venerdì 8 novembre 2019

Una pesca per la contessina Claudia/ A peach for the countess Claudia


[ITA] 

Dolci note di clavicembalo e ghironda risuonavano da ore nella gremita sala dei ricevimenti della villa, accompagnando come un cortese sottofondo il vociare di amabili dame e nobili signori d’alta classe. I passi lenti e ponderati degli invitati indugiavano sulle piastrelle di cotto lombardo, disegnando con scarpette di raso piccoli cerchi e movimenti, in una moderata e armoniosa danza che si ripeteva ritmicamente sotto un grande lampadario impreziosito di cristalli e volute dorate.
Raffinati decori in candido stucco arricchivano pareti dagli aggraziati toni celeste, illuminate tenuemente dalla tarda aura estiva che si faceva pigramente largo tra vaporose tende color seppia. Tra giochi di specchi e ingannevoli porte dipinte a tromp l’oeil, donne civettuole nelle loro ingombranti andrienne comunicavano i loro desideri e stati d’animo in un sottile gioco di seduzione, nascondendo il sorriso e lo sguardo dietro a ricercati ventagli di ebano e seta dipinta. Tra un sorso e l’altro di porto e ratafià, dinanzi ad un fastoso banchetto barocco colmo di pietanze ed ingredienti stravaganti, nobiluomini e gentili signore parevano recitare i ruoli più bizzarri in una sorta di commedia senza tempo, priva di un qualsiasi canovaccio e della quale faticosamente si riusciva a carpire un senso. Ed era probabilmente questo su cui, in fondo, rifletteva il giovane conte Caggiula, che in disparte sorseggiava lentamente un buon calice di vino chiaro e frizzantino: già frastornato da un lieve mal di testa e dal seccante brusio che pervadeva la stanza, a causa dell’eccessivo vociare dei convitati, tentò di rilassarsi centellinando il gusto intenso di quel nettare così corposo e avvolgente. Per qualche attimo il ragazzo si abbandonò al piacevole tepore di un fugace raggio di luce, socchiudendo appagato gli occhi sotto le carezze delle sue dita luminose.  Eppure, quell’idillio durò poco: un dolce senso di malinconia si impadronì ben presto delle sue membra, proiettando i suoi pensieri tra le impercettibili avvisaglie della stagione autunnale in arrivo. Ebbe quasi l’impressione che, come l’autunno sarebbe giunto a spazzare anche l’ultima euforia della bella stagione, anche la ricercata teatralità umana alla quale stava assistendo avrebbe avuto la sua logica e conseguente fine, bruciando in emozioni folli ed effimere come un languido fuoco di paglia.
Da indifferente spettatore osservava, distratto da tanta apparenza ma più rapito dalla vera bellezza, quella che lo chiamava silenziosa al di là dei vetri di un’alta finestra: la quiete oltre ad un uscio, che invitava a perdersi nella frescura di una lunga galleria ombreggiata; un’intimità offerta da antichi e nodosi rami, che si intrecciavano tra loro fornendo un confortevole riparo dall’umidità tardo estiva. Il richiamo del silenzio fu tanto allettante che il conte non potè resistervi a lungo: si avvicinò dunque ad un cameriere, che composto si sporse in avanti per permettergli di posare su un vassoio il bicchiere ormai vuoto. Dopo aver ringraziato l’inserviente con un gentile cenno del capo, il giovane varcò dunque la soglia della veranda e si immerse finalmente nella maestosità di un ricercato giardino all’italiana, in cui sculture vegetali e siepi fiorite regalavano piacere alla vista attraverso geometrie pressoché perfette. Il profumo inebriante della lavanda e delle numerose piante di liquirizia, che adornavano ampie aiuole curate in ogni dettaglio, riempì le sue narici con un’intensità tale da risultare quasi sfacciata, eppure al contempo assolutamente irresistibile.
Finalmente potè godere del chiarore rassicurante del sole, che gioioso si affacciava intenso tra le fronde per apparire e scomparire subito dopo, con la vivacità di un bimbo impegnato a giocare a nascondino. E dimenticò ben presto la confusione, il ridondante suono di corde pizzicate e di tacchi veloci sul pavimento, riuscendo invece a percepire chiaramente il rumore sordo e rassicurante dei piccoli ciottoli che i suoi stivali comprimevano al suolo. Passo dopo passo, si perse nella meravigliosa imponenza di mitologiche statue in pietra che si stagliavano su un cielo prepotentemente turchese; il canto degli uccellini e il lieve fruscio delle fronde, sotto il soffio del vento, riuscì a donargli nuovamente una dimensione a lui consona, riportandolo per un attimo col cuore alle sue vaste e quiete campagne salentine. Passeggiò a lungo tra viali e limonaie, si addentrò tra querce e carpini fino a raggiungere il frutteto, dove infine pensò che gli zampilli della grande fontana in pietra avrebbero alleviato quella sensazione di calura che iniziava quasi a stordirlo, sotto la spessa marsina blu. Ma quando fu tanto vicino alla meta da sentire il gorgoglio delle acque, fu piacevolmente sorpreso nel constatare che una giovane donna dall’ampio abito celeste sostasse silenziosa sul bordo della vasca, ignara della sua presenza. Il conte Caggiula non volle disturbarla e si fermò incuriosito ad ammirarla, mentre la vide levarsi i candidi guanti in pizzo e gettarli seccata sulla gonna ricamata. La osservò mentre cercava disperatamente una ventata d’aria, agitando le mani davanti al viso arrossato dal calore, per poi allentarsi i lacci posteriori del corpetto nella speranza di respirare finalmente libera da impedimenti. Il giovane ne restò inevitabilmente colpito e sorrise, apprezzando l’evidente impertinenza di quella dama che probabilmente avrebbe preferito camminare scalza in quel grande giardino, piuttosto che essere schiava di piccole e scomode scarpette di seta. Nascosto tra i fitti arbusti del frutteto, avrebbe volentieri atteso ancora un poco per godere di quella grazia semplice e ribelle: consapevole tuttavia che il suo atteggiamento non sarebbe stato adeguato al rango di un gentiluomo, decise  di non aspettare a lungo prima di palesare la sua presenza. Tentò di annunciarsi in modo più discreto, tornando sui suoi passi e strusciando volutamente tra le frasche nel tentativo di farsi udire, ma quando sbucò dal sottobosco la sua comparsa non sortì l’effetto voluto: la dama, infatti, si voltò sobbalzando vistosamente.
<Vi prego, non vi spaventate> la rassicurò subito il giovane conte, tendendo gentilmente il braccio verso di lei per rassicurarla <Mi dispiace di essere apparso così all’improvviso, non avevo intenzione di turbarvi>.
La ragazza lo fissò allora dritto in viso, sbarrando i suoi grandi occhi nocciola e assumendo subitamente un’espressione alquanto infastidita.
<Sono costernata ma temo che lo abbiate fatto> gli rispose dunque piccata, gonfiando il petto con un profondo respiro <Siete solito irrompere così nell’intimità pomeridiana di una donna, irritata dal trambusto di un’inutile festa e desiderosa di godere di un poco di solitudine?>
<Certo che no, ma..> tentò di rispondere un po’ sconcertato il giovane, notando come dietro a quei lineamenti fragili e aggraziati si nascondesse in realtà una fiamma pronta ad avvampare <Credo di aver sentito probabilmente la vostra stessa esigenza, quest’oggi. E credo che qualcosa mi abbia condotto erroneamente a ricercare la quiete proprio dove l’avete lasciata voi: perdonatemi, dunque, non voglio certo disturbarvi oltre.>
Così dicendo, il conte si congedò con un elegante inchino e si voltò rassegnato per tornare sui suoi passi. La giovane tacque, osservando quel ragazzo dalla coda corvina allontanarsi lentamente da lei. Subito, tuttavia, fu colta da un evidente senso di colpa: constatò infatti, tra sé e sé, come il suo incontenibile disagio avesse parlato per lei senza il minimo consiglio della ragione. Decise quindi di fermarlo, prima che scomparisse nuovamente tra gli arbusti del frutteto.
<Aspettate> lo chiamò <Vi prego, restate ancora un poco con me. Dove c’è tranquillità per un’anima, sono certa ci sarà anche per due>. E di fronte a quel timoroso sorriso, che pareva quasi una celata richiesta di pace, il conte Caggiula non potè che dimenticare rapidamente l’inizio di quel burrascoso incontro per cogliere finalmente l’occasione di presentarsi a dovere. Si avvicinò dunque nuovamente alla fanciulla, che attendeva sotto ad un grande e ombroso pesco che offriva gli ultimi profumati frutti della stagione, prendendo posto accanto a lei sul freddo bordo di marmo della fontana.
<Resterò volentieri, se questa volta giurate che non tenterete di annegarmi nella vasca di questo frutteto> la provocò il ragazzo, ammiccando ironicamente.
<Lo prometto> rispose la giovane, lasciandosi andare ad una sincera risata e annuendo come per rassicurarlo sulla sua sorte <A patto che voi non raccontiate al conte Crivelli che sua figlia preferirebbe correre scalza in giardino, piuttosto che presenziare alle sue feste: a maggior ragione se in compagnia di un piacente sconosciuto come voi. Non credo approverebbe, sapete?>
La dama punzecchiò divertita il ragazzo, che conobbe solo allora l’identità di quella piccola donna immensamente ribelle.
<Siete dunque Claudia Crivelli? Sono onorato di conoscere la figlia del gentiluomo che quest’oggi mi ospita alla villa> considerò stupito lui, sollevando il cappello tricorno in segno di rispetto <Io sono Donato Caggiula, figlio del conte pugliese di Parabita. E, se mi è concesso, ho una spiccata predilezione per le giovani indisciplinate e per le corse nei prati, a discapito delle pompose occasioni conviviali.>
Il viso ambrato di quel giovane e la sua innata simpatia fecero così breccia del cuore della contessina, che sentì per una volta nella vita di non dover fingere alcun ruolo né apparenza.
<Dovete scusare la mia impertinenza> soggiunse allora la dama, fissando con aria triste la superficie increspata dell’acqua <E’ che a volte non sento null’altro che il vuoto. Un vuoto profondo, mi capite? Osservo spesso comportamenti e persone che sono tutto fuorché ciò che vorrei essere, sono costretta a misurarmi con realtà a cui sento di non appartenere. Eppure, poiché questo è il mondo, pare che per essere qualcuno io debba essere chi non sono>.
Claudia portò una mano al capo e si liberò di un vistoso fermaglio che le adornava i capelli. Una morbida ciocca bionda, ritorta in un boccolo, scivolò sulla sua spalla con la stessa semplicità con la quale la donna aveva appena messo a nudo la sua anima.
<Vedete> continuò poi, distratta dalle fronde ancor verdi di un arbusto che pareva essersi chinato a specchiarsi nella fontana <Credo che non riconoscermi nell’unico mondo in cui vivo provochi in me molta frustrazione. Delle volte vorrei riuscire a sentirmi come gli altri, se servisse a vivere in modo più sereno.>
<Voi soffrite per questo?> domandò gentilmente il conte Caggiula <Eppure mi avete appena detto che non vorreste mai essere qualcosa di diverso da ciò che siete, in realtà.>
<Ed è così> rispose lei, annuendo con pacatezza <E’ solo che spesso è difficile sostenere il peso di questa inadeguatezza, quando si è circondati da persone che sembrano sempre sapere come accontentarsi. E’ avvilente: pare che loro abbiano raggiunto piena coscienza di sé e di ciò che vogliono essere nella vita, mentre c’è chi come me continua ad essere in collera con se stesso perché proprio non ci riesce. Non posso certo adeguarmi a ciò che non mi appartiene, ma al contempo provo molto turbamento nel ricercare ogni giorno, senza sosta, qualcosa che mi esprima e mi appaghi realmente. Ditemi, secondo voi sono io ad avere qualcosa che non va?>
Il ragazzo provò un moto di profonda tenerezza di fronte allo sguardo smarrito della dama, mentre condivideva con lui quelle sincere confidenze.
<No, non lo credo affatto> le rispose lui rassicurandola, scuotendo il capo e stringendosi nelle spalle <Al contrario, credo che dobbiate ringraziare questa vostra inquietudine, poiché vi spinge a comprendere che forse siete destinata a qualcosa di diverso rispetto a ciò che basta per rendere felici la maggior parte delle persone. Temo che sareste più infelice ad ignorarla, perché affrontarla è il prezzo da pagare per conoscervi a fondo: talvolta si crede di provare disagio perché non si riesce ad essere come gli altri, eppure credo che il disagio più grande sia quello che si prova quando non si riesce ad essere liberamente se stessi.>
Così dicendo, il conte decise di cogliere una pesca profumata e matura da donare alla giovane, visibilmente triste e confusa, nella speranza di offrirle un po’ di quella dolcezza che a parole non sarebbe mai riuscito a comunicare. Allungò dunque il braccio per afferrare un frutto maturo, ma improvvisamente si fermò.
<Guardate, contessina!> esordì stupito, richiamando la sua attenzione <Ecco qui: una pesca che non desiderava essere una pesca. Proprio come voi!>
Claudia si sporse incuriosita in avanti e potè notare come, tra le verdi foglie di un rametto, un fiore si fosse rifiutato di evolvere in polpa e avesse assunto la graziosa forma di un uccellino.
<Credo di non aver mai visto una cosa del genere in tutta la mia vita> rise la dama, mentre il suo sguardo vivace prese a brillare <Non lo trovate incredibile?>
<Dite bene, davvero straordinario> sottolineò il conte, grato di quella fortuita scoperta che pareva essere il messaggio di un invisibile destino inaspettatamente all’ascolto <E credo che voglia dirci che la felicità sia tutta qui: nella semplicità dell’essere ciò che si sente, più che ciò che si vede. A prescindere dai giudizi del mondo.>.
La dama restò qualche istante ad osservare quel minuscolo prodigio naturale, accarezzando con le dita affusolate le foglie che pendevano dal ramo. Poi si voltò, visibilmente rinfrancata, incontrando il viso gentile del giovane accanto a lei. Il conte Caggiula percepì un nuovo colore nell’espressione della contessina, colma ormai di buonumore.
<Cosa potrei dire ora, per ringraziarvi della luce che quest’oggi avete saputo donarmi?> disse Claudia sommessamente, con voce colma di garbo e riconoscenza.
<Oh, nulla di più rispetto a quanto mi stia dicendo la serenità ritrovata sul vostro volto> le rispose il ragazzo, stringendole delicatamente la mano con sincero affetto <Ma se proprio dovete dirmi qualcosa, contessina, ditemi che non vi abbatterete più di fronte a ciò che là fuori non riesce a comprendervi. Ricordate che nella vita non conta ‘cosa siete’ per volere del destino, ma ‘chi sentite di essere’ per volere del vostro cuore.>
Così, mentre la brezza serale giocava allegra tra le fronde degli arbusti, il conte si accorse di quanto il tramonto avesse dipinto il viso di Claudia dello stesso tono col quale aveva dato colore alla pelle vellutata delle ultime pesche mature. Sentendo qualcosa tremare nell’anima, capì che quel giorno aveva incontrato un autentico fiore: un bocciolo che, in qualunque frutto un giorno si sarebbe tramutato, sarebbe stato per lui il più incantevole.





Crema barocca al latte di mandorla e liquore di rose, pesca bianca e noce moscata 
(senza lattosio e senza glutine*)


110 ml di panna delattosata 
80 ml di latte di mandorla
40 ml di liquore di rose*
40 g di zucchero di canna grezzo
6 ml di sciroppo di glucosio
1 piccola pesca bianca a pezzetti
1 cucchiaio di succo di limone
½ cucchiaino di noce moscata in polvere

*verificare che il liquore di rose abbia certificazione gluten-free.

Ponete in una pentola il latte di mandorla, la panna, il liquore di rose, lo zucchero di canna e il glucosio. Portate quasi ad ebollizione e poi spegnete il fuoco. Tagliate una pesca bianca a pezzetti piccoli, poi scaldatela in un pentolino con il succo di limone e la noce moscata, fino a ridurre il frutto in purea. Aggiungetelo poi al composto di latte, mescolando per amalgamare. Lasciate raffreddare e poi, coprendo un contenitore con una pellicola alimentare, ponete in frigorifero per una notte intera. Il giorno successivo versate la miscela nella gelatiera e azionatela per un tempo corrispondente a 25/30 minuti. Consumate subito il gelato oppure conservatelo in un contenitore nel congelatore, avendo l’accortezza di toglierlo dal freezer almeno dieci minuti prima di servirlo. 

....E anche se l'estate ha lasciato il trono all'ormai inoltrato autunno, il mio cuore sogna già che il freddo sia passato. Specialmente quest'anno, che sarà tanto difficile da affrontare.. con un inverno che vorrei fosse già alle spalle della primavera. Forse ora un gelato sarà fuori stagione ma.. del resto, da qualche parte nel mondo, oggi qualcuno si appresterà ad accogliere le prime pesche succose e sarà pronto ad assaporarle! Un abbraccio e a presto, con tanto affetto. 


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[ENG]

Sweet harpsichord notes and wheel fiddle music had been resounding in the crowded reception room of the villa for hours. Their gentle background music had accompanied the chats of lovable ladies and high-class noble lords, whose satin shoes drew small circles on the Lombard earthenware floor in a measured, rhythmic dance under a precious crystal chandelier hanging from the golden vaulted ceiling.
Refined stucco ornamentations, trompe l’oeil doors and mirror tricks decorated the room, whose light blue walls were lit by the late-summer light lazily filtering through some gauzy sepia-toned curtains. Coquettish women in their bulky andriennes communicated their feelings from behind their refined silken ebony fans, which hid their smiles and gazes  in a subtle game of seduction. Sipping their portos and ratafees in front of a sumptuous baroque banquet, rich in unusual courses prepared with the rarest ingredients, ladies and lords seemed to act out their bizarre roles in a sort of timeless play lacking a proper outline, whose meaning was mostly hard to grasp.
The young Count Caggiula might have been thinking about this as he was slowly sipping some white sparkling wine, standing aside from the crowd. He was hoping that the intense flavour of that full-bodied drink could help him relax, as the buzz and the loud chatting had made him dizzy and caused him to have a slight headache. For an instant, the young man indulged in the lovely warmth of a ray of sunlight, squinting his eyes to better feel the sensation of its bright invisible fingers caressing his skin. Unfortunately, that sweet feeling didn’t last long, giving way to a sweet melancholy as he started thinking autumn would come soon and would sweep away the last joys of summer. The emotions of the crowd in the room, as fleeting as shooting stars, would soon come to an end, too, in the same abrupt way.
The beauty of the room was really astonishing, but the silent quietness of the garden outside sounded like an irresistible call to him. A long shady tree-lined avenue beyond a tall window offered some coolness and seclusion. Under the shadow of its old, gnarled branches one could easily find a cosy shelter from the humid weather of late summer, and the sound of silence was so tempting that the Count couldn’t resist. He put his emptied wine glass on the tray a waiter was carrying around the room, thanked kim with a gentle bowing of his head, and finally went out into the grandeur of the refined Italian garden of the villa. Some bush sculptures and bloomed hedges flattered his eye with their perfect geometrical patterns, while lavender and liquorice, placed in wide, neat flowerbeds, filled the count’s nose with their intense, irresistible smell.
The Count could then finally enjoy the warmth of the sun, whose intense light filtered through the leaves and disappeared soon after, as lively as a child playing hide and seek. Count Caggiula soon forgot the noise of the heels moving fast on the floor to the rhythm of those pinched cords, and concentrated on the dull, yet comforting sound of its own boots on the pebbles of the avenue. As he walked, he was carried away by some majestic stone mythological statues standing out towards the incredibly blue sky. The chirping of the birds and the sound of the wind blowing among the leafy branches reminded him of the vast and quiet Salentinian countryside. He strolled through avenues and lemon groves, he continued through oak trees and hornbeams, and finally reached the fruit orchard, where he knew the gush of water of a big stone fountain could surely mitigate his thirst. In such a thick blue tailcoat, and in such hot weather, he was starting to feel dizzy.
Count Caggiula was pleasantly surprised to see a silent young woman in a wide light blue dress sitting on the edge of the fountain. Unaware of his presence, she wore her white lace gloves off and threw them onto her embroidered skirt, annoyed. She was desperately longing for some fresh air, as she was fanning herself with her hands, having her cheeks been made red by the heat of the sun. She then started to loose the strings of her corset, hoping to breathe more easily. Count Caggiula stopped to observe her. He was struck by her insolence, and smiled. She was probably more prone to walk barefoot in that huge garden, than to wear beautiful yet uncomfortable silk shoes all day.
Hidden among the thick branches of the orchard, the count would have liked to observe her a little longer to enjoy her simple, wild beauty, but he was well aware that such attitude wasn’t appropriate for a gentleman: he then started moving the leafy trees and rubbing his feet on the pebbles, as to make the young woman aware of his presence as he came closer. However, his efforts were useless, as the young woman jumped out of fear as he turned up from the undergrowth.
<Please, please don’t be afraid> said the young count, stretching his arm towards her in a friendly gesture <I’m sorry I turned up unexpectedly and so suddenly. I didn’t mean to scare you.>  The girl stared at him, her big hazelnut eyes open wide, looking quite bothered. <But you did, I’m afraid> she answered sharply, taking a deep breath. <Are you used to disturbing other people’s moments of longed-for seclusion and peace, especially when they finally found some relief from the bustle of an annoying celebration?>
<Of course I’m not, but…well...> Count Caggiula found it difficult to answer: the graceful, feminine traits of the lady surely hid a quick-tempered nature. <The fact is, I happened to come here while I was longing for some seclusion and peace, too. But I can see we can’t have found it in the same place, could we? I’m sorry, I didn’t want to make you upset. I’ll leave right away. >
As he said so, he bowed elegantly and turned around to go back on his steps. His raven ponytail bounced sweetly as he slowly walked away.  He was about to disappear amongst the trees of the orchard, when the young woman suddenly said something: <Wait! Please, wait. Stay here with me for a little longer.> She had realised how rude she had been with him, out of uneasiness and anger, and was now feeling guilty about it. <There’s actually enough peace here for both our souls. >
She smiled, shyly, in an attempt to make up with him. Ad in fact, Count Caggiula soon forgot what had happened and gladly took the chance to introduce himself more properly. He walked towards the young woman, who was still sitting on the cold marble edge of the fountain, under a big  peach tree full of fragrant fruits. <Ok, I’ll stay...as long as you promise you won’t drown me> said the young man ironically, while taking a seat next to her.
The Count’s words made her laugh. She nodded, as to reassure him about his fate. <I promise I won’t...as long as you don’t tell Count Crivelli his daughter doesn’t actually like his parties, and escaped to walk barefoot in the garden. And that she is here with you, a charming stranger. I don’t think he would approve of this, you know?>  she said teasingly.
The Count now became aware of the young woman’s identity. < Oh, so you’re Claudia Crivelli, aren’t you? I’m honored to meet you, the daughter of the gentlemen hosting us today.> As he said this, he lifted his tricorne as a sign of respect. < I’m Count Donato Caggiula, son of the Apulian Count of Parabita. And, to be honest, I happen to dislike formal parties, too. I definitely prefer meeting undisciplined women prone to run away in the meadows.>  The young man’s bronze complexion and natural congeniality won Claudia’s heart. For once in her life, she felt she didn’t have to wear a mask when talking to someone.
However, she looked quite sad, as she stared at the rippled water of the fountain.
<I’m sorry about what happened, I didn’t mean to be rude. The point is, I sometimes feel empty. Empty inside, if you know what I mean. I’m forced to live in a reality I just don’t fit in, and I have to cope with attitudes which I simply don’t recognise as my own. But I guess this is how things are, so I have to pretend I am someone else, to actually be someone.>  Claudia lifted her hand to unclip a showy hairpin in her hair and curled lock of blonde hair fell on her shoulder. The more she revealed about her soul, the simpler her look became.
For a moment, she was distracted by a green shrub, whose flowery branches seemed to want to look at their own reflection in the water. Then, she continued. < You know, being unable to fit in the only world I know makes me frustrated. I sometimes wish I could feel like everyone else, so that I could live peacefully.>
<That is a strange wish, indeed: actually, you said you would never turn yourself into someone you aren’t.> answered the Count.
<And I meant it: I wouldn’t. It’s just that being unable to fit in is such a heavy burden. Especially when you’re surrounded by people who always seem to be so confident. It’s disheartening: while other people are well aware of their aims and objectives in life, I don’t seem to be able to reach the same state. And this makes me so angry with myself. On the one hand, I just can’t fit in a world I don’t recognise as my own, but, on the other, how can I keep longing for something that suits me more, without knowing where to find it, or what it is? There must be something wrong with me. Don’t you think?>
Her bewildered gaze touched the Count’s heart.
<Well, honestly, I don’t.> he answered,  <On the contrary, I think you should be grateful for these feelings of yours. They show you are destined to other things, different from those which generally make other people happy and satisfied with their lives. Coping with these feelings is the price to pay to meet the person you truly are, and ignoring them would only make you sadder. Sometimes people feel uneasy because they can’t be like everyone else, but they should actually worry about  not being able to be themselves.>.
The Count felt it was hard to put his feelings down in words, as they could never express thoroughly what he had in his heart and mind. He looked at the fruits of the peach tree above them and was about to pick one to give to Claudia, in an attempt to make her happy with such a sweet gift; but then, he suddenly stopped. <Look!> he said, surprised. <Look over there! I found a peach which didn’t actually want to become a peach.  It’s just like you!>
Claudia leaned forward and could see how a peach flower actually refused to ripen into a common, round-shaped peach, to turn into a bird-shaped fruit instead. The young woman laughed at such a sight. <I have never seen such a thing in my whole life! It’s incredible, isn’t it?> answered the lady, while the look in her eyes became lively again.
<It is, indeed> said the Count, grateful for that unexpected discovery which, in his mind, was a messenger from fate <And I think it wants to tell us something: taking your true shape, regardless of other people’s opinions or expectations, is what really makes you happy.>
The young lady spent some time watching that natural masterpiece, smoothing the leaves it was surrounded by between her long fingers. Then she turned around, looking confident at last. When her eyes met those of Count Caggiula, he knew she was now in good spirits.
<What could I ever say or do to thank you for the light you were able to make me see today, after a moment of complete darkness?> asked Claudia very softly, grateful for what the Count had done for her.
<I can tell from the look in your eyes that you found peace again, and that is actually enough for me> said the young man, holding her hand affectionately. <However, if you really must say something, then tell me you won’t ever get discouraged again. Remember: it doesn’t matter who you are by will of fate. What really matters in life is who you are by will of your heart.>
As the evening breeze played among the branches, the Count noticed the sunset gave Claudia’s cheeks the same, warm colour of the smooth, ripe peaches on the tree. A new feeling was born in his heart. He understood he had had the chance to meet a flower: a gentle blossom he would always cherish more than any other, regardless of the fruit it would turn into one day.




Frozen baroque cream with almond milk and rose liqueur, white peach and nutmeg 
(lactose free and gluten free*)

110 ml of lactose-free cream
80 ml of almond milk
40 ml of rose liqueur*
40 g of raw cane sugar
6 ml of glucose syrup
1 small white peach in pieces
1 tablespoon of lemon juice
½ teaspoon of nutmeg powder

*verify the gluten free certification for the rose liqueur.

Warm the almond milk in a pot, together with the rose liqueur, the cream, the raw sugar and the glucose syrup, almost to the point of boiling. Cut a white peach into small pieces, then heat it in a saucepan with the lemon juice and the nutmeg powder, until the fruit is reduced to a puree. Then add it to the milk mixture, stirring to mix. Allow to cool and then, covering a container with a food film, place in the refrigerator for a whole night. The next day pour the mixture into the ice cream maker for a time corresponding to 25/30 minutes. Consume the ice cream immediately or store it in a container in the freezer, having the foresight to remove it from the freezer at least ten minutes before serving.

...then, enjoy! 


lunedì 31 dicembre 2018

Felice 2019 / Happy new year 2019


[ITA]

<C’è un tempo in cui si viene al mondo e si impara a vedere spalancando gli occhi. Un tempo in cui si impara ad osservare col cuore. Infine, arriva un tempo nella vita in cui l’unico modo per vedere ancora è imparare a guardare con gli occhi chiusi.>

Quando l’inverno giunge nel mio bosco, ogni creatura tace. Ed io lascio che il gelo posi le sue dita anche sulle mie labbra, mentre respiro una candida anima di neve nel cuore di un bocciolo. Non c’è suono, non c’è rumore, ma qualcosa sussurra lieve che un altro anno è passato. Un cammino che sta per finire, un altro che sta per iniziare: l’ennesimo sonno prima di un nuovo risveglio; un torpore nascosto che prepara a ciò che verrà, seppure con la consapevolezza che in realtà niente può preparare a ciò che sarà, né che sarà davvero possibile conoscere come si rivelerà il domani.
Le stagioni sono nuovamente passate e c’è chi, dopo lunghi mesi, ha conosciuto finalmente cosa sia la felicità. C’è chi ha avuto le occasioni che sperava, chi invece ne ha solo aspettate molte. C’è chi si è dimenticato del proprio tempo, cadendo nell'illusione della vita altrui; c’è chi invece ha ripreso le redini di se stesso, deciso di puntare finalmente al sole. C’è chi ha potuto accogliere sul suo sentiero la gioia di una nascita, chi invece il dolore di una perdita. E quel vuoto, avvolto dal gelo dell’inverno, si è rivelato qualcosa di incolmabile: un vuoto che io stessa ho conosciuto e che pesa come una roccia su uno spirito di piume, impossibilitate a riprendere nuovamente il volo; una malinconia che spoglia ogni ramo del suo verde, seccando il legno con la sua aridità. Eppure non potreste mai dire che i fiori non esistono, solo perché sotto la neve li avete visti appassire e ora sono solo lontane memorie immaginate tra le fronde; non potreste mai dire di averli perduti finché ricorderete la loro bellezza, il loro colore, il loro profumo e il loro amore. Li avete visti, perciò li ricordate. E, ricordandoli, avete garantito loro l’immortalità. Quei fiori non smetteranno di esistere solamente perché non riuscite più a vederli come eravate soliti immaginarli. Vi basterà chiudere gli occhi per guardarli ancora, per capire che nemmeno l’inverno ve li ha negati: ciò che non vive più davanti ad occhi aperti, sta sorridendo dietro ad occhi chiusi. 
Così, questo è il mio augurio alla vigilia di un nuovo cammino: un augurio per i vostri occhi, un augurio per i vostri cuori; un augurio per il vostro domani, perché neanche le tempeste possano portarvi via il sereno. Possiate vedere il sentiero del domani attraverso occhi aperti sul mondo, laddove incontrerete sincerità e laddove invece non riuscirete a distinguere le cose buone da quelle cattive. Possiate allora discernere tra esse osservando attraverso il cuore. E infine, soprattutto, possiate imparare a vedere tenendo gli occhi chiusi, ritrovando finalmente accanto a voi ciò che pensavate di avere perduto: ciò che è ancora lì ad abbracciarvi, a proteggervi, a guidarvi. Ciò che ha solo cambiato forma ma non il nome del suo amore. Felice 2019 dunque, con tutto il mio silente e ombroso cuore.

... e a presto. Perché tra le foglie, quest'anno, qualcosa ha promesso a se stessa di rifiorire. 




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[ENG] 

<There comes a time when you are born and learn to see things with your own eyes, open wide in surprise; then, there comes a time when you learn to see with your heart. Finally, there comes a time when the only way to actually see things is by keeping your eyes closed.>

When winter comes in my woods, each and every living creature in it keeps silent. And I let the frosty fingers of the winter silence my lips as well, while the icy smell of some snow-filled sleeping blossoms tickles my nose.
There’s no noise at all, not even the slightest; but something is softly whispering to me that another year is over, that a path has been pursued, and that a new one is about to start. It’s like a slumber before a new awakening, like a hidden numbness in your soul slowly preparing for what is to come – although you can neither be ready for, nor actually know much about what tomorrow will bring.
Seasons have passed fast. Some people have experienced what happiness is; some have had the chances they had been waiting for, and some others have kept waiting for them. Some people haven’t taken care of their own life, concentrating too much on the life of others; some people, instead, have taken their life on again, aiming for the sun. Some people have experienced the joy of a birth, some others had to grieve the loss of a loved one – a terrible experience leaving themselves with an unbearable emptiness. An emptiness which, unfortunately, I have experienced, too - as heavy as a rock on a soul made of feathers. An emptiness which sometimes turns into bitter melancholy, able to dry out the branches of my spirit, leaving them completely bare.
And yet, you can’t think flowers don’t exist only because snow has made them wither, or because winter turned them into long-forgotten memories. You can’t say they’re forever gone, as long as you remember their beauty, their colour, their smell and their love. Seeing them once was making them immortal and everlasting. Those flowers won’t cease to exist only because you can no longer see them the way you used to. 
Closing your eyes will be enough to admire those flowers again, and to understand therefore that not even winter could take them away from you: what your sight used to make visible, is now revealed by actually closing your eyes.
On the eve a new path, this is my wish for you - a wish for your eyes, a wish for your hearts. May your days be peaceful and well sheltered from the storms of life. May the wisdom of the heart help you tell the good and from the bad. And finally, above all, may you learn to see with your eyes closed – may you therefore still see what is invisible to our senses and seemed forever gone, but is actually still there next to you. It’s there to hold, protect and guide you. Its nature may have changed, but its love for you surely hasn’t.
Happy new year 2019 then, from the bottom of my silent and wild heart.


domenica 29 luglio 2018

Le corde di Edric / Edric's ropes


[ITA] 

Con rintocchi lenti e cadenzati, la torre campanaria dell’antico borgo di Conques scandì l’arrivo dell’imminente crepuscolo. Il suono sordo delle campane si propagò in un’aria gelida e frizzante, rimbombando tra i mattoni e le piccole arcate dell’appuntita cuspide triangolare che le ospitava. 
Il manto grigio della sera iniziò ad allungare le sue dita d’ombra sui bruni tetti in pietra delle abitazioni, lasciando alla fioca luce del giorno il compito di congedarsi attraverso le sue ultime, pallide carezze ambrate. Oltre i profili ancora innevati delle colline, dietro a scarne e ossute cime di larici e pini, il sole si ritirò accendendo il cielo di un romantico tono scarlatto. Un abbagliante riverbero brillò improvvisamente sui vetri delle costruzioni, montati tra angusti telai in bronzo, investendo l’acciottolato di un sentiero ancor lucido di pioggia, malinconico quanto uno sguardo illanguidito da un tenero pianto.
Confuso tra i fumi impalpabili della bruma serale, che saliva lentamente dal terreno umido ai bordi di un vecchio canale, Edric avanzava a passo deciso sul viottolo che conduceva al centro del villaggio. Dopo alcune settimane di intenso lavoro negli spazi aperti al di là della foresta, il cordaio era finalmente riuscito a terminare un altro lungo canapo da consegnare al bottegaio, a fronte della richiesta di articoli mercantili utili alle navi che sarebbero salpate con l’arrivo della primavera: tra il crepitio di grigiastri ciottoli di pietrisco che scrocchiavano ripetutamente sotto i suoi robusti stivali di cuoio, e gli evanescenti sbuffi di fiato che si liberavano nell’aria ad ogni affannoso respiro, il giovane tentava di sopportare il gravoso peso della fune di canapa arrotolata e poggiata sulla sua spalla. Con leggeri colpetti dati con il braccio, Edric impediva alla corda di non scivolare dalla sua guarnacca imbottita, sfidando il gelo che aveva increspato la sua pelle come la superficie delle acque del torrente accanto a lui. Sebbene l’inverno non si decidesse ad allentare la sua morsa, il ragazzo fu piacevolmente sorpreso nel notare che gonfie e candide nuvole dalle sfumature color latte si specchiavano già nelle lucide pozze per strada, rievocando una spensieratezza tipicamente marzolina. E, man mano che si avvicinava al rustico portone della bottega, notò di buon grado come persino alcune piante avevano sfidato caparbie la galaverna: mentre l’edera rampicante ricopriva gli edifici in mattoni come una calda coperta smeraldo, purpuree campanelle di erica abbellivano serene le aiuole accanto alle abitazioni. Tra i rami intricati di ruvidi arbusti di Calicanto, odorosi capolini color dell’oro non si arrendevano ai rigori della buia stagione, emanando un avvolgente e incantevole effluvio dolciastro che ricordò ad Edric la leggerezza dell’infanzia: un alito tiepido e profumato in grado di cullare i suoi pensieri e portarlo lontano, mentre distrattamente il giovane annunciava il suo arrivo all’anziano Sir Giles, iniziando a picchiare ripetutamente il batacchio di bronzo sulle assi in legno massello dell’ingresso al laboratorio artigiano. Dopo qualche deciso colpo, una roca e ovattata voce lo invitò ad entrare: il portone si aprì con uno stridulo cigolio e una vampata di aria tiepida investì il viso del funaio, arruffando alcune ciocche di biondi e lunghi capelli che Edric aveva inutilmente tentato di raccogliere con una coda bassa sulla nuca. Un modesto braciere lo accolse crepitando, proiettando tremule e vaghe ombre su scaffali colmi di canapi e lacci di varia grandezza: alcuni giacevano ammassati in antiquati barili in rovere, mentre altri erano già stati intrecciati per confezionare reti da pesca o finimenti per animali da tiro e da soma. Capienti tini da tintura erano poggiati uno sull’altro, agli angoli del laboratorio, affiancati da grezze panche sulle quali erano riposti flaconi e bottiglie colme di coloranti naturali, utili a conferire tonalità decise e durature alle fibre lavorate: fiori di robinia, ginestra e lavanda erano conservati con cura all’interno di vasi cilindrici e trasparenti; cortecce di quercia e castagno, usate al fine di ottenere le tonalità più scure durante la tintura, colmavano invece rettangolari casse in legno, poste vicino a ciotole nerastre piene di foglie di rovo. E proprio a pochi metri da queste ultime, il ragazzo notò il vecchio mastro artigiano intento a scrivere con una lunga penna d’oca su un taccuino, alla luce di una flebile fiamma di candela.
Edric lasciò scivolare la pesante corda che teneva sulla spalla sopra una catasta di sacchi di iuta,  ansimando per lo sforzo. Il tonfo sordo, prodotto dalla caduta del canapo, richiamò l’attenzione dell’anziano che, sobbalzando lievemente, incontrò lo sguardo chiaro del giovane.
<Edric, venite avanti!> lo accolse l’uomo stupito, abbassando gli occhiali tondi sul dorso del suo naso aquilino <Non vi aspettavo quest’oggi, ma vedo con piacere che state lavorando sodo. Di questo passo, credo proprio che concluderete la produzione del carico prima del termine previsto. Sedetevi qualche istante con me, non fatevi pregare> continuò, aprendo il palmo della mano e facendo gesto al ragazzo di prendere posto su una sedia intarsiata, situata davanti a lui. Edric, visibilmente sfinito, tentennò un istante, indeciso se declinare o meno il gentile invito: fece per scuotere la testa, ma pensò che negarsi potesse essere cosa poco educata e iniziò ad avvicinarsi lentamente a Sir Giles. Così, giunto alla seggiola, vi si abbandonò. Buttò arrendevolmente il capo all’indietro, sospirando, e sentì la stanchezza piombargli addosso come l’intera quantità di cordame che avrebbe dovuto consegnare al porto, con la nuova stagione.
<Perdonatemi se non sono molto loquace> mormorò il giovane, stropicciandosi gli occhi con una mano e inarcando le sopracciglia, tentando di resistere al torpore che pervadeva le sue membra <Vorrei essere più lucido per discorrere con voi come meritereste, ma temo di aver bisogno di un po’ di riposo>.
<Lo immagino. Ad essere sincero, riconosco nel vostro viso l’ombra della mia gioventù> asserì l’anziano signore, voltandosi nel frattempo verso la madia alle sue spalle per estrarne una bottiglia panciuta e due calici in vetro soffiato, che posò sullo scrittoio accanto ad un logoro arcolaio ripiegato.
<Forse questo sarà in grado di rimettervi al mondo> ammiccò l’artigiano, togliendo il tappo dal fiasco in cristallo per poi accomodarsi nuovamente sulla sua poltroncina. Il giovane osservò assorto quell’aromatico liquore scivolare nei bicchieri, percependone a distanza l’odore legnoso e floreale.
<Ah> sospirò l’anziano, inebriato dai profumi astringenti dell’acquavite <Questa è pura sapienza olandese, ragazzo mio. Un nettare distillato nello Charente, giunto qui direttamente da Cognac!> precisò soddisfatto, tendendo uno dei calici ad Edric.
Il ragazzo si sporse un poco in avanti, allungando il braccio per ricevere da Giles la dorata bevanda. Quando strinse però tra le dita il fragile vetro, il suo viso si corrugò in una smorfia di dolore: i tagli e le ferite sulle sue mani bruciavano come le fiamme nel braciere accanto a lui, e furono il prezzo che dovette pagare per aver domato così a lungo la canapa grezza, attraverso le scanalature di un solo blocchetto di legno per cordatura.
<Il nostro mestiere non è affatto semplice, vero Edric?> constatò il mastro artigiano, non potendo fare a meno di notare un profondo malessere nello sguardo del giovane <Tessere corde con la parte più dura della fibra, la meno malleabile. Costa fatica, uno sforzo indicibile.>
<Vorrei non fosse così, ma temo abbiate ragione> rispose il giovane, strizzando le labbra mentre sentì graffiare in gola un ruvido sorso di distillato <Talvolta invidio chi ha l’opportunità di tessere stoffe pregiate e leggere, intrecciando filamenti morbidi e lievi, docili da plasmare. Invece è tutt’altra vita quella di chi, senza poter scegliere, è costretto a lavorare scarti ritenuti troppo indegni e grezzi per essere destinati ad un elegante ricamo.>
<Ma gli eleganti ricami non creano corde in grado di reggere barche o di assicurare con successo merci e bagagli durante la tormenta> obiettò sarcasticamente Sir Giles con fare alquanto provocatorio, roteando il bicchiere nel palmo della mano per riscaldarlo a dovere <Conoscete forse marinai scampati alle bufere per aver teso le vele, nel momento del bisogno, con nastri di seta o filati di morbido lino?>
L’uomo ridacchiò e il giovane per un breve istante si rasserenò, divertito: se non fosse stato certo della tempra del vecchio artigiano, avrebbe quasi osato pensare che l’alcool lo avesse reso più allegro del solito.
<Lasciate che questo attempato cordaio vi dica una cosa: le difficoltà, nella vita, possono salvarvi la vita. Tenetelo presente ogni qualvolta vi lamenterete di aver ricevuto solo fibre dure e indomabili da intrecciare, poiché è solo con esse che sarete in grado di realizzare qualcosa in grado di aiutarvi nei momenti più complicati dell’esistenza. Anche se ora vi sembra impossibile un giorno ringrazierete questa fatica, quando vi condurrà dove altri non saranno in grado di arrivare: domerete l’impensabile, forgerete la vostra indole. Domani sarete già più forte di oggi.> ammiccò vivacemente Giles dietro a folte sopracciglia canute, cadenzando le sue ultime parole con tono solenne.
<Dite?> sussurrò distratto il giovane, stringendo lievemente le palpebre come se stesse fissando qualcosa nel vuoto, cercandola tra le assi di legno del pavimento <Eppure a me pare quasi impossibile, temo che finirò per sentirmi solo più provato.>.
E, così dicendo, finì per abbandonarsi al conforto di un altro corroborante sorso di Cognac.
<Edric, solo qualche mese fa pensavate di non riuscire ad intrecciare nemmeno una corda in un’intera settimana: ora invece siete sulla buona strada per consegnarmi un carico ogni tre giorni. L’affanno vi ha solo reso più vigoroso, proprio come la materia con la quale realizzate i vostri canapi. Voi non finirete mai per cedere, credete a me. Perché le cose costruite con sforzo e sacrificio, quelle realmente solide e resistenti, non si spezzano mai. Questo vale per ogni cosa: nelle relazioni, nelle opportunità, nei momenti in cui la burrasca soffia così forte da farvi perdere ogni riferimento. E’ in quei momenti che avrete bisogno di una cima alla quale aggrapparvi, e quella cima sarà dura e robusta quanto più la vita vi avrà offerto materiali duri e robusti con i quali costruirla. Non temete le difficoltà, il dolore, gli istanti in cui sarete costretto a soffrire e a resistere più di altri: ogni volta che supererete un ostacolo, seppur duramente, avrete stretto un nodo solido e inscindibile nella vostra esperienza. Credete sia una pena ma forse, dopotutto, è un privilegio: nel mare della vita avrete sempre qualcosa alla quale aggrapparvi per non far perdere la vostra nave nella tempesta, a differenza di chi non ha mai conosciuto una tormenta e non avrà che fragili fili di seta per ormeggiare inutilmente la sua barca.>
Il ragazzo fu sul punto di dire qualcosa ma l’anziano, con un rapido cenno della mano, lo zittì: ciò lo sorprese non poco.
<No, non dovete necessariamente esprimervi ora, credo sarebbe inutile. A tempo debito forse sarete qui, al mio posto, a raccontare queste cose ad un giovane testardo come voi.>
Sir Giles, con un gesto deciso, posò dunque il calice ormai vuoto sul tavolo. Aprì il libro contabile e, dopo aver sistemato gli occhiali tondi per vedere meglio, iniziò a cercare con lo sguardo tra nominativi e spese, tenendo il segno con l’ausilio delle sue affusolate dita. Dopo qualche istante si fermò, massaggiandosi la lunga barba bianca.
<Ah ecco> disse infine soddisfatto, estraendo da un cassetto chiuso a chiave un piccolo sacchetto di velluto purpureo e inserendovi all’interno delle monete. <Questo è per voi. Intanto che attendete fiducioso di essere ripagato a dovere dal tempo, iniziate ad accettare questo modesto anticipo. Non sarà molto ma ve lo siete guadagnato>.
Edric raccolse il sacchetto e si alzò dalla sedia, ringraziando. Si diresse lentamente verso la porta quando, giunto sull’uscio, sentì nuovamente alle sue spalle la voce dell’uomo.
<Giovanotto, oggi dovreste essere fiero di voi. E domani…>
<Domani?> lo interruppe improvvisamente il ragazzo, voltandosi e sfoderando un impertinente sorriso <Non lo avete detto voi stesso? Domani sarò ancora più forte di oggi. Ve lo prometto>.
Il portone cigolò rumorosamente e il funaio si perse così tra le nebbie gelide della sera.
Con un soffio gentile Sir Giles spense allora la fiamma della candela che, coraggiosa e silente, ardeva ancora sullo scrittoio. La primavera, dopotutto, non era più così lontana.





Crema gelato al latte di mandorla e canapa, con anice stellato e caramello al Cognac
(senza glutine, senza lattosio)

Per la crema gelato

280 ml di panna delattosata
200 ml di latte di mandorla
70 g di zucchero di canna grezzo
12 g di glucosio
4 tuorli
3 fiori di anice stellato
2 cucchiai di canapa in polvere

Per il caramello al Cognac

80 ml di panna delattosata
60 g di zucchero di canna
20 ml di Cognac* (verificate la certificazione dell’assenza di glutine)
15 ml di acqua
1 cucchiaino di burro delattosato
1 pizzico di sale

Preparate inizialmente il caramello al Cognac. Mettete in un pentolino a fondo spesso e antiaderente lo zucchero di canna e l’acqua. Accendete il fuoco e lasciate sciogliere lo zucchero senza mescolarlo, rigirando ogni tanto delicatamente il pentolino. Quando il caramello avrà assunto un bel colore ambrato, spegnete il fuoco. Intiepidite a parte la panna e il Cognac e aggiungeteli al caramello caldo lentamente, mescolando, facendo attenzione a non scottarvi.
Riportate il composto sul fuoco e cuocete un paio di minuti, sempre mescolando. Non lasciate addensare troppo il caramello, dato che tenderà a diventare più compatto raffreddandosi. Spegnete il fuoco e a questo punto aggiungete un pizzico di sale e il burro. Riponete il caramello in un vasetto sterilizzato e lasciate raffreddare.

Procedete poi alla preparazione della crema gelato. Ponete in una pentola il latte di mandorla, la panna e l’anice stellato. Sciogliete la canapa in polvere nel composto e portate quasi ad ebollizione. Spegnete a questo punto il fuoco, in modo da permettere alla spezia di sprigionare il suo profumo. A parte, montate i tuorli con lo zucchero e il glucosio fino ad ottenere un composto spumoso. Unite il contenuto della pentola al composto montato. Riportate il tutto sul fuoco, mescolando fino a che non raggiungerete una temperatura di 80/84° C. Lasciate raffreddare e poi, coprendo un contenitore con una pellicola alimentare, ponete in frigorifero per una notte intera. Il giorno successivo filtrate con un colino la miscela e versatela nella gelatiera per un tempo corrispondente a 25/30 minuti. Consumate subito il gelato, decorando a piacere con caramello al Cognac, oppure conservatelo in un contenitore nel congelatore, avendo l’accortezza di toglierlo dal freezer almeno dieci minuti prima di servirlo. Se gradite una variegatura più consistente, aggiungete del caramello al Cognac direttamente al gelato cinque minuti prima della fine della mantecatura in gelatiera. 

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[ENG] 

The bell tower in the ancient hamlet of Conques welcomed the sunset with slow chimes. The rhythmic sound of the bells spread into the cold, crispy air after echoing in the pinnacle they were set in. The grey mantle of the evening reached and covered the stoney roofs of the houses, thus bidding farewell to the last rays of light of the departing day. The sun set behind snowy hills and knotty larches and pines, romantically painting the sky red. A dazzling reflection shone on the windows of the buildings and reached the shiny cobblestones of the main path, still wet after the last shower, making them look like moved, malinconic eyes.
On that very path, Edric, a rope maker, was making his way to the centre of the hamlet. He walked at fast pace, his silhouette blurred by the evening mist slowly raising from the humid soil of the old canal nearby. After having worked long weeks in the open spaces beyond the forest, he finally managed to finish another long rope to be given to the hamlet shopkeeper. It seemed that a lot of ships were about to set off with the coming of spring, and his work was therefore of particular importance.
The small grey pebbles on the path creaked under his heavy leather boots, step after step. He was breathing heavily under the weight of the rope he was carrying, all rolled up on his shoulder. The cold air was rippling the waters of the river nearby and Elric felt its icy fingers touching his face, while he was trying not to let the rope slip down.
Although the harsh winter didn’t seem intentioned to loosen its icy grip, the reflection of some large milky clouds could already be seen in the shiny puddles on the street, bringing back joyful memories of spring. Edric was very pleased with that sight, and, as he was slowly coming closer and closer to the front door of the small store, he noticed how some plants, too, were challenging the icy frost. Some climbing ivy was covering the house bricks, as if it was a warm emerald blanket, and beautiful purplish heather adorned the flowerbeds of the hamlet.
Some golden, scented calycanthus blossoms were spreading their sweet, lovely smell in the air from the tangled branches of the bush they had grown on, challenging the cold, last days of winter and reminding Edric of his careless childhood. As that smell was cradling his thoughts and leading them far away back in time, the young boy reached Sir Giles’s small store. The bronze knocker produced a dull sound on the large wooden front door. After some knocks, the raspy voice of the shopkeeper invited him to come in. As the wooden front door opened with a creaking sound, a pleasant warmth reached Eldric’s face and hair – which he uselessly had tried to tie in a low ponytail.
A crackling brazier was warming the room. The fire was casting its dancing shadow onto the several shelves in the room, on which several ropes and laces of different size had been stored. Other ropes were lying on some ancient durmast chests, while others had already been intertwined to create fishing nets or harnesses for draught animals and beasts of burden. Capacious vats of dye were placed in the corners of the room, next to rough benches on which jars and bottles full of natural dye had been placed. Locust trees flowers, lavender and Scotch broom blossoms were carefully stored in cilindric glass vases; some oak and chestnut tree bark was lying in some rectangular-shaped wooden cases, while bramble leaves filled up some large black bowls. The shopkeeper was sitting next to these, writing something on a notepad in candlelight, a long goose quill pen in his right hand. 
Edric let the heavy rope slip down from his shoulder onto some gunny sacks, panting. Its thud attracted the attention of the old shopkeeper. With a small jump of surprise, he looked Edric right in his fair eyes.
<Come in, my dear Edric!> said the old man as he welcomed him, making his round glasses slip down on his hooked nose. <I wasn’t expecting you today, but I am pleased with your hard work. If you keep it up, you’ll certainly end before the deadline. Please have a seat, stay here with me for a while! Don’t make me beg.>
As he was saying these words, he invited him to sit on a beautiful inlaid chair, indicating it with a gentle gesture of his open hand. Edric felt exhausted and therefore started to wonder whether to accept the shopkeeper’s kind invitation. He felt so tired that he was about to refuse, but then, as he was afraid to act unkind, he slowly approached the shopkeeper. Once he reached the chair Sir Giles had indicated him, he sat wearily on it. He threw his head backwards, sighing, and felt a sense of extreme tiredness hitting his whole body, as if he was carrying on his shoulders the whole amount of ropes the hamlet harbour needed him to produce for the season to come.
<I’m not very talkative today, I’m sorry> said the young man in a low voice, rubbing his eyes and raising his eyebrows, trying not to give in to the sense of tiredness invading his whole body. <I wish I wasn’t so fatigued. I’d really like to spend some time talking with you, believe me, but I’m afraid I’m too tired to give you the attention you deserve. I really need some rest.>
<I understand perfectly. To be honest, I can see a reflection of my own youth in your face.> As he was saying these words, the old man took a rounded crystal bottle and two blown glass goblets from the cupboard behind him. He put the goblets on a writing desk next to an old yarn winder, removed the cork from the bottle, and poured some of its content into them. Edric could already smell the flowery, woody smell of the liqueur as it was slowly filling up the goblets. <This might put you back on your feet> said the old man, sitting on his chair again <This, my lad, is pure wisdom! Pure dutch wisdom.> The old man, too, was inebriated by the smell of the spirit. <It was distilled in Charente, and comes directly from Cognac!> added Sir Giles proudly, as he was extending one of the goblets to Edric.
The young man leaned forward to take the goblet from Sir Giles’s hands, but as soon as his fingers held the glass, the old man saw a grimace of pain on Edric’s face. The wounds and cuts on his fingers were as painful as if caused by fire – the signs of his hard work on rough hemp.
<Our work isn’t easy at all, is it, Edric?> said the old man, who couldn’t help but notice the painful expression on Edric’s face. <An immense effort must be made to handle the roughest fibre, the least workable, and turn it into a rope.>
<I wish you were wrong, but I’m afraid you aren’t. I sometimes envy those who have the chance to work with light, refined fabric, to intertwine soft, easily workable fibres.>
Edric took a sip of the strong spirit and pursed his lips after swallowing it. <People like me, instead, are forced to work less precious material, often regarded as unsuitable for elegant embroidery. And their life is therefore completely different.>
<No elegant embroidery, however, has ever secured a passenger’s luggage or goods on a ship during a sea storm> said Sir Giles sarcastically, rotating the goblet in his hand to let its content warm properly. <And say, have you ever heard of mariners surviving a tempest thanks to sails made out of silk, or soft linen?
Sir Giles sniggered and Edric, amused, could chill for a little moment. If he hadn’t known about the craftsman’s merry temperament, he would have bet the spirit he was drinking had made him more cheerful than usual.
<Let this old ropemaker tell you something: difficulties in life can save you. Whenever you complain about life giving you only the roughest fibre to intertwine, bear this in mind. Only your commitment throughout the hardest moments in life can lead you where noone else has ever been before. Only hard work will be of some use for you. You’ll thank all your efforts, one day, because they’ll make you capable of the greatest things: you’ll be able to deal with the most difficult situations, you’ll strengthen your personality. And, day after day, you’ll feel stronger and stronger.> said Sir Giles, solemnly stressing his last words, his lively eyes staring at Edric beneath his bushy, white eyebrows.
<Do you really mean it?> The young man squinted his eyes, as if trying to focus something invisible among the wooden boards of the floor. <It seems impossible to me. I’m afraid I’ll only end up feeling more tired than ever.> As he was saying these words, he indulged in another corroborative sip of his Cognac.
<Edric, think about what you told me only a few months ago. Remember? You couldn’t believe yourself able to produce a single rope in a whole week. And now…look at you now. You are such a fast worker. You bring me new ropes every three days. Your hard work made you stronger, as strong as the material you have been handling. You’ll never give up to the difficulties of life, believe me, because anything made with commitment is bound to last. This counts for any aspect of life: relationships, opportunities. And it especially counts in moments of sadness, in which the strong winds of your troubles blow incessantly and make you lose any landmark. In those very moments, you’ll need a rope to hold tight on. The stronger the material life gave you, the stronger the rope you’ll hold tight on. Never fear difficulties, pain, moments of suffering, because everytime you’ll overcome obstacles, you’ll add a new knot to the rope of your life experience. Sometimes you might feel the pain is too much to bear, and that you have been tying too many knots on your rope; however, it is actually a privilege: no one has ever survived a sea storm holding on light, smooth silk ropes. No such ropes can securely wharf the ship of your life, either. Strong ropes like yours, instead, are strong enough to help you survive in a sea of troubles.>
Edric was about to say something, but the old man silenced him with a rapid gesture.
<You don’t have to say something now. It would be useless. When the right time comes, you’ll be here instead of me to tell the same things to a stubborn young man like you.>
Sir Giles put his empty goblet onto the table. He opened his account book and, after adjusting his glasses onto his nose to read better, he started running his finger down the list of the many names and spendings he had written down on it. Then he suddenly stopped.
<Oh, here it is> he said, rubbing his long, white beard. He then unlocked a drawer, took a small, purple velvet bag out of it, and filled it with some coins. <This is for you> he added <One day, time will surely pay you back for your hard work, and better than I can do. But in the meantime, please accept this. It might not be much, but you deserve it!
Edric picked the bag up and thanked the old man, standing up from the chair he was sitting on. He was slowly heading towards the door, when he heard the old man’s voice once again:
<You must be really proud of yourself for what you’ve done today, you know.  And tomorrow…>
<Tomorrow?> said Edric, turning around with a cheeky smile on his face. <Didn’t you say it yourself? Tomorrow I’ll be stronger than today. I promise.>
The wooden front door opened with a creaking sound. The silouhette of the young man was soon lost in the cold night mist. Sir Giles gently put out the candle which was silently burning on his desk. Spring, after all, wasn’t that far to come.



Almond milk ice cream with hemp powder, star anice and Cognac flavoured caramel
(without gluten, without lactose)

For the ice cream

280 ml of lactose-free fresh cream
200 ml of almond milk
70 g of raw cane sugar
12 g of glucose syrup
4 egg yolks
3 star anice flowers
2 spoons of hemp powder (or less, depending on personal taste)

For the Cognac flavoured caramel

80 ml of lactose-free fresh cream
60 g of raw cane sugar
20 ml of Cognac* (verify the gluten-free certification)
15 ml of water
1 teaspoon of lactose-free butter
1 pinch of salt


First of all prepare the flavoured caramel. Put the sugar in a non-stick pan, together with water. Turn on the fire and let the sugar dissolve without stirring. When the caramel will assume a beautiful amber color, turn off the flame. Warm separately the cream and the Cognac and add it to the hot caramel, stirring slowly, paying attention not to burn yourself. Place the pan again on the fire, mixing for about two minutes. Don’t let thicken the caramel too much, because it will become more compact by cooling down. Turn off the fire and, at this point, add a pinch of salt and the butter. Place the Cognac flavoured caramel in a sterilized jar and allow it to cool.


Then prepare the ice cream. Melt the hemp powder in the almond milk and warm it in a pot together with cream and star anice, almost to the point of boiling. Turn the heat off to let the star anice give its flavour out. Beat the egg yolks in a separate bowl, add the sugar and the glucose syrup too, and stir to obtain a creamy, frothy mixture. Add then the warm blend of cream, almond milk, hemp powder and star anice previously prepared. Cook until it reaches 80/84°C. Let it cool, and then let it rest in the fridge for a night. Finally, filter the mixture with a strainer and pour it in the ice cream maker for 25-30 minutes. You can either serve the ice cream immediately, decorating it with Cognac flavoured caramel to taste, or store it in the freezer (remember to take it out some time before consumption).
If you like a more consistent variegation, add a bit of Cognac flavoured caramel directly to the ice cream during the last 5 minutes of the ice cream maker’s process.
Enjoy!

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Anche se nel bosco si stanno preparando lenti cambiamenti, il vento qua e là non può fare a meno di raccontare e condividere ogni tanto qualche nuova storia. Grazie a chi c'è, grazie a chi ci sarà domani. E spero che, nel frattempo, da fibre grezze potrete trarre le corde più preziose con le quali salvarvi dalle tempeste della vita. Così sarà, abbiate fiducia. Dovete solo crederci, tessere -seppur con fatica- e tenere duro. Perché Sir Giles non si sbaglia e <domani sarete già più forti di oggi>. Promettetelo al mondo, ma ciò che è più importante... promettetelo prima a voi stessi. Un abbraccio e a molto presto, con tanto affetto.