martedì 31 maggio 2016

I cilindretti agrumati di re Guglielmo

All'ingresso del giovane re Guglielmo la sala improvvisamente piombò nel silenzio.
Il timido brusio di voci smise di echeggiare tra le mura spesse e rocciose del castello, illuminate dalla luce soffusa che filtrava dolcemente dalle alte bifore all'imbrunire. 
Il sovrano, seguito da un servizievole e fedele accompagnatore, salì con fare solenne alcuni gradini in marmo bianco, per poi sedersi su un massiccio trono intarsiato posto al di là di un imponente arco a sesto acuto. Re Guglielmo osservò qualche istante la moltitudine di persone riunite dinanzi a lui e, estraendo uno scettro dorato da sotto un pesante mantello di velluto scuro, fece cenno ai presenti di accomodarsi.
La corte prese posto occupando alcune larghe panchine in pietra addossate alle pareti della stanza, sontuosamente decorata con raffinati arazzi e scene venatorie, attendendo così che il monarca profferisse parola.
<Fedeli amministratori e uomini di corte> esclamò il giovane Guglielmo rompendo il silenzio <Quest’oggi non vi ho riuniti per discutere questioni di guerre, bilanci o alleanze; non vi ho chiamati per decidere le sorti del mio regno. Essere re comporta responsabilità e obblighi inimmaginabili, nonché la possibilità di avere molti nemici a minaccia della mia incolumità: io devo sapere di chi mi posso davvero fidare. Rispondete, dunque: cosa significa per voi essere dei buoni amici?>
I nobili e i funzionari presenti si guardarono allora vicendevolmente, dubbiosi e stupiti per una simile richiesta. Qualcuno iniziò a riflettere, qualcuno a sospirare; qualcun altro taceva fissando il vuoto, cercando dentro di se la migliore risposta che potesse dare. Altri ancora non diedero troppo peso al quesito, nascondendosi tra le ombre dei presenti per evitare di essere interpellati. Guglielmo diede alla corte un po’ di tempo per riordinare le idee, mentre il suo buon accompagnatore si preoccupò di addolcire la sua attesa porgendogli un boccale colmo di latte di mandorla e miele, una delle bevande che il sovrano più amava.
<Nessuno sa rispondere?> domandò poi il monarca spazientito, poggiando il calice sul piccolo tavolino imbandito posto accanto al trono.
<Tu> continuò, additando un uomo curvo e molto magro, seduto al centro di una delle panchine di marmo chiaro <Vieni avanti, dimmi cosa è per te essermi amico>
Il nobile, titubante, si portò al centro della stanza e fece un profondo inchino.
<Mio re> proclamò con voce roca il tesoriere di corte <Io sono un buon amico perché mi curo dei vostri averi, li custodisco e li gestisco. Con me le vostre ricchezze sono al sicuro, le incremento così che voi possiate godere di una vita agiata. E se voi vivete nella ricchezza, ci vivo anche io>.
Così facendo, batté i tacchi e tornò a sedere. Si fece avanti allora un giovane uomo longilineo, dalla voce squillante.
<Mio re> disse l’araldo di palazzo <Io sono un buon amico perché vi introduco a coloro che chiedono udienza e vi annuncio ovunque desiderate recarvi, così che in ogni dove sappiano come accogliervi con gli onori che vi spettano. E se voi siete conosciuto, in vostro nome lo sono anche io.>
Guglielmo annuì e lo congedò, afferrando distratto una grossa e succosa arancia dal piatto della mensa regale, mentre a saltelli e volteggi un tozzo giocoliere si presentò al suo cospetto.
<Mio sovrano> ridacchiò il giullare <Io sono un buon amico perché mi preoccupo di farvi divertire tutto il giorno e tutta la notte. Suscito in voi l’allegria, la spensieratezza; vi mostro cosa siano la leggerezza e la follia. E se amate fare festa, sono ben lieto di intrattenermi con voi.>
Il saltimbanco si allontanò goffamente, inciampando e facendo perdere l’equilibrio ad un uomo barbuto alle sue spalle, suscitando l’ilarità dei presenti.
<Vostra maestà> balbettò imbarazzato il cantastorie, raccogliendo da terra le pergamene che fino a poco prima teneva tra le mani <Io vi sono amico perché tesso le vostre lodi in tutto il regno. E vi sostengo a tal punto persino descrivendovi nelle mie storie come un eroe, condottiero dalle grandi ed epiche gesta. Adularvi è il mio modo per sentirmi da voi apprezzato e amato. E se voi siete appagato, io sono fiero di immortalarvi per sempre nella memoria del popolo, poiché un giorno potrò dire di avervi conosciuto>.
Il sovrano ascoltò ogni singola parola, accarezzandosi pensoso la barba incolta. Osservò il menestrello mentre tornava a sedersi, lasciando la parola al serissimo e posato consigliere di corte.
<Mio re> esclamò il consulente personale di Guglielmo, schiarendosi aulicamente la voce <Io sono vostro amico poiché a me chiedete consiglio. Mi lusinga che voi vi fidiate del mio parere: è perciò mia premura compiacervi di rimando, dandovi ragione ad ogni bella idea o iniziativa intrapresa per il regno. E se vi aiuto a farvi sentire saggio, voi mi permettete di sentirmi particolarmente valido e considerato>.
Il giovane regnante attese che ogni nobile di corte esponesse la sua personale risposta alla domanda e infine ringraziò gli astanti. Inchino dopo inchino, la sala tornò infine ad essere muta. Lo sguardo di Guglielmo passò allora in rassegna uno per uno i volti presenti nel vasto salone, fino a che i suoi occhi non si posarono proprio sul suo silenzioso accompagnatore, intento a far portare via i vassoi fino a poco prima colmi di primizie siciliane.
<Messere> lo chiamò, facendo improvvisamente sussultare il fedele compagno, che si voltò sorpreso <Per te, invece, cosa significa essermi amico?>
Il ragazzo, titubante, si avvicinò lentamente al monarca e si inginocchiò accanto a lui, arrossendo timidamente. Con lo sguardo basso cercò più volte di parlare, senza riuscire a dire nulla.
<Vorrei potevi dire qualcosa> sussurrò poi con garbo <Eppure temo che non potrei essere all'altezza di nessuno dei vostri funzionari di corte. Io non sono un buon amico: non mi curo delle vostre ricchezze, né le amministro per voi; non annuncio a gran voce il vostro nome, risplendendo della vostra grandezza. Probabilmente non riesco a farvi divertire, coinvolgendovi in grandi feste e godendone con voi; non vi lodo continuamente di fronte a chiunque, né riferisco di voi cose non vere solo per adularvi o per entrare nelle vostre grazie: non ne sono capace perché io mi preoccupo voi, non di ciò che potreste essere. Non riesco neppure a darvi ragione quando avete torto e mi dispiaccio se per questo potrei offendervi, ma credo che il male sia male e ferirebbe anche un sovrano. Perciò perdonatemi se parlando vi ho deluso>.
L’accompagnatore sollevò il viso incontrando gli occhi verdi e acuti del monarca, che abbozzò contro ogni aspettativa un lieve sorriso. Guglielmo poggiò la mano sulla spalla del ragazzo e si alzò dal trono, rivolgendosi all'assemblea.
<Da quando ricordo d’aver avuto senno, ho imparato che c’è sempre un motivo per il quale qualcuno può starci accanto e c’è chi crede che questa ragione si possa chiamare amicizia. Eppure non v’è nulla di più sbagliato. L’amicizia non si identifica mai con una ragione che possa permetterle d’esistere: se esiste, esiste senza un perché. Lo fa gratuitamente come semplice forma d’amore. Essa non è la condivisione della ricchezza o della fama di qualcuno, finché dura la gloria. Non è lodare affinché qualcuno ci lodi di rimando. Non è una grazia elargita nella speranza di riceverne un’altra in cambio. Amicizia è verità, e come essa può talvolta fare male senza uccidere mai; fa gioire della gloria di un altro come fosse la propria. Amicizia è avere qualcosa da dare, non cercare qualcosa da ricevere.>
Il sovrano si voltò nuovamente verso il suo accompagnatore, invitandolo ad alzarsi. 
Strinse le sue mani con gratitudine, sorridendo ad un volto incredulo ma felice: <Non esiste tristezza per la perdita di coloro che ritenevo falsamente amici, ora che accanto ne ho scoperto uno genuino. Non hai motivo di starmi vicino, non ho nulla che a te interessa , sebbene io sia un grande re: eppure sei qui, perché la sola ragione che ci lega è l’autentico affetto. E in questo ‘niente’, il ‘tutto’ ha il tuo nome, amico mio>.





Cilindretti agrumati al sorgo e riso integrale con pasta di zenzero candito, mandorle e miele
(senza glutine, senza lattosio)*

*controllate ovviamente che gli ingredienti che acquistate siano certificati!

Per la frolla
80 g di farina di riso
50 g di farina di riso integrale
20 g di fecola di patate
20 g di farina di sorgo integrale
40 g di zucchero a velo
50 g di burro delattosato
½ cucchiaino di cannella in polvere
½ cucchiaino di lievito vanigliato
1 uovo
1 pizzico di sale

Per il ripieno
50 g di mandorle non spellate
40 g di zenzero candito
1 cucchiaino di miele millefiori
1 cucchiaino di scorze di arancia fresche
1 cucchiaino di scorze di limone fresche
1 cucchiaino di succo di limone
1 cucchiaino di succo d’arancia
1 cucchiaino di aroma naturale di fiori d’arancio
½ cucchiaino di cannella in polvere

Preparate il ripieno dei cilindretti tritando in un mixer le mandorle con la pellicina, lo zenzero candito, il miele, le scorze di arancia e di limone, la cannella, il succo di arancia, il succo di limone e l’aroma naturale di fiori d’arancio, fino a che non avrete ottenuto un composto piuttosto pastoso.
Tenete il ripieno in una scodella a parte, mentre preparerete la frolla.
Mettete nella scodella della planetaria le farine, il lievito, la cannella, lo zucchero a velo, il sale e il burro delattosato freddo a pezzetti. Azionate l’impastatrice e, quando le farine avranno assorbito bene il burro, aggiungete l’uovo. Quando la frolla sarà pronta, lasciatela riposare in frigorifero per circa 30 minuti, coperta da pellicola da cucina.
Passato il tempo d’attesa, stendete la frolla in un rettangolo dal lato corto di ca. 10 cm, ad uno spessore di ca. 3 mm. Mettete nuovamente in frigorifero l’impasto appena steso, per un’altra mezz'ora. Inumiditevi leggermente le mani e create con il ripieno allo zenzero un filoncino di ca. 1 cm di diametro. Adagiate il filoncino sulla pasta frolla stesa e avvolgetelo per bene in essa. A questo punto tagliate il rotolo che avrete ottenuto in pezzetti di 5 o 6 cm di lunghezza, decorando la superficie con l’aiuto di una bocchetta a stella da sac-a-poche.
Lasciate i cilindretti in frigorifero mentre accenderete il forno a 170°C. Una volta che quest’ultimo avrà raggiunto la temperatura, infornate i biscotti per ca. 10/12 minuti, fino a quando saranno lievemente dorati.
Sfornate e lasciate raffreddare prima di gustare, rigorosamente in compagnia di un buon amico!




 < [...] Amicizia è verità, e come essa può talvolta fare male senza uccidere mai; fa gioire della gloria di un altro come fosse la propria. Amicizia è avere qualcosa da dare, non cercare qualcosa da ricevere. [...] E in questo ‘niente’, il ‘tutto’ ha il tuo nome, amico mio>.

...ed è così. Non posso che dedicare in special modo questa ricetta alla mia dolcissima chef Mimma. E' lei che mi ha regalato tanti profumati limoni e tante succosissime arance, direttamente dalla Sicilia, con le quali ho potuto creare questi cilindretti agli agrumi. Grazie, amica mia, per essere nella mia vita come solo tu sai fare; grazie perché ci sei, come un sole, a scaldare le giornate più buie! Sei unica e ti auguro tutto il bene più vero che si possa desiderare nella vita. Ti voglio bene!

E auguro tanto bene anche a tutti coloro che in questo momento hanno bisogno di credere nell'amicizia: tante volte capita di restare delusi, di avere a che fare con persone che sembrano volere tutto da noi senza restituire niente; capita di essere messi in un angolo solo perché osiamo essere noi stessi, diversi da quello che gli altri si aspettano da noi. 
Diamo tutto e sembra non essere mai abbastanza. Tanti dicono di capirci, di starci accanto, ma quando si tratta di dover perdonare, di dover comprendere debolezze e sofferenze, ci troviamo soli. Già, perché chi ama davvero sa di non essere perfetto. Chiede solo d'essere accettato per ciò che di vero può donare. 
Amicizia non è la quantità di tempo che si passa insieme: è come lo si passa, anche se fossero secondi in un mare di eternità. Amicizia non è la quantità di parole con cui ci si copre, ma qualità di queste; è anche silenzio, lontananza, però condita da fiducia. Chi ti ama non ti mette in dubbio mai, nemmeno quando hai palesemente torto o quando non ti parla da anni. Amicizia è un tesoro che dovete portare con voi, quando dite a qualcuno che terrete il suo cuore in mano. Non lasciate che nessuno vi dica che non siete buoni amici solo perché non vi hanno realmente compreso o accettato: ognuno di noi poi fa i conti con se stesso.
Non travisate mai, pertanto, il termine 'amicizia'. Questa ha un valore: potreste addirittura contare in tutta una vita i veri amici sulle dita di una mano. Ma quello che più conta è che non dovete disperare. Credete in questo bellissimo sentimento: siate voi stessi gli amici che vorreste avere accanto. Se ciascuno di noi trattasse gli altri con il rispetto che chiede per se stesso.. questo mondo sarebbe certamente pieno di amicizia vera ed amore. 

p.s. Lo so, gli agrumi non sono proprio di stagione ma.. questo la dice lunga sul tempo che ho avuto per condividere questi dolcini con voi. Meglio tardi che mai, no? 

Vi ringrazio di essere qui con me, sempre. 
Un abbraccio grandissimo!


mercoledì 11 maggio 2016

Sogno di una notte di... inizio estate


Che stagione folle la primavera: un giorno sorride, un altro è triste. Un attimo risplende, godendo degli abbracci dorati del sole, e poco dopo piange lacrime cupe, facendo tremare di freddo le fronde ormai colme di verdi promesse. Ma per quanto possa essere strana e incomprensibile, la primavera non è solamente un moto del tempo: è moto anche di ciascuno di noi. Tutti la portiamo dentro, tutti la viviamo combattuti tra un'intensa voglia di rinascita e una strana sensazione di malinconia, di nostalgia e di smarrimento. Vorremmo vedere sbocciare i germogli dentro di noi, come nuove promesse di felicità, ma ci troviamo frequentemente ad annegarli nei dolori, nei dispiaceri e nelle delusioni. Cadiamo, ci rialziamo, ci vogliamo fidare ancora di quel vento misterioso che gelido non è più, ma nemmeno tanto caldo: indecisi seminiamo di continuo, sperando finalmente in un raggio di sole, in un piccolo miracolo che raggiunga anche i nostri cuori, dopo aver a lungo fallito o faticato. Ed è proprio per questo che, se conosciamo a modo nostro le stagioni dell'anima, non dobbiamo dimenticare cosa insegnano le stagioni del mondo: per quanto possa essere complicato seminare e credere nella forza e nella bellezza di un germoglio, che apparentemente non cresce mai, non dobbiamo mai smettere di sperare e di credere nei nostri sogni. Non dobbiamo mai arrenderci ai momenti di sconforto, in cui un attimo <ogni cosa è> per <non esserlo più> subito dopo; non dobbiamo pensare che, per quanto fredda sia ancora l'aria o per quanto cupo sia ancora il cielo, la luce esiterà ad arrivare. 
La primavera, seppur folle e capricciosa, lo sa: l'estate arriva sempre, non la si può fermare.
E con il suo arrivo è pronta a ricordarvi che è giunta proprio per voi, come premio dopo tanta fedele attesa. E' proprio all'inizio della bella stagione che potrete, infatti, vivere una notte speciale in cui ogni cosa sarà possibile: una notte che da tempo immemore si celebra il 24 giugno, giorno di San Giovanni Battista. 
Ricordate, dunque, di non arrendervi e di non abbandonare i vostri più profondi desideri! Attendete fiduciosi questo crepuscolo incantato: affidatevi alla luna, alle stelle e alle erbe odorose, consapevoli del loro potere di rendere reale ogni cosa buona. Perché dopo le prove, le difficoltà, l'insicurezza e il dubbio, viene sempre il momento in cui compare una certezza: essa aspetta solo voi, sicura che non la abbandonerete, specialmente se la attenderete in compagnia di un salutare e mistico elisir...

...che troverete tra le pagine di Taste&More n.20, insieme a tanti consigli utili per una dieta perfetta, senza troppe rinunce: diamo il benvenuto alla bella stagione con uno splendido sorriso! 


some text



<Esiste una notte, una volta all'anno, in cui ogni fortuna e benedizione divengono possibili; una notte incantata, sin da tempi molto lontani, che preannuncia l’arrivo della bella stagione e celebra il solstizio d’estate: è quella del 24 giugno, dedicata a San Giovanni Battista nella tradizione cristiana e allo sposalizio del sole e della luna nelle antiche culture pagane. Acqua e fuoco, associati da sempre alla figura del Santo e alla potenza mistica dell’emisfero celeste, sono celebrati da tutti coloro che cercano purificazione, benedizione e guarigione dai mali del corpo e dello spirito; da tutti coloro che cercano protezione contro le negatività e i subdoli influssi del male.
Le antiche tradizioni rurali e contadine, infatti, tramandavano numerosi riti volti a ricercare la benevolenza e il favore di San Giovanni: su qualche collina o in aperta campagna si accendevano di frequente grandi fuochi in onore del cielo e del sole, nei quali si gettavano oggetti vecchi e legati ad un passato da dimenticare, piuttosto che fantocci posticci dal forte significato simbolico, i cui fumi in combustione avrebbero avuto il potere di purificare l’aria; molte donne si riunivano a danzare tre volte sotto grandi alberi di noce, in compagnia dello sguardo lucido delle stelle, per ricordare le loro sorelle che in passato erano state accusate di stregoneria, ottenendo in cambio la fertilità. Soprattutto, però, si credeva che le erbe raccolte in questa particolare notte fossero dotate di qualità straordinarie grazie ad un potenziamento delle loro proprietà, specie se inumidite da una lieve e cristallina rugiada... [...]>





Buona lettura e a presto, dunque. Mi riprometto sempre di scrivere qualcosa di nuovo ma pare sempre che capiti qualcosa che mi costringe a rimandare.. Questa volta però non lascerò che il tempo, le vicissitudini e i pensieri mi impediscano di aprire ancora il mio cuore. Ho tanta voglia di tornare nel silenzio di queste fronde, dove mi sento più a casa che tra mille rumori del mondo. Proprio nel frastuono non riesco a stare... preferisco seguire le voci che mi portano al cuore, dove vi trovo sempre e vi ringrazio. Tanto. 
Anche se a volte per me stare bene sembra un miraggio, io ci spero comunque. Del resto... l'estate prima o poi viene, no? 
Un abbraccio con affetto.