lunedì 14 gennaio 2013

Le gallette croccanti di Galdino di Alderholt


L’antico e consunto portone di legno si aprì lentamente, cigolando. 
Una gelida folata di vento soffiò all'interno della vecchia locanda, sibilando come uno spirito inquieto. D’un tratto, le torce appese alle robuste pareti di pietra tremarono, liberando le ombre della notte: alcune oscure presenze si rincorsero per un attimo sui muri, per poi ripiombare repentinamente nei loro misteriosi nascondigli di roccia; altre si dispersero sul grande arco di sostegno della sala, scomparendo improvvisamente chissà dove.
Un intenso profumo di pane e spezie pervadeva l’aria, riscaldata dall'alito bollente del camino acceso in un angolo del locale. I suoi crepitii si perdevano in un confuso e sommesso vociare: qualche robusto contadino brindava sollevando il boccale, qualche vecchio si era addormentato dopo un lauto pasto; giovani locandiere si lamentavano delle attenzioni di qualche ospite, mentre un corpulento e baffuto oste era intento a riordinare delle scodelle al di là di un usurato bancone di quercia.
Percependo quel fioco tepore, l’uomo incappucciato sentì la stanchezza impossessarsi delle sue membra. Si avviò lentamente verso un piccolo tavolo di legno, coperto da una grezza tovaglia color foglia; abbassò il cappuccio scuro della sua tunica e guardò l’oste, che incontrò i suoi penetranti occhi color ghiaccio. Bastò un rapido cenno col capo e il robusto locandiere annuì, dirigendosi verso di lui.
<Benvenuto, straniero> gli disse, con voce profonda e bonaria <Cosa ti porta nella buia città di Alderholt, in questa fredda giornata nevosa?>
Il ragazzo dagli occhi di cielo sollevò il viso e, come immerso in lontani pensieri, rimase interdetto qualche istante.
<Ah> farfuglio confuso, in preda alla stanchezza <Si. Io.. Non..>
L’oste sorrise e restò in attesa. Il giovane, visibilmente affaticato, passò nervosamente la mano negli incolti capelli color carbone, poi lasciò cadere il braccio sul tavolo.
<Ecco.. io sono in viaggio> disse infine, senza sapere che altro pronunciare.
<Posso portarti qualcosa da mangiare? Gradisci da bere?> sussurrò paterno il locandiere <Abbiamo dell’ottima birra, se ne hai voglia. Oppure del sidro davvero squisito: non te lo puoi perdere, insieme alle nostre gallette di grano! Parola mia, nessuno le cucina meglio di Galdino di Alderholt!> ridacchiò beffardamente l’uomo, porgendo la mano al giovane straniero.
Il ragazzo l’afferrò abbozzando un sorriso.
<Immagino di avere di fronte Galdino in persona. Non è così? Io sono Lodovico, vengo da Rye, nel East Sussex. Mi porti pure del sidro e delle gallette dunque: non sia mai che non faccia onore alla casa>.
L’oste si allontanò e tornò poco dopo con un boccale color argento, colmo di sidro; lo porse al suo ospite, che subito ne bevve un gran sorso, inebriandosi del suo sapore dolciastro e amarognolo. Galdino prese dal vassoio in legno anche una ciotola bianca piena di deliziose e profumate gallette e la poggiò accanto al braccio di Lodovico, che ne prese una incuriosito: la consistenza croccante e poco dolce, con un lieve retrogusto di miele e cannella, lo sorprese piacevolmente.
<Ne valeva la pena, eh?> sorrise sotto i fulvi baffi il corpulento ometto.
Lodovico lo invitò a sedersi. La compagnia dell’oste iniziava ad essergli gradita.
<Sono in viaggio alla ricerca di qualcosa che riempia il mio vuoto> disse infine il ragazzo <Mio padre mi ha lasciato poche settimane fa e io non so darmi pace>.
Galdino notò un profondo senso di malinconia nelle parole del giovane, i cui occhi chiari si riempirono improvvisamente di lacrime. L’oste allungò il braccio e strinse con la sua grossa mano quella del ragazzo, mordendosi nervosamente il labbro.
<Vedi, Lodovico> sussurrò poi, con tono pacato <Rammento proprio ora una vecchia storia. Ero ragazzo quando mio nonno me la raccontò, ma da quel momento ho imparato a portarla con me una vita; la rispolverai quando mia moglie morì, lo scorso inverno, e decisi di non separarmene più>
L’uomo fece un istante di silenzio, deglutendo e cercando di sciogliere il grosso nodo che gli si era formato in gola.
<Si racconta che tempo fa un contadino scoprì una grossa buca nel suo amato terreno. Con grande rammarico e dolore, pensò che ormai il suo campo fosse irrimediabilmente rovinato: non poteva certo accettarlo, dopo che aveva speso tanta fatica e tante forze per cercare di renderlo perfetto. Decise quindi di trovare una soluzione. Ogni giorno si metteva di fronte alla buca e rifletteva, non trovando mai pace; pensa e ripensa, un uomo pratico che passava di lì decise di fermarsi e di dargli un consiglio.
‘Ehi, tu! Non vorrai mica inciampare’ gli disse stupito ‘Colma quella buca con del terreno. Tornerà allo stesso livello del prato e non rischierai di farti male’.
Poi passo di lì anche un uomo risoluto e volle dargli il suo parere: ‘Fossi in te, non perderei tempo a colmare quella buca con del terreno! Impara a saltarla. Quando saprai dove si trova, sarà più facile evitarla!’
E anche un ometto superficiale e leggero disse la sua: ‘Sai che ti dico? Smetti di guardare quella buca. Girati dall'altra parte, se guarderai il resto del prato nemmeno ti ricorderai della sua esistenza!’.
Il contadino era sempre più confuso, quando infine un uomo saggio gli si avvicinò: ‘Fossi in te non proverei a colmare la buca con del terreno; così facendo, avrai comunque la tua buca, riempita di qualcosa di diverso. Neanche la salterei: dopo un po’ ci si stanca di saltare. Nemmeno farei finta che non ci sia: ingannerei solo me stesso. Perché non la accetti semplicemente come una piccola particolarità, un’anomalia che ha fatto la sua storia e che ha reso unico il tuo prato? Considerala come qualcosa che ha scritto parte della vita del tuo campo: lasciala dov'è, impara ad amare la dolce imperfezione dell’erba’>
Lodovico ascoltò il locandiere affascinato, pensieroso e rapito.
<Amico mio> continuò Galdino <Quando qualcosa manca, vuol dire che prima era presente e ora non lo è più. E’ semplice, non credi? Eppure quella cosa ha lasciato un vuoto nella nostra vita, una buca nel terreno in cui spesso inciampiamo. Una voragine che spesso vogliamo dimenticare o che volutamente ignoriamo: ma finiamo sempre per rammentare che prima era occupata da qualcosa. Spetta a noi allora riempirla solo di ciò che gli compete: di bellissimi, preziosi ricordi. Nessuno potrà mai colmarla, se non ciò che ci è stato portato via: dobbiamo solo sforzarci di accettarla e di vedere in essa tutto ciò che non esiste più. Perché il terreno che lì è scomparso, resterà sempre dentro di noi e là nessuno potrà smuoverlo o portarcelo nuovamente via>
Il mento del giovane tremò un poco, mentre i suoi occhi si fecero consapevolmente lucidi.
<Nessun viaggio per sopperire la mancanza di mio padre potrà colmare la mia buca, non è così? Perchè il solo terreno necessario lo porto dentro. Lo porterò sempre con me. E non devo cercare più>.
L’oste sorrise, annuendo. Poi Lodovico addentò un’altra galletta.
Forse il suo viaggio era in fondo terminato; forse la meta l’aveva sempre portata dentro.
Ma era certo che sarebbe stato un vero peccato non giungere fin lì per assaggiare le meravigliose gallette di Galdino di Alderholt. 


Le gallette croccanti di Galdino di Alderholt

190 gr di farina 0 (Manitoba, Molino Chiavazza)
20 gr di farina 00 (Antigrumi, Molino Chiavazza)
15 gr di farina integrale (Molino Chiavazza)
12 gr di farina di grano saraceno (Ecor)
12 gr di farina di avena (Ecor) o avena tritata finemente
50 gr di burro
50 gr di margarina 100% vegetale (Vallé Naturalmente)
60 gr di zucchero di canna (Cassonade Eridania)
50 gr di zucchero semolato 
1 uovo intero + 1 albume
1 cucchiaino scarso di bicarbonato
1 pizzico di lievito
1 cucchiaino di cannella in polvere
1 cucchiaino di vaniglia in polvere (Rapunzel)
1 cucchiaio di miele (Acacia, La Casa del Miele)

Mettere tutti gli ingredienti nella ciotola della planetaria e impastare fino ad ottenere un impasto omogeneo. Lasciarlo riposare avvolto in pellicola per circa 30 min., ponendolo in frigorifero. Passato il tempo di attesa, stendere l'impasto su una spianatoia ad uno spessore di ca. 5/7 mm, aiutandovi con un altro po' di farina se dovesse risultare un po' morbido. 
Create con un apposito stampo dei rombi (oppure usate una forma a piacere), spolverizzateli con dello zucchero di canna e poneteli in forno già caldo a 190°C per ca. 13/15 minuti. Sfornare, lasciare raffreddare completamente su una gratella e gustare. 
Croccanti, sani e non troppo dolci, sono ottimi per accompagnare un té caldo. E sicuramente colmeranno delle piccole 'buche' nell'anima! 

Voglio dedicare questo post ad una amica speciale. Tu sai che il viaggio è lungo, pieno di buche e di eventi che purtroppo non possiamo fare altro che accettare. 
Non inciampare nel dolore, non evitarlo. 
Colmalo solo con ciò che di più prezioso hai: i tuoi ricordi
Quelli ti resteranno accanto sempre, nessuno te li porterà via: l'amore non muore mai e vive in eterno nei battiti del cuore. Smetti di cercare, lui è già con te. Ti voglio bene.


Infine, voglio ringraziare la cara Rosy di 'Mangiamoci su' per aver pensato a me nell'assegnazione del premio 'The versatile blogger', unitamente alla dolce Elly de 'La casa sulla scogliera' per avermi donato il premio 'Liebster award'. 


Sebbene già io li abbia ricevuti in precedenza, da voi li accetto ancora molto volentieri: siete state dolcissime e il vostro gesto per me vale molto. 
Vi abbraccio con tanto affetto, augurandovi il meglio che possa esserci nella vita!

Visto il periodo, spero prima o poi di poter essere più presente; ad ogni modo vi porto sempre tutte/i nel cuore! 
Un bacio immenso!

mercoledì 2 gennaio 2013

Lembas o Pan di Via degli Elfi


<La Via prosegue senza fine-
lungi dall'uscio dal quale parte.
Ora la Via è fuggita avanti,
devo inseguirla ad ogni costo,
rincorrendola con piedi alati-
Sin all'incrocio con una più larga,
dove si uniscono piste e sentieri.
E poi dove andrò? Nessuno lo sa.
[…]
Voltato l'angolo forse si trova-
un ignoto portale o una strada nuova;
Spesso ho tirato oltre, ma chissà-
finalmente il giorno giungerà.
E sarò condotto dalla fortuna
a est del Sole, ad ovest della Luna>


(J.R.R. Tolkien, Old Walking Song)



<Gimli ne prese uno, guardandolo con aria sospettosa. […] La sua espressione cambiò tosto, ed egli divorò avidamente il resto del dolce. ‘Basta, basta!’ esclamarono gli Elfi ridendo. ‘Quel che hai mangiato è sufficiente per un lungo giorno di marcia. Noi le chiamiamo lembas o pan di via, e sono più nutrienti di qualsiasi cibo fatto dagli uomini, e senza dubbio di gran lunga più gradevoli delle gallette.’>
(J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, pag. 458)

Lembas o Pan di Via degli Elfi
(ricetta liberamente tratta da ‘A Tavola con gli Hobbit’, C. Gregorutti, L. Vassallo; in arancione le varianti personali)

3 uova intere
250 gr di miele (per me di Acacia, La Casa del Miele)
100 gr di farina di grano duro (per me grano tenero 00, Antigrumi Molino Chiavazza)
75 gr di farina di mandorle
20 gr di farina di mais (Ecor)
4 gr di farina di canapa
Gocce di acqua ai fiori d’arancio q.b.
Gocce di aroma naturale di rosa q.b.
Scorza grattugiata di un limone biologico
50 gr di burro (o margarina 100% vegetale senza grassi idrogenati, Vallè Naturalmente)
1 pizzico di sale

Mettere nella ciotola della planetaria il miele, le farine, la scorza grattugiata del limone, le uova intere, il burro sciolto a bagnomaria, gli aromi e un pizzico di sale. Impastare fino ad ottenere un impasto liscio e molto cremoso*.
A questo punto versare un cucchiaio di composto (che risulterà molto liquido, non preoccupatevi) in formine di silicone rettangolari o quadrate**. 
Cuocere a 190°C per ca. 15 minuti.

* io ho volutamente usato la farina di grano tenero e di mais fioretto per creare dei dolcetti più morbidi e soffici. L’impasto, usando la farina di grano duro e la comune farina di mais, risulterà altrimenti più corposo e rustico, permettendovi di lavorarlo con maggiore facilità.

** Se non le possedete, nulla vieta di versare direttamente sulla teglia ricoperta di carta da forno un poco di impasto con un cucchiaino. Le autrici suggeriscono altrimenti di usufruire di una cialdiera.

Secondo tradizione, gli Elfi usano preparare questi dolcetti prima dell’inizio di ogni lungo viaggio: molto nutrienti ed energetici, si dice che ne basti un piccolo pezzetto per affrontare ore e ore di cammino. Dall’intenso sapore mielato ed agrumato, è bene portarne con se in quantità quando una nuova via si apre e invita a percorrerla, tra speranze e senso d’ignoto.
Col principio del nuovo anno non posso che farvene dono, nella speranza che possano essere utili e di buon auspicio di fronte all’inizio di un novello sentiero.
Ci si chiede spesso se sia bene intraprendere vie ignote, se sia utile correre rischi staccandoci da un passato certo, forse comodo ma talvolta doloroso, per camminare su sentieri sconosciuti e tortuosi; ci si chiede se quello che troveremo sarà davvero migliore o se ci porterà invece ad affrontare pericoli e situazioni maggiormente rischiose.
Ci interroghiamo su quello che potrà essere, non essere o cambiare per sempre.
Nulla è certo, questo è innegabile.
Ma è anche sicuro che un sentiero nuovo nasce per essere percorso; è indubbio che solo rischiando, armandoci di coraggio e di speranze autentiche, potremo vivere una meravigliosa avventura.
Solo partendo da un primo passo, seguito da un altro, andremo lontano; e impareremo, piangeremo e rideremo.
Soltanto iniziando a camminare potremo avvicinarci ai nostri sogni e avremo il potere di cambiare quello che non fa più parte di noi.
Solamente desiderando con il cuore, con coraggio e volontà, vivremo autenticamente le stagioni della vita.

Sia un inizio nuovo e splendido, per tutti voi: che la caparbietà, la forza e l’energia non vi lascino mai; che possiate ogni giorno ricordare che non serve altro che il vostro cuore e la vostra anima per raggiungere i mondi che da sempre sognate. 
E, ovviamente, non dimenticate di portare con voi una buona dose di Lembas!

<Che il giorno finalmente giunga, conducendovi ad est del Sole e ad ovest della Luna.>

Buon 2013, amici e amiche!
Un abbraccio affettuoso e un piacevole pomeriggio!