuscendo dall'elmo lucente. L’uomo strinse forte l’impugnatura della sua spada, appesa alla cintura multipla in cuoio. Sospirò profondamente e poi portò la mano al petto, accarezzando amorevolmente un vecchio ciondolo dorato: quella croce sagomata su un cerchio aveva raccolto ogni battito del suo cuore, in tutti quegli anni difficili; aveva rappresentato la sua caparbietà quando per tutti era un debole, quando comunque il suo sogno era più forte. Ricordò quel viandante dagli abiti cenciosi, claudicante e storpio, che glie ne fece dono quando lo vide in lacrime, ancora ragazzo, su quello che era rimasto di un vecchio albero abbattuto. Rimembrò quanto quel giorno il dolore fosse forte e debilitante, quanto pensò di non farcela e di non essere all'altezza dei suoi sogni.
Quell'anziano dalla lunga barba incolta fu l’unico che si accorse del suo dolore, spendendo qualche parola per la sua fragile anima. Lo rassicurò, lo ascoltò, come un perfetto sconosciuto eppure come una grande presenza: non seppe mai la sua identità, né se realmente si trattasse di un povero viandante. Di certo in lui percepì qualcosa di speciale, qualcosa che andava oltre un semplice aspetto: avrebbe quasi giurato di riconoscere in lui un mago, se non fosse stato per quell'aria povera e malandata di cui faceva mostra.
Portò sempre con se il ricordo dell'attimo in cui l’anziano rovistò in una piccola bisaccia, estraendone quello che sarebbe stato il suo compagno per la vita.
<Ecco> gli disse, porgendogli un ciondolo lucente dalla patina ottone <Questo è un oggetto speciale. E’ magico sai, ragazzo?>
Fu del tutto inutile chiedergli quale fosse il suo misterioso potere o la sua peculiare capacità.
<Dovrai essere tu a scoprirne le qualità, hai una vita per farlo. Ma di certo, con questo sarai forte abbastanza per inseguire ogni sogno, se lo vorrai davvero>.
Sigifrid non rivide mai più quel vecchio, ma tra i massicci montuosi si sentì di omaggiarlo: tanto alto era stato il suo spirito, tanto si era elevato, che non avrebbe potuto trovarsi in nessun’altro luogo se non tra le cime imponenti di quei monti.
Strinse forte nel pugno quel dono tanto importante e fu fiero di aver raggiunto il suo più grande scopo nella vita: per tutta la sua esistenza non aveva fatto altro che pensare che la sua forza derivasse totalmente da quella croce brillante, che le sue energie erano incrementate solamente portandolo al collo. Ogni volta che aveva desiderato abbandonare e arrendersi era certo di avercela fatta solo perché quel ciondolo gli donava miracolosamente nuovo vigore. Era convinto di aver capito quali doti incantate quell'oggetto possedeva, fino a che non si accorse di una verità molto più grande.
<Non eri tu, ad essere magico, mio fedele compagno> disse tra sé e sé, bisbigliando al vento <Ora lo so. La vera magia era dentro di me. E tu mi hai solo indicato la strada, mi hai continuamente ricordato il mio obiettivo, quando ero troppo confuso per credere nel mio valore. Il vero incanto era la forza che sgorgava nel mio cuore, ma ero troppo scoraggiato per credere di possederla davvero; sei stato il mio emblema, il mio specchio, tutti questi anni. Sei stato il mezzo attraverso il quale sono riuscito a credere di farcela. E alla fine ce l’ho fatta>.
Gli occhi del cavaliere si fecero lucidi e una lacrima cristallina rigò la sua guancia, calda e bruciante sulla pelle ormai gelida. Gridò, riempiendo le nubi della sua tanto desiderata vittoria.
E fu quasi certo che, da qualche parte, quel magico viandante stesse sorridendo.


Il magico amuleto di Sigifrid

Per la frolla alla farina di mais, cumino nero e fiori d'arancio
160 gr di farina 00 (Antigrumi Molino Chiavazza)
40 gr di farina di mais fioretto (Ecor)
1 uovo
50 gr di burro
50 gr di zucchero a velo
1 cucchiaino di semi di cumino nero (Nigella)
5/6 gocce di essenza ai fiori d'arancio
1 pizzico di sale

sfere di zucchero in argento per decorare

Mettere nella ciotola della planetaria le farine, il pizzico di sale, lo zucchero a velo, i semi di cumino, l'essenza d'arancia, il burro freddo a pezzetti e l'uovo. Azionare l'impastatrice fino ad ottenere un panetto liscio e omogeneo e modellare l'amuleto di Sigifrid a vostro piacimento. Cuocere in forno caldo a 190°C per ca. 10 minuti.
Sfornare, lasciar raffreddare e decorare se gradite con delle sfere di zucchero argentate (potete usare un po' di colla alimentare o un pizzico di miele caldo per farle aderire alla frolla).
Buon appetito!

p.s. non importa quale forma darete al vostro amuleto, sarà magico comunque dato che la vera energia sgorgherà in esso dal vostro cuore!

.... voglio dedicare questo amuleto alla mia cara amica Artù, che ha compiuto gli anni giusto... ieri! (Perdonami tesoro, ho fatto il possibile per postare entro la mezzanotte ma non ce l'ho proprio fatta... spero che il mio pensiero di bene ti raggiunga ugualmente!)
Auguroni perchè sei una persona meravigliosa, perchè non lo sai, forse... ma in te porti forza e incanto. Ti auguro davvero che tutti i tuoi desideri possano essere splendida realtà. Presto, molto presto! Ma tu devi crederci sempre, dolce tesoro; devi avere fiducia in ogni tuo sogno. Perchè, sebbene io ti faccia dono di questo amuleto speciale, la vera energia e la vera magia sgorgano solo da dentro di te! Spera, anche tra le nubi, perchè il tuo desiderio ti metterà alla prova e vedrà che ne sei assolutamente degna!
Tanti tanti auguri, amica mia! Ti voglio immensamente bene! :)
Buon compleanno!

Ringrazio inoltre la dolcissima Dona di 100 Mani per avermi nuovamente donato il premio Simplicity. Il tuo cuore è tanto grande e bello come ciò che è per te la semplicità... che mi sento di donarti i pensieri più dolci e più cari che possano esistere sulla terra, tesoro. Non cambiare mai! :)

Ora finalmente posso riposare. Mi scuso se oggi non ho potuto passare da tutte voi, ma è stata una giornata terribile e non sono nemmeno riuscita a fare tutto ciò che avrei dovuto.
Vi abbraccio con affetto e vi auguro una notte... davvero incantata! :)

domenica 18 novembre 2012

Piccoli savarin al farro integrale con limoncello, cuori di cioccolato e ciliegia... Auguri dolce Vaty!


<Perché la vita è fatta di tanti piccoli suoni; di tante impercettibili vibrazioni.
Perché ogni sorriso e ogni pianto, ciascuna gioia e ciascun dolore, sono note incise su uno spartito bianco: è il nostro cuore a decidere se dare da esse una dignità o lasciare che perdano la loro voce.
Perché la vita non è che un pentagramma.
Perché solo l’anima ricca d’amore diviene artista: solo chi dipinge sentimento e speranza fa di quei segni un suono, un ritmo, una melodia.
E vive di sogno.>


A quel cuore che ha navigato in tempesta e ha trovato la via seguendo le stelle.
A quell'anima che ha conosciuto il silenzio, ma non ha smesso di cantare la sua melodia.
A quegli occhi che hanno trattenuto il riflesso del cielo, nel sole e nella pioggia.
A quel sorriso dorato di luce, che non ha negato il suo cuore nemmeno al male. 
E che l’ha sempre trasformato in amore.

Questi dolcetti sono un piccolo pensiero per te, perché la tua festa ancora non è finita: buon compleanno, dolcissima Vaty! Che la vita ti doni ogni giorno la possibilità di riscatto, l’opportunità di vincere contro ciò che ti ha fatto soffrire; che la tua gioia di oggi sia più di quella di ieri e meno di quella di domani. 
E, soprattutto, che la musica scandisca il ritmo dei tuoi passi, ovunque camminerai.
Sei un cuore prezioso, amica mia. Non dimenticarlo mai!
Ti voglio bene!

Piccoli savarin al farro integrale con limoncello, cuori di cioccolato e ciliegia

Per la base dei savarin
(liberamente tratta da qui, alla quale ho apportato personali modifiche)
100 gr di farina Manitoba 0 (Molino Chiavazza)
80 gr di farina 00 (Antigrumi Molino Chiavazza)
70 gr di farina di Farro integrale ()
25 gr di lievito di birra
50 ml di latte di riso (Isola Bio)
125 gr di burro morbido
4 uova
5 gr di sale
30 gr di zucchero integrale di canna (Dulcita, Altromercato)

Per la bagna
100 ml di Limoncello
200 ml di acqua
70 gr di zucchero integrale di canna (Dulcita, Altromercato)

Per decorare
Confettura di ciliegia q.b. (Ecor)
Panna da montare q.b. 
Cioccolato al latte q.b.

Nella ciotola della planetaria versare le farine ben setacciate con sale e uova sbattute. In una ciotola mettere il latte e due cucchiaini di zucchero. Intiepidire e far sciogliere in esso il lievito di birra: lasciare a riposo finchè non avrà prodotto schiuma.
Aggiungere al composto di farine e uova e azionare la planetaria a velocità bassa, finchè l'impasto non avrà assunto un aspetto liscio e senza grumi.
Aggiungere poco per volta, aumentando leggermente la velocità, il burro morbido mescolato allo zucchero restante. Una volta incorporato, mettere l'impasto ottenuto in una scodella lievemente imburrata. Lasciare riposare in un luogo caldo per un'ora e mezza, coperto da pellicola alimentare. 
Passato il tempo di riposo, distribuire l'impasto in uno stampo in silicone per mini savarin, avendo l'accortezza di riempirli solo per metà. Lasciare lievitare al caldo ancora per 20/25 min. Infornare a forno già caldo a 200°C per 10 min. e poi a 180°C per altri 10 min. 
Sfornare e lasciare raffreddare.
Nel frattempo preparare la bagna: mettere in un pentolino l'acqua e lo zucchero e portare a bollore. Aggiungere il limoncello e mescolare. Inzuppare i piccoli savarin nello sciroppo e mettere su una teglia. 
Aiutandosi con un coltello scavare una piccola buca sulla superficie di ciascun dolcetto, nel quale andrà messa della confettura di ciliegia. 
Montare la panna ben ferma e con l'aiuto di una sac-a-poche coprire la superficie di ogni savarin. 
Fare sciogliere a bagnomaria o al microonde del cioccolato al latte e riempire degli stampi per cioccolatini a forma di cuore (io li ho riempiti poco, poiché volevo delle sfoglie molto sottili) e metterli ad indurire in frigorifero. Posizionarli poi con delicatezza sui pasticcini.
Servite con un infuso alla ciliegia e sentitevi... felici. 

Colgo l'occasione anche per presentarvi Oreste ed Elettra, due micini deliziosi che cercano casa. Me ne sono presa cura finora, nonostante io non potessi tenerli a causa di gravi problemi di salute in famiglia. Li ho conosciuti un giorno portando il mio cricetino dalla veterinaria: le erano stati portati la sera stessa, come trovatelli, ma lei non poteva tenerli in studio. Erano così malconci e affamati che.. ho deciso quindi di non lasciarli soli, venendo incontro alle esigenze della dottoressa, che altrimenti non avrebbe saputo dove metterli. Li ho fatti sverminare, li ho puliti, gli ho donato una calda e confortevole stanzetta piena di giochi e pappa.. ma adesso iniziano a crescere, hanno voglia di una casa e di scoprire il mondo. Poiché a malincuore devo ammettere che le crisi asmatiche in casa si stanno facendo serie e pesanti e poiché non li lascerò mai finché non li saprò al sicuro... mi aiutereste a trovare qualcuno che li ami almeno quanto li amo io? E' già difficile per me, ma devo pensare al loro bene. E questo va al di là di ogni cosa.


Ringrazio infine la mia carissima amica Eloisa, di Vita Magica di una Famiglia Alpina, per avermi donato il premio 'Blog 100% affidabile'. L'avevo già ricevuto ma da te, dolce amica, lo accetto come se fosse la prima: sei una persona straordinaria, di una sensibilità e una profondità unica; hai un cuore immenso e una spiritualità preziosa nella sua semplicità, tanto... tanto bella. Volevo ringraziarti di te, di essermi accanto e di avermi dato la possibilità di regalarti un posto nel mio cuore. Lì sei e resterai sempre, con tutto il mio affetto. GRAZIE, con tanto bene! 


Vi auguro una notte meravigliosa, piena di sogni stupendi come lo siete voi!

p.s. alcune volte, se vi sembra che il vostro commento non sia stato pubblicato, provate a scendere in fondo alla pagina dei commenti e cliccate sulla scritta in grigio 'Carica ancora'. Non mi chiedete perché, ma ogni tanto non mi carica tutti i vostri splendidi interventi su una pagina sola ed è necessario cliccare lì per visionarli tutti!
Vi rispondo sempre con affetto e mi scuso per questo disagio... non capisco veramente!  
Un bacione grossissimo! :)


giovedì 15 novembre 2012

Fiorellini alla farina di canapa e riso con fiori di malva e limone


Dopo una lunga notte di pioggia, il temporale finalmente cessò.
Alle prime luci del mattino, l’aria si riempì dell’umido profumo della terra: un intenso sentore d’erba e foglie bagnate, di muschio e di corteccia. Una lieve nebbia mattutina si levava dai prati, risvegliando dolcemente candide margherite dal cuore d’oro e minuscoli fiorellini color turchese. Qualche passerotto gorgheggiava timido dall'alto di qualche ramo, regalando al vento tremuli cinguettii d’argento; poco più in là, una farfalla giallo sole ricamava danze di seta attorno alle rose, mentre le erbe aromatiche sprigionavano intense nell'aria la loro fragranza. 
La donna sollevò lentamente il bordo della lunga gonna, passeggiando tra i fili d’erba ancora impregnati d’acqua: respirò profondamente quell'aria frizzante e si sentì viva. Il sommesso fruscio dell’abito, a contatto con il manto erboso, le donava un senso di assoluta pace; l’aroma intenso della lavanda le aprì il cuore, quando decise di coglierne un poco: la posò nel vecchio cesto intrecciato che portava poggiato all'avambraccio. Poi si incamminò gioiosa verso un rigoglioso cespuglio di malva fiorita. Quando fu al suo cospetto, si inginocchiò. Uno sbuffo d’aria gonfiò la sua veste chiara, per poi afflosciarsi lentamente a suolo: Mauve affondò così il viso pallido nel violaceo cespuglio, confortata dal leggero tocco dei petali. Un’improvvisa e lucente freschezza avvolse la sua pelle e risvegliò ogni senso sopito. La pace si impadronì del suo cuore, mentre socchiuse gli occhi e respirò l'umido e terrestre sentore di rugiada.
Quei fiori non avevano mai gridato al mondo la loro presenza, né attraverso un colore sgargiante, né attraverso un penetrante profumo: qualche angelo li aveva dipinti di un lieve tono di sogno, quasi ci si potesse accorgere di loro solo chiudendo gli occhi; qualche creatura celeste aveva fatto sì che il loro sentore potesse essere conosciuto solo tramite la profonda voglia di sondarne l’anima. Non bastava annusare distrattamente per percepirlo; non bastava accontentarsi delle apparenze. L’umiltà e l’intensità dello sguardo di quelle fragili corolle l’aveva sempre affascinata: minute regine dalla chioma setosa, disarmanti nella loro semplicità. Profondamente mirabili quando facevano dono di sé, delle sommità fiorite, per divenire una cura di tutti i mali.
Erano creature che, come lei, avevano fatto del silenzio e della loro apparente invisibilità un motivo di incanto agli occhi del mondo. Mauve non era poi così bella, se qualcuno si fosse accontentato di vederla passeggiare per le tranquille vie di paese: probabilmente i suoi lineamenti aspri e la sua eccessiva magrezza, nascosta malamente da lunghe vesti che cancellavano anche le più lievi forme, non avrebbero suscitato l’interesse di alcun passante. Il suo pallore la rendeva quasi evanescente, sconosciuta ai più. Eppure solo un occhio attento, desideroso di riconoscerne l’anima, ne avrebbe chiaramente percepito la profonda bellezza: il suo profumo andava ricercato come quello di un umile fiore. Con attenzione. Solo allora era possibile accorgersi che era ben più di ciò che distrattamente mostrava: quei profondi occhi verdi avrebbero brillato come cristalli, incorniciati da lunghe e ondose ciocche color ruggine; il suo gentile sorriso, donato sempre con un poco di timore, sarebbe stato allora qualcosa di unico e di speciale. Qualcosa di solamente suo.
La donna sospirò e sollevò il viso, lentamente. Più osservava quei boccioli, più sentiva di amarli. Con un tenero e composto gesto portò una ciocca dei fulvi capelli dietro all'orecchio  avvicinando a sé il vecchio cestino di paglia intrecciata, che aveva poggiato poco più in là. Con estrema riverenza iniziò a cogliere qualche fiore, posandolo sulla sommità delle erbe aromatiche precedentemente colte e che facevano capolino da un lembo di panno color avorio.
Mentre raccoglieva le delicate corolle di malva, i suoi pensieri si persero nella fresca aria del mattino. Non poté fare a meno di sentire una profonda gratitudine sgorgarle come linfa dal cuore, fino a che non la riempì completamente, appagandola: quante cose quel silvestre cespuglio era stato per lei, in momenti difficili della sua vita. Non solo le aveva insegnato che, a dispetto del mondo, lei era incantevole e luminosa così com'era; non solo le aveva insegnato a vedere oltre le apparenze, a ricercare il profondo senso di ogni anima. Le aveva insegnato cosa fosse la dignità, davanti ad un passato che aveva fatto di lei un groviglio di spine: Mauve non aveva mai conosciuto l’amore, non aveva mai vissuto di felicità; non aveva mai ricevuto carezze e comprensione, vittima di violenza e ipocrisia. 
E fu proprio durante un temporale, nel cielo come nell'anima, che tra lacrime d’argento lei e quei fiori strinsero un’indissolubile amicizia. Quel giorno si sentì esattamente come loro, guardando dalla finestra: soffi violenti e di tempesta avevano strappato foglie e petali, spargendoli con noncuranza al suolo come fossero cocci privi di qualunque valore; come fossero anime esangui sotto una pioggia di proiettili di ghiaccio. Al termine della rabbia del cielo, ben poco di essi era stato risparmiato: non più un colore, non più un bocciolo; non più una foglia, solo qualche solitario stelo: pensò che la tempesta avesse ucciso quell'indifeso cespuglio, levandogli senza scrupolo né dignità la vita.
Fu invece sorpresa quando, giorni dopo, vide di cosa era stata capace la Natura: il minuto cespuglio era nuovamente fiorito ed era più rigoglioso di prima. Numerosi fiori violacei avevano fatto capolino tra fresche e verdi foglie, orgogliosi di esistere ancora e di gridarlo per una volta al mondo.
<E’ cosa preziosa e insostituibile la dignità> le dissero, con impalpabile voce di seta <Quando qualcuno ti priva di essa, tu non capitolare. Rispondi: mostrane il doppio di prima>.
Mauve non l’aveva dimenticato. Mai. E pregustò già il momento in cui, dopo aver fatto bollire dell’acqua, avrebbe visto quei fiori compiere la loro magia, divenendo prima blu, poi viola e infine verdi: ed ecco che avrebbe potuto dissetarsi con la sua bevanda preferita, multiforme e colorata come era in fondo l’esistenza.


Fiorellini alla farina di canapa e riso con fiori di malva e limone

150 gr di farina 00 (Antigrumi Molino Chiavazza)
20 gr di farina di semi di canapa
30 gr di farina di riso
1 uovo medio
50 gr di zucchero
50 gr di burro (o margarina, a piacere)
1 gr di lievito vanigliato per dolci
1 pizzico di sale
Scorza di un limone biologico, non trattato
1 cucchiaio di fiori di malva essiccati

Nella ciotola della planetaria unire le farine, il lievito, il sale, lo zucchero, il burro freddo a pezzetti, l’uovo, la scorza di limone e i fiori di malva essiccati. Impastare fino ad ottenere un panetto omogeneo e lasciarlo riposare avvolto con una pellicola in frigorifero, per ca. 30 min. Trascorso il tempo di riposo, stendere la pasta frolla ad uno spessore di ca. 0,5 cm e ricavare dei biscotti con una apposita formina sagomata a fiore. Posizionarli su una teglia coperta di carta da forno e cuocere per ca. 10/12 min. a 170°C.
Lasciar raffreddare e gustare con una buona tisana di malva o con l’infuso che preferite!

p.s. ovviamente l’impasto può anche essere fatto a mano e i biscotti con la formina che avete a disposizione.

E adesso passiamo ai ringraziamenti: alla cara Giada, di Sorbetto al Limone, volevo dare un abbraccio fortissimo per avermi nuovamente pensata per il Premio Dardos. E’ vero, ci conosciamo da poco, ma ho trovato anche io in te una persona splendida e sensibile: resta sempre così come sei, dolce e semplice come quei biscotti al cioccolato con i quali ci hai proprio deliziato! :)


A Rosalba di Miele e Vaniglia e a Dory di La Buffetta mando un bacio veramente immenso, per avermi donato il premio Versatile Blogger. Un gesto molto carino che porto dentro di me: siete sempre tanto care e voglio per voi tutta la felicità di questo mondo, amiche!


Ho sempre girato ogni premio che ho ricevuto ma mi veniva onestamente più facile farlo all'inizio  quando ancora conoscevo pochissime persone e la scelta era senza dubbio più semplice. Ogni giorno che passa invece diviene sempre più difficile perché ciascuna di voi, nessuna esclusa, rappresenta davvero qualcosa di unico per me. Ognuna di voi ha qualità e caratteristiche che ai miei occhi appaiono preziose e insostituibili. 
Non posso scegliere, perdonatemi! E’ per tutte voi!
Ad ogni modo racconterò ugualmente qualcosa di me non elencando sette cose che mi riguardano, ma mantenendo la promessa fatta alla dolcissima Monica di L’Emporio21!

Se fossi un dolce sarei una fetta di pane con il miele.
Se fossi una bevanda sarei un infuso di malva.
Se fossi un colore sarei il bianco.
Se fossi un fiore sarei una violetta di campo.
Se fossi un animale sarei un gatto nero, magro e a pelo lungo.
Se fossi un frutto sarei una mora.
Se fossi un gelato sarei un nero fondente e yogurt al naturale.
Se fossi un Dio… beh, non sarei io!
Se fossi un profumo sarei quello della vaniglia o delle viole.
Se fossi un libro ancora non sarei stato scritto.
Se fossi un sentimento sarei l’amore, puro e universale.

Non riesco a dare spiegazioni di ciò che sono, non facilmente.
Spesso parla più di me il silenzio di un'immagine.

Che dite, più tardi vi aspetto per un tè?
Un abbraccio e un felice pomeriggio!

giovedì 8 novembre 2012

Umido di polpettine bianche all’avena e basilico egiziano con soia, patate e carciofi


La luce fioca di un vecchio lampadario a candele, in ferro battuto, illuminava caldamente uno scuro tavolo di legno massiccio: robusto, consumato dal tempo, mostrava ancora tutte le venature di quell'imponente quercia con la quale era stato costruito; ne aveva ancora il profumo, che ricordava tanto l’odore delle giornate di pioggia in cui l’aria del bosco si vestiva di note intense di muschio e vaniglia.
Nella piccola e accogliente cucina della baita, dalle pareti in pietra, un capiente paiolo in rame era appeso sopra un purpureo e crepitante fuoco che scoppiettava dentro al camino.
Un intenso odore di ciocchi abbrustoliti e fumo riempiva l’aria antistante, confondendosi con un piacevole aroma di brodo, patate ed erbe aromatiche. La donna mescolò lentamente la zuppa bollente con un cucchiaio di legno, dando una rapida occhiata ai vetri delle finestre, seminascosti da bianche tendine impreziosite da ricami in pizzo: il freddo della sera ne aveva appannato i contorni, che acquisivano un lieve tono azzurrato grazie alla luce intensa della luna, che stava lentamente prendendo il suo posto sul trono della notte. 
La cena era quasi pronta e, quando lei si voltò, osservò amorevolmente il suo bimbo già seduto al tavolo, davanti ad una vuota scodella in terracotta: sorrise, mentre lo amava con lo sguardo. Cresceva rapidamente, eppure il suo musetto imbronciato non cambiava mai: con la manina poggiata sulla guancia, restava in attesa sul suo sgabello; dondolando una gambetta ritmicamente, picchiava distratto il cucchiaio di legno sul tovagliolo a quadri rossi, immerso nei suoi pensieri.
<Ehi, ometto> gli disse dolcemente <La nostra zuppa è pronta. Vogliamo cenare?>
Il bimbo, come destato da un lieve torpore, scosse i suoi riccioli biondi e annuì silenziosamente.
La donna afferrò il manico rovente del paiolo con un grosso panno di stoffa e lo portò in tavola. Immerse il mestolo nei vapori fumanti e servì prima il suo piccolo, abbondando un poco con quelle polpettine che lui tanto amava; rabboccò con del brodo e delle patate, poi riempì anche la sua scodella e poté finalmente sedersi.
Vedendo il bambino affondare svogliatamente il cucchiaio nella zuppa, non riuscì a fare a meno di notare la sua espressione particolarmente triste e arrabbiata.
<Qualcosa non va tesoro? I tuoi amici ti hanno di nuovo preso in giro?>
Il piccolo masticava nervosamente e lei subito notò che i suoi occhi si erano fatti lucidi. Il fanciullo annuì di nuovo, poi le sussurrò con voce rotta: <Non mi piacciono quei bambini. Io li odio, mamma, li odio! Mi dici sempre che non devo odiare nessuno ma non è colpa mia se ho la gamba malata da quando sono nato. Sono davvero così buffo quando cammino?>
La donna si morse le labbra, sospirò e appoggiò la mano calda su quella del figlio. Gli sorrise teneramente e, lasciando per un attimo la sua calda cena, cercò subito di rapire la sua attenzione: <Dimmi, la conosci la storia del pettirosso arrabbiato?>
<No, non credo mamma> rispose lui deluso, strascicando le parole.
<Allora ascolta: una volta mi capitò di conoscere un pettirosso, profondamente stanco e rabbioso perché gli altri suoi simili non facevano altro che prenderlo in giro, proprio a causa di una strana zampina che aveva sin dalla nascita. Sopporta e sopporta ancora, un giorno fu così esasperato che perse la pazienza ed iniziò ad odiare tutti gli altri pettirossi come mai aveva fatto in vita sua. Non perdeva occasione di attaccar briga e di rendere loro tutta la sofferenza che gli avevano da sempre procurato. Finché un mattino, accecato dalla rabbia, vide la sua immagine riflessa in un vetro: scambiandola per quella di un altro, si scagliò volando con tutte le sue forze sul cristallo, nel tentativo di colpirla. Fu un attimo e si trovò a terra confuso e con la testolina dolorante>
Il bimbo abbozzò un lieve sorriso, ridacchiando: <Sembra un po’ sciocco il tuo pettirosso, mamma>
<Ed hai ragione, sai? Era così sciocco da non riuscire a capire che, tentando di colpire quello che credeva essere un suo simile, stava solo colpendo la sua immagine riflessa. In realtà odiava così tanto gli altri che non si accorgeva di odiare per primo se stesso: perché è solo amandosi, piccolo, che si ha la possibilità di essere amati dagli altri. Invece talvolta non ci accettiamo a tal punto che investiamo il mondo intero della nostra frustrazione, riversando in esso tutto il  nostro dolore e la nostra rabbia, quasi fosse unicamente lui la causa prima del nostro malessere. La gente non è che uno specchio, una conseguenza. Come possono amarci, se noi per primi non ci accettiamo? Come, se noi per primi non ci aiutiamo? E’ dentro di noi, la possibilità di renderci migliori. E il mondo lo vede, quando abbiamo più fiducia in noi stessi.>
Il bimbo guardò la sua mamma un istante, poi le strinse forte la mano.
<E adesso mangiamo la nostra zuppa, tesoro> disse infine la donna, scompigliando con un rapido gesto i riccioli biondi del figlio <Se non ci sbrighiamo, si fredderà del tutto!>
Il piccolo ometto affondò così nuovamente felice il cucchiaio nella tiepida zuppa, assaporando un nuovo e splendido aroma della sua vita.


Umido di polpettine bianche all'avena e basilico egiziano con soia, patate e carciofi

350 gr di carne trita di tacchino
200 gr di avena
2 cucchiaini colmi di basilico egiziano tritato
250 gr di patate novelle
250 gr di cuori di carciofo
1 spicchio d’aglio
1 piccola cipolla bianca
1 cucchiaio di zenzero in polvere
2 ½ cucchiai di salsa di soia
Sale q.b.
Olio evo q.b.
Prezzemolo q.b.

In una pentola cuocere le patate novelle, togliendole dal fuoco ancora non completamente cotte. Sbucciarle e tagliarle a spicchi piuttosto regolari. In una padella antiaderente piuttosto grande mettere i cuori di carciofo, lo spicchio d’aglio (aggiungerlo intero, senza tagliarlo, poiché poi andrà levato: il sapore così non sarà troppo pesante ma darà solo un lieve aroma), del prezzemolo, del sale, un cucchiaio d’olio e un po’ d’acqua. Cuocere per circa 10/15 min. a fuoco vivo, finché non si saranno ammorbiditi e non saranno cotti. A questo punto aggiungere le patate tagliate poco prima e terminare la cottura in padella, girando delicatamente in modo che queste ultime non si rompano. Levare lo spicchio d’aglio.
In un’altra padella portare a bollore dell’acqua, aggiungendovi la cipolla tagliata a cubetti piccoli e regolari, un altro po’ di prezzemolo, il cucchiaio di zenzero in polvere, la salsa di soia, un po’ di sale e un cucchiaio o due d’olio d’oliva.
Nel frattempo preparare le polpettine bianche: in una scodella mettere la trita di tacchino, i cucchiaini di basilico egiziano tritato, un po’ di sale, un cucchiaio d’olio e i fiocchi d’avena. Amalgamare bene con le mani e creare delle piccole polpette della dimensione di una noce. Immergerle delicatamente nella pentola con gli aromi, e fare bollire per ca. 20 minuti a fuoco vivo. La carne rilascerà i suoi profumi nell'acqua  completando delicatamente la consistenza del brodo leggero. Una volta passato il tempo di cottura, unire brodo e polpettine ai carciofi e alle patate. Mescolare, lasciar riposare qualche minuto e servire in scodelline, magari con del pane abbrustolito. Buon appetito!

Prima di augurarvi una dolce notte, vorrei ringraziare la cara Micol per avermi pensata nell'assegnazione del premio 'Grazie a te': sei stata dolcissima e il tuo pensiero l'ho tanto apprezzato, credimi! Sei una persona davvero speciale!
Volevo inoltre rivolgere un pensiero alla tenera Lara, di 'Lara&TheKitchen', perché possa guarire presto e passare in fretta questo brutto ricovero in ospedale: amica, torna presto tra noi perché ci manchi tantissimo! 
Siamo tutte con te, ti voglio bene! 

Un abbraccio forte e un buon risveglio per domani!

venerdì 2 novembre 2012

Ul Pan di Mort de la Zia Francesca


Una piccola e rugosa carezza passò lievemente sui bordi di una vecchia fotografia, sbiadita dagli anni.
Piegata e rovinata dal tempo, aveva assunto un alone quasi giallastro tra le crepe e i toni del grigio.
Le dita dell’anziana donna indugiarono lente su ciascun viso, soffermandosi su ognuno di essi, quasi a voler ricordare a se stessa chi fossero quelle persone per non dimenticarle mai. Sorrisi ormai muti, volti ormai scomparsi; voci senza più un suono, mentre uno scatto aveva reso prigioniero il tempo, per sempre. O forse, non abbastanza a lungo.
Stringendosi nel caldo scialle di lana color avorio, la signora sospirò lentamente. Diede una sommessa occhiata alla finestra, dove poteva vedere ombre scure di alberi agitarsi al primo vento di Novembre. I rami più alti si piegavano sotto sibili acuti, per poi ritornare eretti e muti come anime solenni.
Tutto era cambiato, ma il mondo in fondo restava sempre uguale. Più o meno.
Una volta l’era diversa la gent, l’era divers anca ul paes.
Scostò di poco l’album di fotografie che teneva sulle gambe e allungò l’affusolato braccio verso un vassoio d’ottone, appoggiato su un antico e basso tavolino di fronte al divano.
Delicatamente sollevò il coperchio in ceramica di una teiera a fiori blu, forse uno dei suoi regali di nozze: un leggero vapore profumato di malva e lavanda le accarezzò il viso, appannandole un po’ gli occhiali.
Nel silenzio interrotto solo dai sussurri del vento, versò la sua bevanda nella tazzina finemente intarsiata e mescolò con un consunto cucchiaino d’argento. Il tintinnio cadenzato della piccola posata era quasi rassicurante e riempì di un melodico suono il modesto salottino. 
La vecchia signora si mise così nuovamente comoda, sorseggiando il suo tè. 
Osservò ancora un po’ qualche immagine in bianco e nero, abbozzando di tanto in tanto un lieve sorriso; passarono dei minuti, poi il suo sguardo si soffermò sul volto di un uomo, dal largo sorriso e dal cappellino di stoffa. Gli occhi dell’anziana si fecero umidi e poi deglutì. Cercando di scacciare quel brusco nodo in gola, posò la tazzina sul tavolo e sollevò dal vassoio un biscotto dall'intenso profumo di cannella e cacao. Mentre assaporava quel delicato sentore di fichi, uvette e pinoli, la memoria vagò indietro nel tempo. Guardò il viso di quel signore distinto e per un attimo sentì il suo cuore sentirsi più vivo.
<Te se regordet, nanin?> sussurrò sommessamente <Quei biscutit chi, i’a fasevan i donn quant nunc eravam piscinitt>
Non c’era anno, nemmeno durante la guerra, in cui ai primi di Novembre non si trovasse sulle tavole ul Pan di Mort. Certo, allora era un po’ diverso, forse più povero e arrangiato: forse era per quello che ne erano esistite sempre diverse versioni. Una volta non si trovavano facilmente biscotti o amaretti nelle case di paese; erano un bene di lusso, poiché si faticava persino ad avere di che sfamarsi. Eppure la so mama i'a faseva istess, cul pan gialt e cun quel che g’hera in cà.
Un sapore semplice, meraviglioso, che profumava d’infanzia.
Mai troppo dolce eppure sottilmente speziato, propi cum’è l’era stada la vita.
Ma che festa, quando le donne andavano al grande forno del paese e riuscivano a preparare una gran quantità di dolci e di pane caldo! Sì, perché allora nisun al gh’era ul furn in cusina.
E si imparava che quando nessuno aveva niente, forse tutti insieme si poteva avere qualcosa.
Ma qualcosa di importante a lei non era comunque mancato: l’aveva sempre avuto, da quando quell’uomo era entrato nella sua vita. Non aveva mai chiesto niente di meglio che l’amore di quel giovane pianista, figlio di un sarto, col quale aveva passato i momenti più belli della sua esistenza. Fino a che una grave malattia non li aveva separati.
<E adess? Adess in du’è che te set?> sussurrò nuovamente l’anziana, scossa da un fremito.
Eppure quel sussulto non durò a lungo.
<Sun chi. Sun semper chi visin a ti, stèla> soffiò forte il vento.
E lei lo sapeva, che in quell’aria si perdevano le parole del suo amore: perché nemmeno la morte li avrebbe separati, perché quel giorno triste di anni prima lui non era davvero volato in cielo. Almeno, non ancora: la sua anima si era rifugiata nel suo cuore, dove lei l’avrebbe sempre trovato.
Avrebbe saputo sempre dov'era  poiché lui aveva deciso di non abbandonarla: se mai avessero dovuto varcare la soglia del Paradiso, nessuno dei due l’avrebbe fatto senza stringere la mano dell’altro. Mai.


Sono le feste, il momento in cui i dolci della tradizione divengono i sapori che ci accompagnano per la vita; sono le feste, il momento in cui una consuetudine si fa rassicurante e diviene un tenero ricordo negli anni a venire.
Ul Pan di Mort è una di quelle usanze a cui non si può rinunciare in Brianza, il giorno della commemorazione dei defunti. Proprio perché nasce come dolce povero, fatto di frutta secca e pane giallo, non è un biscotto estremamente dolce. Poi i tempi sono cambiati e ne sono nate molte versioni, poiché di volta in volta si usava appunto quello che si aveva a disposizione: chi metteva uvette, chi fichi; chi usava nocciole, chi mandorle e chi noci. Chi aggiungeva canditi, chi li ometteva; chi usava il vino bianco e chi invece impastava usando solamente dell’acqua.
Questa è la versione che fa parte della mia vita, della mia infanzia. E’ quella che ha il buon sapore dell’amore e di tempi spensierati: è l’unica che considero mia, dato che la preparava la cara Zia Francesca ogni primo di Novembre.
Quell’alzatina in ceramica, dipinta di fiori gialli e verdi, raccoglieva un buon numero di questi biscottini dall’intenso profumo di cannella, amaretto e cacao. Non c’era nulla di più bello che vederla entrare in casa con quei piccoli capolavori, mentre trionfante diceva: <Ecco! Ul Pan di Mort l’è prunt! L’ha de sfregià!>
E lo posava teneramente sul mobile del salone, ridendo poi perché lo mangiavamo ancora caldo.

Ul Pan di Mort de la Zia Francesca

70 gr di amaretti secchi tritati (Di Saronno)
50 gr di biscotti secchi tritati
55 gr di cacao amaro in polvere
130 gr di zucchero semolato
2 albumi di uova medie
110 ml di vino bianco secco
125 gr di farina 00 (Antigrumi Molino Chiavazza)
½ cucchiaino di lievito per dolci
50 gr di uvetta
45 gr di fichi secchi
40 gr di arachidi tostate
40 gr di pinoli tostati
1 cucchiaio generoso di cannella in polvere
1 pizzico di sale
Zucchero a velo vanigliato q.b.

Mettere nella ciotola della planetaria i biscotti secchi tritati e gli amaretti secchi tritati, aggiungere pinoli e anacardi spezzettati grossolanamente, il cacao amaro, lo zucchero, la cannella, la farina miscelata al lievito in polvere e un pizzico di sale. Aggiungere i fichi tagliati a piccoli pezzetti piuttosto regolari e l’uvetta che avrete precedentemente ammollato in acqua calda. Includere gli albumi e mescolare a bassa velocità finché gli ingredienti non saranno amalgamati grossolanamente: versare il vino e lasciare che l’impasto divenga sufficientemente compatto.
Con le mani infarinate, ricavate dall’impasto un filoncino dalla larghezza di 7 cm ca. e ricavare  delle fettine larghe 1 cm di spessore. Dare forma ovale e regolare a queste ultime e disporre su una teglia coperta di carta da forno. Cuocere in forno caldo a 170/180° C per ca. 15 minuti (i biscotti raffreddandosi si induriranno, ma resteranno comunque leggermente morbidi).
Una volta completamente freddi spolverizzateli di zucchero a velo vanigliato e gustateli magari con un buon tè caldo.

Voglio rivolgere un pensiero d’amore al mio caro nonno Livio e al mio caro nonno ‘Zac’ (Avenente) e a tutti i parenti che non ho mai avuto modo di veder sorridere: perché ovunque siano possano godere della luce meravigliosa di Dio.
Un caro abbraccio anche al nonno Mario, che è volato in cielo il giorno di Natale. Possano restarci accanto e vegliare su di noi, che tanto li amavamo e li amiamo ancora.
A tutti gli angeli che ci accompagnano dovunque noi siamo; a tutti i defunti, le preghiere più dolci e sentite.

Una felice serata e una notte piena di dolcissimi sogni.

*Aggiornamento del 13 febbraio 2013: in seguito alla piacevole iniziativa de la 'Vita Frugale', con questa ricetta partecipo al suo Linky Party, riguardante 'La cucina di una volta'!


Grazie per avermi invitata a conoscere questa iniziativa! Un abbraccio!