mercoledì 11 gennaio 2017

La pagnotta di Johanneta Cauda / Johanneta Cauda's loaf

Ci fu un tempo in cui la notte avvampò delle luci di innumerevoli roghi. Ci fu un tempo in cui povere anime salirono al cielo, strappate del loro corpo e private delle loro ali, tra lacrime e fiamme; in cui l'innocenza fu tradita in nome della prepotenza e la bellezza fu additata come arma del demonio.
Ci fu un tempo in cui il vento disperse lontano il dolore, la paura, la fine di un incubo voluto dall'ignoranza, nella danza silente di pulviscoli di cenere rossi come il sangue. 
Ci fu un tempo in cui l'ipocrisia chiamò il peccato 'donna' e la donna fu chiamata 'strega'; in cui l'autentica colpa si cammuffò da giustizia e assassinò la purezza. 
Quel tempo semplicemente non fu: è ancora. E la notte non cessa di avvampare degli eterni roghi della barbarie. 

Johanneta quella barbarie la conobbe, una lontana notte di agosto dell'anno 1428. Il cielo piangeva stelle, mentre lei piangeva dolore. La luce cerulea della luna accarezzò per l'ultima volta il suo viso ormai spento, allungando le sue braccia materne al di là di una piccola feritoia ricavata all'interno di un muro possente del maniero di Cly.
<Verrai via con me> le sussurrava silente, illuminando i suoi capelli folti e crespi di una decisa luce argentata <Manca poco, verrai via con me>.
E la donna attendeva la liberazione della morte per la sola colpa che aveva avuto di vivere.
Là fuori il vento strillava rabbioso tra le vette, testimone dell'ingiustizia umana; urlava scuotendo le cime dei pini, facendo fuggire persino le nuvole in cielo. Gridava con la voce che Johanneta aveva perduto, privata dell'aria che ossigenava i polmoni e che un tempo aveva il profumo della sua libertà.
Le sue labbra crepate dalla sete erano sepolcri non meno delle segrete che l'avevano ospitata fino a quel momento, gelide e umide fino a far marcire le ossa, le stesse che Johanneta non riusciva più a sentire. Le lacerazioni attorno alle caviglie, strette da vecchie catene, avevano smesso di bruciare; le ferite sulla schiena ormai non la tormentavano più: il sangue colava fino a rapprendersi sul suo liso camice di lino, ma la sua pelle era ormai anestetizzata. La chiamavano strega e non ci fu un solo giorno di prigionia in cui non avrebbe voluto esserlo davvero, perchè una fattucchiera avrebbe certo saputo fuggire, avrebbe sanato le sue ferite e punito i colpevoli di quell'atroce giudizio. 
Eppure, di fronte alla crudeltà dell'uomo che godeva nel torturarla come fosse il capro espiatorio dei suoi più infimi peccati, Johanneta immaginò che non avrebbe comunque avuto scampo: fu accusata solo d'esser 'donna', non importa quale termine o pretesto avrebbero scelto per giustificare la loro perversione. Ma ora doveva solo resistere ancora un poco. Era quasi finita e stremata si affidò alle carezze della luna, mentre con l'esile mano recuperò tremante una piccola fiala da sotto il grezzo giaciglio di sterpi. Quello, l'aveva giurato, sarebbe stato l'ultimo gesto di compassione verso se stessa; sarebbe stato quel tragico ed estremo atto d'amore verso un'anima di cui nessuno aveva avuto rispetto, né pietà. Sarebbe stato un atto di forza, non più di sottomissione: perchè Johanneta andò incontro al suo destino a testa alta, distrutta dal dolore ma ancora viva. Avrebbe abbracciato la silente luna con coraggio, dimostrando di essere sopravvissuta alla meschinità senza chiedere clemenza; avrebbe raggiunto il cielo tra le fiamme in completa compostezza e dignità: quella dignità, propria di ogni donna, che un uomo può ferire, sporcare o ledere, ma mai uccidere. 
E quella notte d'estate bevve l'ultimo dono che le fece la terra, avvelenando dolcemente d'amore il suo cuore, fino a stordirla. 
Johanneta potè solo sentire in lontananza i passi dei persecutori avvicinarsi, rimbombando tra i corridoi delle prigioni; potè solo scorgere vagamente le luci delle torce che le avrebbero dato il riposo eterno. L'11 agosto dell'anno 1428, dopo settantuno giorni di atrocità, fu bruciata sul rogo nel borgo di Chambave: dopo l'esecuzione di Johanneta ne seguirono altre, e altre ancora. Molte ingiustizie vennero perpetrate ai danni di giovani e anziane innocenti. Sopra quelle pire non moriva solo una donna: ad ogni rogo morivano tutte le donne...

Il tempo è passato ma le streghe continuano a bruciare, tra i roghi di un'ignoranza umana che non conosce confini né redenzione. Ancora oggi, con la morte di ogni donna offesa e torturata dalla prepotenza e dall'egoismo, muore con ciascuna di essa un milione di altre donne. 
Ma ciò che i persecutori non sapevano, in passato come nel presente, è che la maledizione più grande non era quella che le presunte streghe esercitavano sugli uomini: era quella che gli uomini stessi attiravano a sé, condannando la loro anima per sempre. Ciò che gli inquisitori non sapevano era che il demonio non era nell'innocenza che davano brutalmente alle fiamme, invasati da chissà quale perversione, ma era quella che abitava nel loro cuore di pece. E non c'è pece che non bruci con la giusta punizione, se non al cospetto della giustizia umana, almeno di fronte a quella divina. 

Johanneta Cauda non fu un'invenzione, ma fu una donna coraggiosa realmente esistita. Una donna a cui oggi voglio dare tributo e onori, un'anima che ora brilla tra le stelle e aleggia ancora tra le mura del maniero di Cly, a pochi chilometri da Aosta. Lei vi aspetta, attende ciascuna donna che voglia percepire la sua presenza tra le poche mura rimaste del castello. Tra i sibili acuti del vento, in un silenzio quasi assordante, vi ricorderà che nessun demone ha il diritto di cancellare la vostra anima distruggendo chi siete: nessuno dovrà bruciare la vostra carne, maledire la vostra vita. 
Johanneta vi ricorderà che la vostra dignità di donna non ha prezzo, che dovete camminare a testa alta e combattere i soprusi con tutte le vostre forze. Perchè noi, noi donne, siamo 'streghe' con orgoglio. 

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(English version)

There was a time when the night was flared up by the light of countless stakes, when innocent souls ascended to the sky, torn from their bodies and deprived of their wings, among tears and flames. A time when innocence was betrayed in the name of abuse and beauty was numbered among the many weapons of the devil. There was a time when the wind blew pain and fear away and put an end to a nightmare created by ignorance, in a silent dance of blood-red ashes.
There was a time when women were identified with sin and called “witches”; a time when actual guilt disguised itself as justice and purity was murdered. That time still hasn’t passed: it’s still here. And the night doesn’t cease to flare up the eternal fire of barbarity.

Johanneta met that barbarity on a distant night of August in 1428. The sky was crying stars as she cried out of pain. The cerulean moonlight caressed her dull face for one last time, stretching out its motherly arms of light to an embrasure, made out of one of the mighty walls of the Cly mansion.
<You’ll come away with me> it silently whispered, illuminating her thick and frizzy hair with a strong silvery glare. <In a short time, you'll come away with me.>.
And the woman was waiting for death to release her, only guilty of having had a life.
Outside the wind was screaming angrily among the peaks, a witness to human injustice. It shouted, it shook the tops of pine trees, and cleared the sky from its clouds. It was screaming with a voice that Johanneta had lost, her lungs deprived of air to breathe – her life of the scent of her freedom.
Her dry lips longing for water were as cold as the dungeons that had been secluding her –dump and freezing enough to rotten bones, the same bones that Johanneta could no longer feel.

The wounds caused by the old chains wrapping her ankles had stopped burning, and those on her back no longer tormented her. Blood was pouring down on her worn linen garment, but her skin was now anesthetized.
They called her a witch and there hadn’t been a single day she hadn’t actually wished she was  one, because an actual sorcerer would have known how to escape. She would have healed her wounds and punished anyone guilty of that abominable judgment. And yet, remembering  the cruelty of the men who enjoyed torturing her as the scapegoat of their most sinful sins, Johanneta realized that she would never have escaped: no matter what term or excuse they would have chosen to justify their perversion, her guilt lay in her simply being a woman. However, she now just had to hold on a little longer. It was almost over. Exhausted, she entrusted herself to the caresses of the moon.  Her thin hand slowly grasped a small bottle of vial from beneath a rough straw bed. She  vowed to herself that would be the last act of compassion toward herself. It would be a tragic and extreme act of love towards a soul no one respected, no one pitied. It would be an act of strength, not of submission, because Johanneta would have met her destiny with pride- destroyed by pain, but still alive. She would have embraced the silent moon with courage, proving to have survived meanness without asking anyone for mercy. She would have reached the sky among the flames, in complete composure and dignity- a dignity that might be wounded, but can never be destroyed. A dignity lying in the heart of every woman.
And on that summer night, she drank the last gift the land had given her, sweetly poisoning her heart. She drank until her senses were dulled. Johanneta could hardly hear the steps of persecutors approaching and their voices echoing in the corridors of the prisons. She could only vaguely notice the torch lights that would guide her to eternal rest.
On 11th  August 1428, after seventy days of atrocities, she was burned on a stake in the village of Chambave. More and more executions followed Johanneta’s. Many injustices were perpetrated against innocent women, both young and elderly. The death of a single woman on those stakes was the death of all women….

Centuries have passed, but “witches” are still being burnt on the stakes of  today’s ignorance.
And with every woman killed by abuse and selfishness, a part of every other woman dies with them.
But what their persecutors did not know-and still ignore - is that the greatest curse was the one the same persecutors casted on themselves, condemning their souls forever. The devil wasn’t to be found in the innocence that they brutally and perversely gave to the flames. It filled their hearts made of pitch instead. And no pitch can survive the flames of justice - God’s justice, if not human justice.

Johanneta Cauda isn’t a fictional character. She was a brave woman who actually existed. A woman I want to give tribute and honors to, a woman whose soul is now glittering amongst the stars and might still linger in the Cly manor, a few miles from the city of Aosta.
She is waiting for you. She is waiting for any woman wanting to feel her presence among the ruins of the castle.
You can feel her presence in the whistling wind, in the deafening silence of the castle. She will remind you that no demon has the right to destroy who you are: no one must hurt your flesh, nor curse your soul. Johanneta will remind you that your dignity does not have a price, that you must walk proudly and fight your oppressors as strongly as you can.
Because any woman deserves respect. Because we must feel proud of our being women.





English recipe here:

Johanneta Cauda's loaf

250 ml of milk
250 g of Manitoba flour (1)
100 g of white flour
100 g  of wholemeal rye flour
50 g of dehydrated soft apples
50 g of dried figs
40 g of nuts
40 g of cooked chestnuts
10 g of fresh yeast
8 g of salt
2 spoons of olive oil
2 spoons of grappa Genepy
1 spoon of acacia honey


Cut figs, nuts, chestnuts and dehydrated apples into medium pieces. Put them in a bowl, wet them with the grappa and let them rest for approx. 30 minutes. Meanwhile, put flours and salt in the planetarium. Warm up the milk and melt the fresh yeast inside it, along with honey. Start the planetary, add the oil and the milk a little at a time, until the ingredients are finished. When the mixture will be almost homogeneous, add the dried fruit and the aromatized apples. Allow the robot to mix for another 5 minutes. When the mixture will be finally compact, put it to rest at least an hour, in a warm place. At doubling the volume, work the dough creating your loaf and let it rise again for approx. 3-4 hours. Do then some small incisions on the sides, strewing the surface of the bread with flour. Cook in hot oven at 200 ° C for 15 minutes and at 180 ° C for another 15 minutes, placing a pot of water at the bottom of the oven to ensure the right cooking humidity. Remove the loaf from the oven and allow it to cool. Keep it in a special container for bread.

....Per la ricetta in italiano, invece, vi invito tra le pagine del nuovo Taste&More: il primo di questo nuovo anno, per conoscere una ricetta che mi è molto cara. Un pane rustico, aromatico, profumato di frutta secca, mele, uvetta e grappa. Una pagnotta che ho dedicato alla cara Johanneta Cauda, con quell'amore che lei sa. 






A presto con nuovi racconti, amiche e amici. Nella mia ricerca di quiete, qualcosa il mio cuore lo sta sussurrando.
Intanto vi abbraccio con affetto.