lunedì 29 luglio 2013

Coppette di pesche bianche al rum con crema al latte di quinoa e basilico cannella

Esisteva un tempo un piccolo arbusto povero e spoglio, dalla forma sinuosa e sottile.
Crebbe inaspettatamente nel campo verde di un contadino, isolato e solitario all'interno di una vasta distesa d’erba incolta. Difficilmente qualcuno lo avrebbe notato, se non fosse stato per quell'aria triste e malinconica che i suoi rami spogli e avvizziti comunicavano. Tuttavia, quella cronica secchezza e quella pelle bruna così avvizzita erano un tratto inconfondibile di quella creatura, specialmente quando l’arbusto passava ore a guardare distratto l’orizzonte con gli occhi velati di una placida malinconia.
E restava in piedi, silente, con il viso asciutto e la corteccia secca e tirata, screziata di tenue castano e toni biancastri; poche foglie si agitavano al vento, povere di vita in venature giallo paglierino.
Non v’era accortezza in grado di permettergli di rifiorire e di esplodere in frutti, di regalare al mondo un gioviale e luminoso sorriso. Non v’era rimedio utile che potesse donargli nuovo vigore e vitalità, foglie verdi e lucide o una forte e sana scorza.
Pareva sempre debole e in procinto di morire.
Vedendo in esso una possibile fonte di guadagno, il padrone del campo aveva comunque tentato in tutti i modi di porre rimedio alla sterilità del piccolo albero.
Aveva pensato che forse il terreno non era abbastanza fertile e nutriente, per questo aveva deciso di dissodare le zolle alla base rabboccando con del concime; non vide però alcun risultato, quindi tentò di ravvivare la sua chioma tagliando i rami che parevano essere d’impiccio.
Dando la colpa a qualche parassita, tentò di spruzzare del verderame e dell’insetticida, ma le sue foglie rimasero sempre gialle, cadenti. I suoi rami restarono spogli, privi di qualsiasi fiore; l’arbusto non diede mai nessun raccolto.
<Se quell'arbusto non fruttificherà, non mi sarà mai utile> pensò infine l’agricoltore <Pianta ingrata, ho speso così tanto tempo e denaro per te! Ho tagliato rami, spruzzato medicine, rassodato il terreno: non un fiore, non un frutto! Per questo ti abbatterò!> urlò furioso un giorno, in preda alla rabbia poiché non riusciva a capire in anni di esperienza dove aveva sbagliato.
Il debole fusto aveva quindi le ore contate. E si rassegnò.
Eppure il sole, nel suo ciclico cammino dall'alba alla notte, quel giorno lo notò: restò a lungo in silenzio ad osservarlo, mentre accarezzava le nuvole distratto, nel suo tragitto verso l’orizzonte. Inizialmente lo scrutò incuriosito, poi incontrò il suo fragile sguardo e provò un immenso senso di tenerezza: comprese con estrema facilità, con cuore puro e attento, il motivo di tanto disagio; capì in un istante quale fosse il male del minuto tronco. Allungò le sue braccia dorate verso il malinconico arbusto e iniziò ad abbracciarlo lentamente, di buona e calda luce; posò il tiepido viso di tramonto sui rami piccini, baciando le deboli foglie appassite; sorrise con grazia a quella modesta vita che non riusciva a fiorire.
Restò con lui a lungo, in quegli attimi di pace lucente, sussurrandogli parole dolci e zuccherine che trapassarono la bruna scorza malata. Poi si eclissò dietro l’orizzonte, per lasciare spazio alla notte.
L’indomani, quando l’agricoltore si avviò al campo brandendo deciso tra le mani una robusta accetta, ebbe una stupefacente sorpresa. Non riconobbe più il tronco esile e secco dell’arbusto che avrebbe voluto abbattere: al suo posto si ergeva fiero e verdeggiante un bellissimo e folto alberello, carico di frutti succosi e zuccherini. Avevano la bellezza piena e luminosa di un largo e caldo abbraccio, l’unico vero rimedio in grado di ridare la vita a quel fusto che avrebbe dovuto morire; un miracolo che aveva ragion d’essere solo nel sentimento, perché un’autentica cura spesso non è da cercare in mere esigenze materiali, quanto nelle profonde esigenze del cuore: questo l’agricoltore non l’aveva mai capito. Non aveva fatto altro che dare a quella creatura ciò che probabilmente gli serviva ma di certo non ciò di cui aveva bisogno davvero: un profondo e vero amore.
Ed ora quei frutti avevano il colore delle carezze amorevoli del tramonto e la dolcezza delle parole gentili sussurrategli dal sole prima che andasse a coricarsi; avevano la rotondità di un sentimento sincero, il tepore di un bacio nell'anima; vestivano di una sfumatura che ricordava la fine di un giorno e l’inizio di una nuova alba.
Avevano il volto sereno dell’amore e venne loro dato il nome di ‘pesche’.


Delle volte abbiamo tutto ciò che ci serve, eppure ci ammaliamo di tristezza e malinconia poiché non abbiamo, in fondo, ciò di cui abbiamo bisogno davvero: un forte sentimento d’amore.
Non esiste medicina più grande, bisogno più profondo, sentimento più necessario di quello che sgorga dal cuore; quello che non conosce il freddo dell’inverno o la morte, perché porta nell'anima un perenne abbraccio di vita.
Quello in grado di sanare ogni ferita e quello in grado di portare luce dove c’è ombra; di portare salute dove c’è malattia.
Perché nessuno può sostituire una carezza, il tepore di un abbraccio; mai, per nessuna ricchezza o privilegio materiale al mondo. E ci si scopre poveri anche quando si è ricchi; vuoti anche quando la nostra vita è apparentemente piena; poiché solo ciò che nasce dal cuore, in sincerità e affetto, può renderci realmente in grado di capire cos'è la vera felicità.

Coppette di pesche bianche al rum con crema al latte di quinoa e basilico cannella
(per ca. 6 coppette; ricetta senza glutine e senza lattosio)

Per la base della coppetta
Quinoa soffiata q.b.
1 cucchiaio di miele di castagno

Per le pesche in sciroppo
1 pesca bianca piuttosto grande
2 cucchiai di rum bianco (Bacardi Carta Blanca, senza glutine)
2 cucchiai di zucchero
2 cucchiai di succo di limone

Per la crema al latte di quinoa e basilico cannella
500 ml di latte di Quinoa e Riso (The Bridge)
70 gr di amido di mais
1 pizzico di sale
6/7 foglie di basilico cannella fresche* + 1 cucchiaino di zucchero
95 gr di zucchero
1 cucchiaino di margarina 100% vegetale (Vallé Naturalmente)

*se non disponete del basilico cannella, nessun problema: basterà procurarsi la stessa quantità di foglie di comune basilico e aggiungere mezzo cucchiaino da tè di cannella in polvere.

1 pesca bianca piuttosto grande
Foglie di basilico cannella per decorare q.b.
Gelatina alimentare spray (Fabbri, senza glutine; facoltativa)

Mescolare la quinoa soffiata ad un cucchiaio di miele di castagno, cercando di amalgamare bene. Porre la quinoa soffiata alla base delle coppette.
In un pentolino unire la pesca a pezzetti, il succo di limone, lo zucchero, il rum bianco. Cuocere fino a che i pezzetti di pesca non si saranno ammorbiditi e si sarà formato una sorta di sciroppo. Lasciare raffreddare. Nel frattempo preparare la crema: setacciare bene in una ciotola l’amido di mais e lo zucchero, con un pizzico di sale. In un mixer tritare finemente le foglie fresche di basilico cannella con un cucchiaino di zucchero, unirle al latte di quinoa e riso e portare a bollore. Rovesciare lentamente il latte caldo sulla miscela di amido di mais e mescolare con una frusta perché non si formino grumi. Porre di nuovo sul fuoco fino ad addensamento, poi spegnere e aggiungere mescolando un cucchiaino di margarina vegetale. Far raffreddare continuando a mescolare, poi coprire la crema con pellicola da cucina (in modo che venga a contatto con la crema stessa, eviterà la formazione di una fastidiosa patina). Lasciare riposare per ca. 20 min. in frigorifero.
A questo punto distribuire sulla quinoa soffiata le pesche in sciroppo, aggiungere la crema di quinoa e basilico cannella (aiutandovi se preferite con una sac-a-poche) e infine preparate la decorazione.
Lavate bene una pesca e tagliatela in tanti spicchi sottili. Posizionarli sulla crema nella coppetta, cercando di formare una ‘rosa’ con le fettine di frutta (nulla vi vieta però di tagliare la pesca a dadini o in una forma che preferite!). In ultimo, aggiungere a decorazione le foglie di basilico cannella e se desiderate lucidate con un po’ di gelatina alimentare spray (se volete ometterla e far sì che la frutta non si scurisca, basterà usare del semplice succo di limone in cui passare le fettine di pesca prima di posizionarle sulla crema). Servire fresche.

Un abbraccio di buona e calda luce a tutti voi.
Che l’amore vi avvolga, donando sempre al vostro cuore i toni rosati di una pesca.

Ed ora a riposare: dopo la tromba d’aria di oggi, il disperato tentativo di salvare le piantine in giardino, le secchiate d’acqua prese, le raffiche forti di vento freddo e il fango fino alle ginocchia, i rami spezzati, la scomparsa nell'atmosfera persino dei bidoni dell’erba secca e dello stendibiancheria (spero che qualche marziano lassù ne faccia buon uso)… ho bisogno davvero di aspettare l’alba di domani. E il sole, per favore!